Le lacrime delle 18.00

Tutti i giorni alle 18.00 mentre la protezione civile annuncia i morti, tutti i giorni c’è chi canta, c’è chi applaude, c’è chi suona. E’ un modo giusto, speciale, incredibile di farsi coraggio. Di sertirsi parte di qualcosa, un pò meno soli.

Le 18.00 sono diventate in pochi giorni l’ora più importante della giornata.

Io, che non sono coraggiosa, alle 18.00 da tre giorni inizio a piangere. La verità è che ricaccio indietro le lacrime più o meno tutte le volte che leggo il giornale durante il giorno. O tutte le volte che mi arrivano video dei nuovi eroi sui gruppi Wapp. Le ricaccio indietro ogni volta che mi arriva la notifica di una nuova richiesta fondi.

Ho silenziato il telefono 3 giorni fa.

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Le scarpe nuove.

IMG_20181031_151944_447.jpgErano anni che compravo solo quelle comode, senza tacchi, morbide, come se le avessi sempre avute ai piedi. Poi, qualche giorno fa, le ho viste… e lo sapevo che i primi giorni sarebbero state un inferno.

Mi battono sul malleolo, mi stringono le dita, e con la suola completamente in cuoio rischio di morire su qualcisai superficie. Ma stanno cedendo, millimetro dopo millimetro, lo sento che stanno cedendo e più cedono, più capisco che le scarpe comode moderne, sono una cagata pazzesca.

Ho un paio di scarpe nuove, cucine a mano, sono in pelle e suola in cuoio , sono fatte come una volta si facevano le scarpe, e sono giorni che mi metto cerotti sui piedi.  Mi fanno un male tremendo, ma ogni giorno un pò meno. Così ogni mattina aggiusto i cerotti e me le rimetto, pensando che sì, le cose nuove dovrebbero essere così all’inzio:

Scomode.

La novità comoda, che razza di novità è? Se non hai neanche bisogno di assestarti un pò, di farci l’abitudine. E invece ormai mi rendo conto di quanto il nuovo sia comodo, addattato a noi, a me. Un mondo comodo mentre intorno l’apocalisse. Comodamente da casa facciamo “opposizione” al governante di turno, “comodamente” dai nostri computer leggiamo le notizie di chi muore “scomodamente”. Comodamente seduti a tavola sulle sedie ergonomiche parliamo della fame nel mondo e dei problemi di denutrizione. “Comodamente” …

E poi invece stiamo scomodi nei nostri panni, nei nostri corpi, nei nostri pensieri, che non riusciamo neanche a trattenere per più di 8 secondi (meno di un pesce rosso).

Ho comprato un paio di scarpe nuove, sono fatte per durare tanto tempo, e perché questa magia accada, la magia del durare nel tempo, stiamo imparando a conoscerci e per ora sto parecchio scomoda. Ma sono fiduciosa che troveremo un giusto compromesso.

Come si faceva una volta.

Di quella volta che un libro mi ha scelto

Ero di fretta come sempre, ma ho avuto la prontezza, di guardare la copertina e di vedere una montagna piena di neve.

Associazione basica, stavo andando a sciare, porto un libro con la neve.

In realtà lui se ne stava lì, nella pila dei libri da leggere che negli ultimi anni è cresciuta a dimisura se ne stava lì e mi fissava, e io l’ho preso.

Continuo a comprarli i libri, con meno frequenza, ma continuo a tentare di trovare il tempo di sedermi e perdermi nelle parole di qualcuno che a volte, come per miracolo, acquistano un senso anche per me.

Le storie in sé, anche se belle, ormai hanno perso fascino ai miei occhi, e quando vedo che la storia non mi porta da nessuna parte, la lascio lì, sospesa, che in fondo è una storia come un’altra, di cui mi importa poco.

Questa volta però la storia è stata terapeutica.

Le pagine una sera dopo l’altra, mentre tutti dormivano mi hanno portato in un mondo che mi è familiare, fatto di roccia e boschi, e acqua. Di silenzi e di cose non dette.  Di amizie fondate sui riti, sugli odori, sul ritmo dei passi fatti insieme, sul non detto che dice tutto, mentre la vita, fuori dai momenti dell’amizia, va avanti.

Mentre fuori tutto è fermo e silenzioso e bianco, dentro, tra le pagine, un’irrefrenabile onda di pensieri mi sposta dall’infanzia ad oggi e poi indietro e dinuovo avanti e mi mette davanti al fatto compiuto di cosa non mi piace e di cosa devo cambiare.

La storia mi rapisce, e sono lì con loro, con chi la vive,  abbiamo la stessa età da bambini e la stessa età da adulti. E mi riconosco in quel modo di vivere e sentirsi sempre un po’ fuoriposto, inadatta ai tempi che sono e aspiro a trovarlo, quel posto, ma lontano dal rumore di oggi.

Così le montagne che mi circondano e le parole che fluiscono e le montagne piene di neve fanno da sfondo a quello che da tempo so. Sto facendo la cosa sbagliata, stiamo facendo la cosa sbagliata, tutti. Stiamo andando verso una direzione che non porta da nessuna parte. Stiamo rincorrendo l’effimero, stiamo trascinando le nostre esistenze.

Leggiamo quello che qualcuno pensa sia di nostro gradimento, chini a testa bassa su un lavoro che ci regala brevi e progammate pause, alla rincorsa di un successo che tutti vorremmo ma facciamo finta di non desiderare. Racchiusi in banali e inutili stereopiti qualsiasi sia la nostra posizione. Pro o contro, indignati o indifferenti. Tutti catalogati in schemi mentali che non ci danno via di scampo. Anche chi fugge e cerca altro, altrove, lontano dagli schemi rientra in una categoria, quella “di quelli fuori dagli schemi”.

Senza tregua.

La storia mi porta in un posto dove per un pò di calore ci vuole una stufa a legna, per l’acqua ci vuole un pozzo. Mi porta in un paese dimenticato. Dove vorrei restare per sempre.

A volte sono i libri che ti trovano. Succede raramente, ma quando accade per un attimo tutto questo acquista un senso.

“Da mio padre avevo imparato, molto tempo dopo avere smesso di seguirlo sui sentieri, che in certe vite esistono montagne a cui non è possibile tornare. Che nelle vite come la mia e la sua non si può tornare alla montagna che sta al centro di tutte le altre, e all’inizio della propria storia. E che non resta che vagare tra le otto montagne per chi, come noi, sulla prima e più alta ha perso un amico.”

Paolo Cognetti – Le otto montagne -Einaudi

 

Di partenza, di ritorni e di empatia.

10 mesi fa, dopo un lungo periodo di lavoro solitario qualcuno dal profondo Nord aveva spedito una Napoletana a cui di Napoletano è rimasto solo l’accento a occupare la scrivania davanti a me. La faccenda, pur essendo io tendenzialmente allergica ai rapporti umani, mi aveva sensibilmente rallegrato la routine lavorativa.

Il fatto di avere qualcuno con cui comunicare una volta alzati gli occhi dal computer non era male. E francamente mi ero serenamente abituata a questa presenza. Non ho il dono dell’empatia. Mentre l’empatia è senza ombra di dubbio la qualità principale della Napoletana. Chiunque abbia bisogno di Parlare, parla con Lei che, sono sicura mentre ti sta chiedendo come stai ti spruzza il siero della verità e tu così, sei costretto a vuotare il sacco e a spifferare la rava e la fava.Continua a leggere…

La vita oggi, così com’è.

Ieri ho affrontato un classico lunedì di Roma Milano Roma. 6 ore di treno per pochi attimi di riunioni. Senza senso, ma che devi fare, così è la vita oggi.

Il clima sia atmosferico che mentale non era certo dei migliori, la cronaca internazionale del fine settimana (leggi Parigi) ha avuto su di me, come credo per molti altri, un effetto catalessi. Sono rimasta come immobile, inerme davanti a tutto questo.Continua a leggere…

Femminismo 3.0 capitolo secondo – #nonsolavoraregratis

#iononlavorogratisTra la lista dei gattini e il nuovo test “a che star somigli”, è notizia di ieri che a partire da questa settimana le donne che lavorano, lavorano gratis.

In pratica, a parità di ruolo e lavoro come ormai è noto gli uomini guadagnano 16,3% in più per ora lavorata rispetto alle donne. Questo fa sì che noi sceme lavoriamo gratuitamente 59 giorni all’anno.

E più mi sforzo di capire il senso di tutto questo, più mi rendo conto che sì il maschio schiavista che ti fa il colloquio chiedendoti come prima cosa se hai figli (e se non gli rispondi ti caccia) è uno stronzo; ma mai stronzo quanto noi donne, che siamo responsabili tanto quanto il lupo cattivo di tutto ciò.

Mai stronzo quanto chi dice sempre e comunque di sì, compreso lavoro extra e scarica barili che arrivano quasi sempre da colleghi maschi che “hanno il calcetto” il giovedì.

Mai stronzo quanto noi che magari saltiamo come pazze da una parte all’altra pur di non perderci nessun pezzo e poi inesorabilmente rimaniamo fuori dalla riunione dei grandi capi.

Mai stronzo quanto noi che sappiamo gestire la vita di bambini mariti parenti e colleghi, ma non siamo capaci di dare un senso a tutta questa fatica, troppo prese a dimagrire o a truccarci tra uno schiaffone lavorativo e l’altro.

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Fenomelogia del presuntuoso

La presunzione è una brutta bestia, è una cosa che ho capito già bambina. Un adulto molto intelligente in occasione di un mio scatto di stizza mi disse senza mezzi termini.

“Ricordati che TU non sei nessuno, non vali una cicca, neanche se diventi la donna più ricca e famosa del mondo. E le tue posizioni saranno sempre sbagliate per il 99% della popolazione. Quindi impara a star zitta e a ascoltare, Tu non hai la verità assoluta in tasca e non l’avrai mai.”

Le porte in faccia, e le culate per terra – parecchie – hanno fatto il resto. Quindi posso con serenità dire che la presunzione di avere ragione, la presunzione di avere la visione della vita giusta, o anche giusta per se stessi della serie io la penso così, voi fate come cazzo vi pare. Io vivo così, voi fate come cazzo vi pare. Il bene e il male, il bianco e il nero, sono una brutta bestia.

Poi ogni volta che ne incontro uno (sempre meno spesso grazie a Dio) rifletto e penso quanto dev’essere estenuante vivere su un piedistallo e starsene lì a guardare il resto del mondo che gira.Continua a leggere…