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Fallimenti programmati e vittorie certe.

Regola N1. Ad ottobre di ogni anno dichiara fallimento. Ti sarà di grande aiuto.

Un tempo mi sarei solo resa conto che la sessione d’ esame di settembre era andata a farsi friggere o, parlando della preistoria, che il buon proposito di cominciare bene l’anno scolastico si era rivelato un effimero pensiero tra l’ ultimo bagno al mare e l’ottobrata monticciana.

Nei primi anni da madre, il vano tentativo di organizzare l’anno mi ha visto soccombere addirittura a settembre. Adesso preparo le carte per la corte marziale (giudici anni 11 e 9) già ad Agosto. Sia chiaro, ho sempre la ferrea volontà di passare per quel processo di elaborazione del fallimento (personale e non economico) che è propria solo del genere femminile*.

Ma pare che il 2022 mi riservi delle sorprese scoppiettanti. Così mentre la corte si ritirava a deliberare sono successe cose incredibili che potrebbero , a discapito di tutti i bookmaker, ribaltare la situazione:

Wondernonna si è dimenticata uno dei giudici a scuola. Ma non ritardo… proprio dimenticata tipo: “nonna dove sei?” – ” a casa perchè?” – “nonna dovevi venire a prendermi!”

10 punti a mamma che se li è dimenticati a scuola un sacco di volte, ma non ha mai ammesso il misfatto dando la colpa al traffico.

Programmare il proprio fallimento è abbastanza terapeutico. Hai modo di girare pagina lasciando vuoto lo spazio che di solito avresti occupato con i sensi di colpa. E quello spazio vuoto lì, quella assenza di colpa, quella è la vittoria più grande. E’ una vittoria certa.

In questo strano mondo che non capisco un granchè, dove tutto acquista un significato enorme ogni giorno senza che niente metta radici per più di 2 giorni le vittorie certe fanno bene.

Quel senso di leggerezza nel vedere da fuori la giostra che gira ma tu no. E’ un’emozione incredibilmente potente. Dichiarate fallimento, va bene qualsiasi mese dell’anno.

E passate a fare cose più divertenti.

*I maschi non lo sanno che la parola fallimento include anche sfere NON economico lavorative , non diteglielo.

Lettera di Compleanno N 15. ZENO 11.

Le 7 di mattina di mattina in una pensione greca sono l’inizio del tuo tanto atteso compleanno. 

Siamo in alto, il mare si vede in lontananza.

Apri gli occhi. Un enorme sorriso esplode sulla tua faccia, ti cantiamo tanti auguri, sarà la prima di lunga serie durante la giornata; tua sorella accanto nel letto, tuo fratello piccolo in mezzo papà ed io in piedi.

Stretti tutti in una minuscola stanza d’albergo.

Ci aspetta una giornata di visite e viaggio. Meta finale un tuffo in piscina con vista mare.

Siamo in giro da qualche giorno, se possibile quest’anno andiamo ancora più lenti.

Rallentiamo, papà ed io, di anno in anno, quasi scientemente, il ritmo delle vacanze. Nella pia illusione che prendere la strada più lunga dilati il tempo a nostra disposizione.

Macchina, traghetto, macchina, traghetto per raggiungere una Grecia che oggi sarebbe accessibile in poco più di due ore.

Ci abbiamo messo 4 giorni questa volta.

La scelta della pensione fuori dal tempo viene ricompensata da una lauta colazione, fatta di torte appena sfornate, di pane, di marmellate in barattoli di vetro, fuori norma Asl sicuramente. Di frutta tagliata da prendere con le mani, di cose antigeniche. Lontane dal covid.

Siamo a tavola e sorridi, ripeti ossessivamente che oggi è il tuo compleanno e noi stiamo alle tue decisioni. Fa quasi fresco in questa estate rovente e L’oracolo di Delphi ci aspetta per darci speriamo, una speranza nel futuro. 

In cima arriviamo secondi, dopo una famiglia spagnola, siamo al terzo o quarto tanti auguri, tra le proteste perenni del nano più giovane depredato, per oggi, del monopolio della parola e dell’attenzione di tutti. 

L’oracolo non si è pronunciato.

Gita culturale finita, ci trascini per gli orridi negozi di souvenir alla ricerca del tuo regalo. Tentenni pure tu tra quelle brutture e alla fine ti arrendi all’evidenza che nulla può essere comprato. Sarai ricompensato pochi metri più in là da felpa maglietta e camicia scovati per caso. This is Sparta recitano… anche se siamo a Delphi, ma che importa?

Di nuovo colazione su una terrazza vista mondo, tra chiacchere e sorrisi, e un ennesimo giro di tanti auguri. Ad ogni tappa cantiamo, mentre le proteste dal basso per questa bizzarra impresa aumentano.

Di nuovo in macchina, su un passo di montagna, e con tuo sommo entusiasmo passiamo per una nota località sciistica greca, con nolo sci, negozi di attrezzattura rigorosamente vista mare.

Scendiamo dal passo e cantiamo, ancora. 

Ci attende un traghetto dei primi anni 60 rosso fuoco che ci riporta sulla stessa isola. 

E’ così lento che viene quasi da ridere. Fissiamo il mare, alla ricerca di delfini che sia io che tu sappiamo già non vedremo. 

Parliamo; della scuola nuova che verrà, delle tue incertezze adulte, e penso a questi 11 anni. Che segnano un tempo veloce ma lento. 

Dicono gli esperti che i figli ti ascoltano o meglio ancora, ti sentono, solo fino ai 12 anni. Poi la vita se li porta via. Il corpo è ancora con te genitore per qualche tempo, ma è solo il corpo e la necessità basica di avere un tetto sulla testa e di mangiare un pasto.

Se gli esperti hanno ragione mi sono rimasti 12 mesi di te. E mentre scrivo oggi, fisso il blu davanti a noi e penso che la vita è andata esattamente al contrario di quello che avevo pianificato. Per fortuna. 

Così eccoci qui: tanti auguri lenti lenti Zeno. Che questo blu e questo Meltemi ti restino addosso nell’anno a venire. Che questa ultima semplice e serena estate d’infanzia ti resti dentro e sia l’appiglio migliore a stare ben radicato nella tempesta di cambiamento che ti aspetta. 

E per un’ultima volta, Tanti Auguri a te, Tanti Auguri a te, Tanti Auguri a Zeno… Tanti Auguri a te.

Futuro Anteriore e la scuola media

E’ arrivato il tuo tempo descritto e agognato,

è arrivato il futuro che hai tanto decantato.

E’ oggi quel giorno di cui parli da sempre,

quel futuro così lontano che oggi è presente.

Alle 4 finisce il presente da bambino,

alle 5 il futuro diventa vicino.

Mi dicono gli altri che è stato veloce,

questo tempo elementare che sembrava feroce.

Non penso davvero che il tempo sia volato,

ho le rughe, son più vecchia, mentre tu sei maturato.

Il tempo così lungo l’ho sentito ogni giorno,

la fatica, la paura e la felicità tutta intorno.

Da domani un grande salto nella nuova avventura,

ma è il Futuro anteriore che oggi fà più paura.

Sarò stata capace di insegnarti la vita, o quanto meno,

sarò stata sufficiente nel mio compito ingrato

nel lavoro di madre dove commetto reato.

Il reato di assentarmi e lasciarti sbagliare,

troppo? troppo poco? in ogni caso andrà male.

Ma il Futuro Anteriore invece è tuo alleato,

quello semplice è andato, morto, archiviato.

Questa forma verbale ti darà sicurezza,

indica eventi, esperienze che avverranno con certezza.

Il futuro Anteriore te lo impongo da oggi,

per amare senza paura e coltivare nuovi sogni.

Fuori dal tubo.

Oggi sono di carta e penna per cause di forza maggiore.

Ieri, io, mani di burro, ho lanciato il telefono di piatto sul sanpietro Romano e si sà , il sanpietrino non perdona. Così dalle ore 20.30 di ieri sono fuori dal tubo. Attimi di smarrimento, ma giusto attimi e poi una sensazione di … e va beh pazienza ci penso domani.

Domani è oggi e del mio telefono restano poche cose da salvare aihmè. Giusto foto e rubrica perché ovviamente è TUTTO nel telefono. Backup recente, non pervenuto. Tempo stimato di ripristino delle funzioni digitali , dalle 2 alle 3 settimane. E sono qui con un vecchio PC (direi 8 anni/9 anni) da cui accedo all’esenziale: Mail, banca, dropbox.

Così mentre lavoro come si lavorava 10 anni fa, faccio l’elenco delle cose che vorrei fare.

Corso di panificazione selvaggia; che io sta’ cosa del lievito ancora non me la spiego. Dura 3 ore direi che posso affrontarlo in sostituzione dell’ora di cazzeggio sui social, sommata alla mezz’ora di lettura dei gruppi waap quotidiani, più le 2 ore di polemiche sulla chat di scuola.

Viaggio a cavallo lungo il tratturo del Molise. Sì lo sò non ha un cacchio di esotico, ma si fa , sono i vecchi sentieri della trasumanza e non potendo programmare nell’immediato futuro un viaggio in Montana, stufa di rimandare, ho scoperto che anche il tratturo del Molise può avere il suo fascino. AAA cercasi compagna di viaggio che il marito non ama l’equino.

Selezionare, stampare, e incollare le foto del 2021. Lo faccio tutti gli anni. È un buon esercizio di gratitudine nei confronti della vita. Scegliere, ordinare e poi incollare le foto una ad una è un processo che ti impone di tenere ogni attimo vissuto tra le mani per almeno 30 secondi. E se quel momento è su foto ci sono ampie possibilità che sia uno di quelli belli, per cui dire grazie. Ci sediamo vicini io e lui, a fare questo esercizio ogni anno, lui ordina io incollo, anche perché la mia memoria da pesce rosso non metterebbe in fila neanche gli eventi della scorsa settimana.

Ci sono stati anni in cui abbiamo riepito così tanti fogli, da dover incollare le foto vicinissime, quasi sovrapposte, per non doverne scartare troppe. E invece anni in cui le pagine usate dell’album erano davvero poche. Gli anni con poche pagine, una volta incollati tutti i pezzi si chiudono con un rituale quasi catartico. Io di solito sfoglio le pagine e ho la faccia contrita, quasi delusa, magari sospiro, Lui appoggia la sua mano sulla mia e mi dice: ” dove ti porto quest’anno?” È  una domanda che racchiude così tante promesse, così tanto impegno, così tanta pazienza, che ogni volta che accade, cancella la fatica e la delusione. C’è in quella frase un senso di aspettativa e promessa che implica non solo una garanzia di nuove avventure ma anche una consapevolezza unanime che è andata male, motivo per cui ci impegneremo entrambe a fare meglio. Di nuovo. Insieme.

Tutti dovrebbero stampare i loro grazie e tenerli tra le mani almeno una volta l’anno.

Fenomenologia della salvia fritta.

Vi siete mai chiesti perché quando le grandi famiglie si riuniscono si mangia senza sosta?

I pranzi familiari li hanno inventati perché è l’unico modo per tenere insieme le grandi, grandissime famiglie. A bocca piena tutto si svolge secondo strane energie cosmiche ed è la telepatia che regola le tensioni.
Con la bocca piena è difficile litigare, piangere, spiegare, discutere.

È un sorriso verso la macchina fotografica mentre mangiate l’ennesima salvia fritta che suggella il fatto che sì, in fondo, è tutto ok. Anche se di ok non c’è proprio niente in quel momento. E vorresti dire che dall’altra parte della barricata ci sei già stata. Sei stata già quella in mezzo alla guerra di bombe che espolodono accanto a te e dopo le prime 4 , non le senti neanche più. Che lo sai com’è sentire che è andato tutto a puttane. Ma in famiglia, le cose, non si dicono. Si sentono.

Si sente la sofferenza, e si fa finta che non ci sia. Si scacciano via i pensieri – non i tuoi – ma quelli di chi mangia la salvia fritta accanto a te. Per una sorta di osmosi e con la sola forza del primo, secondo, dolce , caffè e ammazzacaffè, si soffoca la sofferenza.

A questo servono quelle montagne di cibo alle riunioni familiare. A con-dividerlo. Io dalla parte sbagliata ci sono finita abbastanza presto. E ero arrabbiata che nessuno mi abbracciasse e mi dicesse – è tutto ok – ora passa. Ero arrabbiata di essere sola in mezzo alle bombe e anzi, spesso le bombe erano fuoco amico.

Poi la guerra cessa e tu sopravvivi, ti spolveri i pantaloni, aggiusti la camicia e sai cosa vuoi dalla tua di vita. Alle abbuffate di famiglia ci arrivi preparata. Sai che niente si dice, e che la quantità di cibo ingerita è direttamente proporzionale al problema.

Così, davanti a un piatto di salvia fritta, chi ti porge il bicchiere di vino e dice che è buona anche la melanzana ti sta dicendo che ti vuole bene. Se nel frattempo prendi un tovagliolo e lo porgi a chi ti sta vicino, per evitare il dramma macchia da olio di frittura, allora quel qualcuno saprà che ci sei, che è tutto ok. Che tutto passa.

Le grandi, grandissime famiglie viste dall’alto, sono semplicemente formate da micronuclei che hanno un componente di contatto. Tipo puzzle. Il tassello di incastro altro non è che un estroverso che si insunua nel micronucleo vicino, e fa da collante. Gli angoli e i lati, pur facendo parte dello stesso puzzle, non si parlano, non si incontrano e non hanno nulla a che spartire. Ma inevitabilmente concorrono tutti a comporre il mosaico, e cosa più importante di tutte e tenerlo in piedi. Si trovano di solito su posizioni diametralemente opposte su tutto ma restano lì a fare da cornice. Sono quei pezzi, tuttavia, che la salvia fritta non la assaggiano neanche per sbaglio.

Lettera di compleanno N.14 – 8 anni G

Guelfo, più di mese di ritardo, ma avevo bisogno di una giornata tranquilla per scriverti la mia lettera di auguri e di giornate tranquille non ce ne sono molte. 8 anni, ed è stato un super compleanno, un mese fa. Eri felice. Lo so perché hai questo modo di ringraziare (raramente) che è totalizzante.

Nei tuoi grazie fatti di abbracci fortissimi, e di sorrisi immensi, c’è un senso di assolutezza che non saprei neanche come spiegare. Sarai un uomo dai grandi eccessi, credo, come estreme sono le tue reazione al mondo.

A settembre hai deciso che in terza, saresti andato bene a scuola al contrario del disastro dell’anno precedente. Lo hai deciso per ottenere un gioco entro dicembre. Lo hai deciso, e lo hai fatto. Così da ultimo della classe improvvisamente dal giorno 1 hai smesso di perderti le cose, hai smesso di non fare i compiti hai smesso di non partecipare. Hai deciso che volevi qualcosa e senza grandi drammmi lo hai ottenuto. Così, senza sforzo. Avrei voluto strozzarti.

In questo perenne alternarsi di giorno e notte, nei tuoi umori, nelle tue passioni, è passato un anno in più ed è stato bello. Perché al di là del momento storico, è un buon momento per noi due. In un equilibrio stabile, fatto di assurde conversazioni da adulti tra una mamma di 40 e un figlio di 8. Lo so che durerà poco e che tra pochi mesi tutto sarà sottosopra ed è per questo che mi piace adesso. Mi segno di nascosto sul telefono le frasi assurde che dici. E’ un momento storico molto complicato, non so cosa ti ricorderai di questo, spero poco e spero che la paura, la paralisi a cui il mondo si sta arrendendo non siano un sentimento che tu possa percepire.

Perché al di là del virus, delle regole, dei limiti che questa assurda, assurda pandemia ci sta imponendo, il dolore più grande, per tutti, credo sia ormai l’assenza di emozioni. E’ uno strano circolo vizioso a cui sono sottoposti forse – spero- solo i grandi. Siamo passati da momenti di dolore, e panico, a una stasi, un’anestesia del non vivere in attesa che tutto passi.

Sono due anni che ci illudiamo di vivere invece mi rendo conto, tu mi fai rendere conto, che galleggiamo, rimbecilliti dai numeri, dalle teorie, dalla falsa promessa di un futuro miracolosamente normale. E nel frattempo aspettiamo, che tutto passi, cercando di non provare paura – tecnicamente di non provare emozioni.

Ed eccoti qui, con i tuoi eccessi, che mi ricordi costantemente che la vita non può e non deve essere una linea piatta su cui tracciare la propira esistenza. Così mi arrabbio, tantissimo, e rido, tantissimo e la tua faccia mi ricorda che no, non possiamo e non dobbiamo aspettare oltre.

Seguono i miei auguri amore. Che sia un anno di montagne russe, che la scuola vada benissimo, e poi malissimo, e poi di nuovo benissimo. Che tu possa meravigliarti e urlare e dire le parolecce e venir rimproverato e piangere e poi ridere di nuovo. Che tu faccia scoperte incredibili, fuori dallo schermo e fuori di casa. Che la vita ti sorprenda – come è giusto che sia. Io dal canto mio sarò sempre “eccessivamente” lì accanto.

Buon compleanno.

“E quando li cattura una definizione…”

…il mondo è pronto a una nuova generazione” cit.Lorenzo

Ho la cartella delle bozze piena di roba che non riesco a pubblicare, la leggo e mi pare banale. Mi chiedo sempre prima di cliccare su PUBBLICA, se davvero ha senso CONdividere. Le rileggo – senza attenzione ai refusi lo so – ma le rileggo in modo maniacale, le cose che scrivo.

La cartella bozze piena di roba che non pubblico, cose banali, noiose, al limite del ridicolo. Ed è in giornate come questa che mi chiedo se non sia il caso di schiacciare semplicemente su invio e buttare tutto fuori, qui sull’Internet.

A volte mi perdono la noia e la banalità, soprattutto quando sfoglio riviste patinate di giornalisti/e serie che se ne escono ancora con cose tipo: LA “NUOVA GENERAZIONE E IL RAPPORTO CON I BOOMER”.

Ne avevo 16 di anni la prima volta che lessi su IO Donna un stronzata del genere.

Mi chiedo: davvero nel 2021 è necessario pubblicare la merda nelle bozze dei giornalisti? No, perché non posso credere che un direttore abbia esplicitamente chiesto a un giornalista di fare un pezzo generazionale.

Pensare davvero di poter scrivere qualcosa sui “giovani” mi pare una barzelletta. Lo sentite quanto suona male anche solo leggerla questa frase. Lo pensavo a 16 anni quando scrivevano “su di me” lo penso ora a 40. Questa insulsa tendenza a dimenticare, e liquidare chi sta vivendo quello che tu hai già vissuto è una cosa che mi manda fuori di testa. Io oggi di 16 – 20 enni ne frequento molto pochi, e le rare volte che succede, la sento la distanza che c’è. C’è un modo che ci separa e quel mondo non è colmabile, non è incasellabile, non è comunicante. Siamo noi che guardiamo loro, loro a noi non ci vedono proprio. E’ come fossimo tutti invisibili.

Ed è giusto così.

Perché questa distanza generazionale andrebbe coltivata, la lontananza tra generazioni è un mondo di cose non dette, non condivise. Era un mondo fatto di regole non dette, quando ero io nella casella Pischella, regole che mi sono servite nella vita molto più di tante cose ripetute fino alla nausea. La distanza permette a loro – quelli nuovi – di scegliere la strada, e non per merito nostro, ma per demerito di chi da quella casella lì è già passato, e ha la pretesa di sapere come si sta.

Non è così. Loro sono lì adesso, ed è un mondo tutto diverso, così loro non capiscono i tuoi racconti perché il panorama è completamente cambiato. Immaginate la stessa sensazione che avete quando siete tornati in un posto dopo tanti anni. Il posto è lo stesso, la spiaggia non si è mica mossa. E anche il baretto è sempre lì. Ma non è più lo stesso. Non bisognerebbe mai tornare nei luoghi dove si è stati felici. Ti deluderanno inevitabilmente.

Stamattina leggendo l’articolo, ho pensato che ai giornalista e agli editori che tirano fuori dal cilindro delle bozze il pezzo generazionale andrebbe fatto un corso di – butta la bozza. Ve lo tengo io. Gratis.

Supponevo, stupidamente, che la mia di generazione avrebbe avuto almeno la lungimiranza di non farlo neanche il tentativo di compredere. Invece Generazione MZXY , boomer contro Millenial, caselle, definizioni, usi e costumi dei popoli della notte. Come nel libro di storia. Mentre leggevo ho avuto quasi l’istinto di sottolineare e ripetere ad alta voce…

Possiamo fare un patto? Accettiamo serenamente che NO non parliamo la stessa lingua che i loro 16-20 anni non sono i nostri. Che possiamo guardarli ma non possiamo capirli, non possiamo comunicare. Possiamo vivere di silenzi. Mentre loro pensano che siamo dei coglioni e noi pensiamo che non capiscono un cazzo.

E che a un certo punto sta cosa di scriverci sopra… la possiamo pure relegare agli storici quando scriveranno.

Era il 1992 io cantavo Tempo, di Jovanotti…. e quando li cattura una definizione, il mondo è pronto a una nuova generazione.

PUNTO.

Lettera di Compleanno – N.13

Scrivo ormai solo per i vostri compleanni, ho inziato con il tuo, 8 anni fa e mi sono ripromessa di non smettere, anche se fermasi a fare il punto diventa sempre più difficile. Un tempo fissare le parole mi rendeva facile affrontare la giornata, oggi ho la cartella delle bozze piena di parole incompiute. Non scrivo da Aprile.

10 anni i tuoi. 10 anni sono tanti e gli ultimi 18 mesi valgono come fossero 5 tutti insieme. Il mondo lì fuori sembra impazzito, arrivato quasi all’esplosione finale, ma questo non possiamo dirtelo, ne io ne papà.

Perché abbiamo il dovere morale di pensare che avrete un futuro e che sarà un futuro felice.

10 anni di te, 10 anni da mamma, 10 anni di sorrisi e di silenzi. I tuoi sempre più lunghi, sempre più riflessivo, ormai mi cerchi solo la sera prima di andare a letto. In questa vita simbiotica che per tuo fratello è diventata la normalità è stata l’inverno dei distacchi.

Primi week end fuori a sciare da solo, primi centri estivi lontano da casa con tanto di primo amore da me ignorato scientemente – se non te lo ricordassi quando leggerai chiedimi di Renee. Cerco disperatamente di mantenere un legame, un filo sottile che ti riporti da me quando ne avrai bisogno. Cantiamo a volte. E mi stringi la mano mentre cambiamo insieme le marce mentre guido; sì sei seduto davanti se non siamo in città.

Al buio mi prendi la mano e la stringi una volta, rispondo con una stretta decisisa, poi due strette, replico con la stessa sequenza. Arriviamo di solito a tre e poi appoggi la testa alla mia spalla – perché ormai arrivi lì- e io ti stringo.

Le parole si fanno sempre più rare. Non so mai se rispettare i tuoi silenzi o se insistere. Mi parli di videogiochi di cui non mi importa un fico secco e ho scientemente deciso che non farò la “mamma amica” che impara il linguaggio dei figli per stargli accanto. Lo trovo sbagliato. Sarò tua madre, non mi resta che accettare la distanza che aumenta e aspettare che tu ti sieda accanto a me.

Ho una lista infinita di cose da fare con te appena sarà possibile adesso che sei grande. Sono egoisticamente elenchi di ricordi da lasciarti per quando sarai lontano.

Ieri seduti su una panchina, mangiavamo un giropita in un micro porto greco. In sottofondo la voce del Pope che recitava la messa nella chiesa lì accanto; le luci del porto soffuse e poche persone intorno a noi. I piedi nella sabbia e noi 4 seduti a mangiare. Ti ho detto: ” da grande quando parlerai di me, puoi dire che mangiare un giropita in porto in grecia è la mia concezione di felicità”. Ricordo numero 1 . Fatto.

Sono passate settimane dal tuo compleanno, festeggiato in famiglia e riempito di regali. Ho dovuto mettere una distanza da qual giorno. Avrei voluto stringerti e supplicarti di smettere di andare avanti. Di fermarti un attimo. E solo oggi guardando il blu greco oltre il mio computer posso farti gli auguri di buon compleanno e dirti quanto sono grata di averti nella mia vita e immensamente felice di quello che sei.

Così anche quest’anno eccoci arrivati agli Auguri: che sia un anno di grandi emozioni, e di mille scoperte, che sia l’anno della tua crescita. Che tu possa smettere di preoccuparti del giudizio altrui e possa dire e fare e vivere esattamente quello che desideri.

Che tu possa smettere di preoccuparti per ciò che ci circonda. Che le brutture del mondo non impattino troppo. Che tu possa sentirti amato, e considerato e protetto. Ancora per un pò. Che tu possa essere coraggioso, come sei già e che quest’anno sia un tuffo incredibile come quello di ieri nel mare più bello che c’è

Tanti Auguri Zeno

Con amore

Mamma

PAROLE AL VENTO

Dovrei scrivere di te, ma guardo questo foglio bianco da giorni e non una parola esce dalla mia mente.

Dovrei prendere spunto dalle 5 lettere che ti definiscono e costruirti attorno un mondo, una giornata, un momento, un monologo.

O forse sarebbe meglio attingere a un ricordo lontano che ti ha come protagonista?

Meglio, ti inserisco solo come sottofondo, come accenno, come pretesto per un racconto più intenso.

E dove dovrei metterti poi? Al mare d’estate, come banale segno di libertà e felicità, come rappresentante di spensieratezza mentre scompigli i capelli di una bambina? O di una donna pensierosa?

Oppure in montagna, freddo, gelido e cattivo mentre ferisci la pelle di un uomo malato d’amore alla ricerca della sua unica metà.

Continuo a guardare il foglio e senza speranza mi arrendo al fatto che non so descriverti, non so “usarti” non so analizzarti. Non so far altro che ipotizzare incerte tracce che puntualmente cancello con ticchettio nervoso della tastiera.

E anche adesso mentre ti scrivo con il cuore aperto, mi sembra di vederti, che ridi sornione, soddisfatto per avermi messo in difficoltà.

Perché, mio caro vento, vento d’estate, vento freddo, vento di pioggia, vento di lacrime e sorrisi, vento di giorni felici, vento di giorni tristi, vento d’odio, vento d’amore; mio caro vento, non saprei cosa sarebbe stata la mia vita senza di te. 

Ti ho cercato da sempre, per alzare le onde, per gonfiare la mia vela; ho provato a domarti, ad amarti, ad odiarti. Sei in tutti miei giorni felici, sei in tutti i miei giorni difficili. E non c’è pioggia e non c’è sole e non c’è neve e non c’è ghiaccio che possa prendere il tuo posto.

Sei aria, vita e soprattutto, sei rinascita. Sei passato, presente e futuro.

De Gregori dice che “Pioggia e sole abbaiano e mordono ma lasciano, lasciano il tempo che trovano” e quel tempo sei tu, mio caro vento.

Allora resta con me ancora per i giorni futuri e ti prego, non smettere mai di girarmi intorno.

365 giorni fa…

Non sapevo cosa fosse un Coronavirus, quanto puzzano le mascherine chirurgiche, e non sapevo che ne esistessero di vari tipi, non sapevo cosa fosse L’RT né una curva epidemiologica.

365 giorni fa, non sapevo usare la piallatrice, non sapevo lavorare il legno, non sapevo di ricordare ancora l’analisi grammaticale tanto da insegnarla a mio figlio ma sapevo che la pazienza non è tra le mie doti.

365 giorni fa sapevo di avere un carattere di merda, e pensavo che quel carattere mi avrebbe salvata quando la merda sarebbe arrivata al collo. Sbagliavo.

Ci ripetono ossessivamente che siamo all’ultimo miglio, all’ultimo tratto di tunnel. Ma siamo tutti cosapevoli che ci stanno prendendo per il culo. Lo vede chiunque che oggi è il covid 19, domani sarà XCTR.

Sarà il 20 ennio delle pandemie, amplificate da morbose descrizioni e immagini di malati sui social media; malati mostrati senza alcun rispetto al mondo intero. Giornalisti invitati e inviati ancora oggi dopo 365 giorni nei reparti del dolore a sezionare i sintomi di chi suo malgrado forse non ce la farà. Senza alcun rispetto per la dignità del malato, nel nome di non si sa quale diritto di buttare in piazza un dramma senza precedenti.

Un racconto indegno, masochistico e immorale del dolore, del dramma. La tv del dolore. Solo che questo è un dolore che ci travolge tutti.

Il progresso, la globalizzazione, il movimento di noi tutti, ci ha presentato il conto. Ci ha tolto la libertà di muoverci, di respisrare, di viaggiare, di lavorare di sorridere, di cenare, senza morire o peggio senza rischiare di far morire chi ci sta accanto. Siamo tornati indietro nei secoli, dove se ti muovi, se stai fuori, rischi.

365 giorni di questa merda mi hanno ricordato e dato prova che l’uomo (in senso di maschio) davanti al dramma, al panico e all’imprevisto, salvo rare eccezioni, si paralizza. E il potere che detiene da secoli, e le posizioni di dominio che sfrutta, gli si sgretolano tra le mani, in un altalena perenne tra inadegutezza di chi non sa chiedere aiuto e supermachismo di chi pensa di poter sfidare il mondo, per ritrovarsi poi comunque dalla stessa parte. Dalla parte di chi ha fallito.

Che poi riducendo la faccenda ai minimi termini è sempre la stessa scena: noi che dobbiamo partorire i loro figli e loro che svengono.

365 giorni fa sapevo di avere amiche con le spalle larghe, adesso so che tutto possono. Sia quelle fuori dagli schemi sia quelle che sembra stiano seguendo una linea retta. Che poi la linea retta è solo una sensazione.

365 giorni non c’èra la Bertè che magistralmente riassumeva così il senso di tutto:

Sono il padre delle mie carezze e la mia madre delle mie sperienze, sono figlia di una certa di fama…sono una figlia di Lorendana…. col MASCARA e la Bandana… Tu che giudichi il mio cammino, prova a farlo su questi tacchi.”