Dio c’è… è statistica!

Mi immagino sul pianerottolo di casa, seduta sulle scale, con le buste della spesa mezze rotte una a destra e una sinistra. Le mani tra i capelli, accucciata e nessuno che passa. Finalmenete posso piangere, di rabbia, di fatica, di sfogo, di pancia.

Così mi immagino, invece sono dentro casa e devo sorridere mentre per la milionesima volta dalla nascita dei figli , tutti i programmi, tutta l’organizzazione, tutte le cose fatte, sono andate a puttane.

Che poi dopo un pò ci dovresti aver fatto l’abitudine, in fondo ormai sono passati anni dalla prima volta.

IO invece ogni volta che si spappola tutto nei due minuti che il termometro ci mette a misurare la febbre, ogni volta, vorrei imprecare in aramaico.

Così di nuovo, è giugno, e ancora una volta uno dei nani è malato abbastanza da fottersi e fotterci una 40ina di giorni. Ovviamente sono i 40 giorni in cui non hai nessuno che ti aiuta a casa, sono i 40 giorni in cui è finita la scuola, in cui avevi pagato il centro estivo extra, in cui avevi cene, aperitivi, compleanni.

Reggi il colpo, dinuovo e trovi qualcun’altro che ti aiuti con 2 bambini malati in casa e l’ufficio che chiama… riorganizzi, incastri, corri, cucini, conti le ore tra un antibiotico e l’altro, al telefono cerchi medici, uno, due tre. Lavori.

Lo fanno tutte le ALTRE madri pensi, ma francamente che cazzo di conforto è.

Aperta parentesi. Mia madre, come tutte le madri, quando chiedevo di fare qualcosa come gli ALTRI mi diceva: “se gli altri si buttano dal ponte ti butti anche tu?” e io rispondevo sempre “no”. Quindi col passare degli anni, gli ALTRI/ALTRE sono diventati un entità totalmente inutile. A me che anche le ALTRE siano qui ad arrancare come me, non me ne frega un emerita mazza. Della serie, se soffrono gli altri perché dovrei soffrire anche io? Ecco l’altra faccia della medaglia di un’educazione “differente”. Chiusa parentesi.

E poi c’è il fattore ansia che ti ammazza, le notti in cui non dormi.

Avanti, nuova giornata, nuova organizzazione, altro giro altra corsa. Le montagne russe di Gardaland al mio umore di questi giorni, gli fanno un baffo.

Stacco, come in una squallida commedia americana dove alla fine del secondo atto sembra tutto perduto, la botta finale.

Resti sola.

Con una telefonata secca anche l’ultimo aiuto ti abbandona, “me spiace seniora viola”. Porca eva. Minuti di panico totale. E ora?

Atto terzo: Dio si muove a pietà, e fa squillare il tuo cellulare.

Dall’altra parte della cornetta c’è Mary Poppins, che chiamava per sapere se state tutti bene, che era un pò che non ci sentiva… vorresti scoppiare a piangere al di là della cornetta ma ti trattieni. Mary Poppins, dopo aver ascoltato il tuo edulcorato racconto e la tua camuffata disperazione ti comunica che ha 3 settimane libere e può venire a aiutarti, dalla mattina successiva (9 ore dopo in pratica).

Attacchi, ti siedi, respiri, fumi 6 sigarette, impugni il cellulare e scrivi un WAPP alla tua amica:

“Dio Esiste , domani arriva Mary Poppins a casa per 3 settimane”

Amica mia, non può andare sempre tutto storto… è statistica”

Dio esiste, ed è solo … statistica.

Poveri papà moderni.

Quando arrivano davanti a scuola hanno quell’andatura incerta, irregolare. La si confonde con uno zoppichio dovuto a quel continuo chinarsi verso il basso per sentire i figli che gli parlano, ma sono proprio loro che sono incerti.

A un primo sguardo sembra si muovano con fare sicuro, con movimenti secchi; molti hanno il più piccolo sulle spalle, per fare prima, e il più grande per mano. Ma mentre attraversano da un parciapiede all’altro è facile coglierli in fallo. Hanno quell’attimo di lucidità negli occhi dove il loro neurone “maschio” si chiede cosa diavolo ci facciano lì. Alle prese con grembiuli da infilare merende da controllare.

Poi, come chi cade per terra e si rialza al volo nonostante la culata dicendo “NON MI SONO FATTO NIENTE” per evitare la figuraccia, allo stesso modo rientrano dentro questo nuovo schema che gli è stato imposto dai tempi moderni. E a cui sommessamente si sono dovuti adeguare per non essere bollati come “retrogadi, misogini, maschilisti”.

Ma la mattina, le poche volte che non ho fretta anche io, mi siedo un attimo sul motorino prima di ripartire e li guardo arrivare e, niente si vede proprio che navigano ancora a vista. Questa prima generazione di papà moderni, che proprio non si capacita di quello che sta facendo.

Potrei classificarne almeno 6 tipi ma i miei preferiti sono due: i papà delle femmine, e i papà sportivi.

I primi, i papà delle femmine, hanno quel sorriso rassegnato sul viso, e un amore sconfinato nel cuore, mentre aggiustano la gonna di tulle e fanno la coda di cavallo alla figlia; che vorrei tanto abbracciarli e dire loro: “vai ti prego, vai, lo faccio io, non lo dico a nessuno. Vai a farti una birra alle 8 di mattina parlando di tette e con rutto libero, che non posso guardarti mentre fai tutto questo, mi piange il cuore a pensare alle volte che avresti voluto semplicemente tirare due calci a un pallone o meglio ancora, fregartene del tutto e startene in mutande sul divano”. Mi viene un pò da proteggerli, forse perché il mio, che è un papà di femmine, non c’ha mai capito un cavolo di code da cavallo e gonne e tulle. Ma per sua fortuna ai tempi non era necessario partecipare alla vita dei figli, e in effetti non ricordo grandi accompagni da piccole (neanche di mia madre per la verità, ma questa è un’altra storia).

Gli altri, i papà sportivi, eroi personali dei propri figli, credono di aver trovato la quadra facendo cose con i propri figli e li cogli in fallo ancora più facilmente. Nel preciso instante in cui il nano malefico chiede qualsiasi cosa più complessa di cibo o tecniche sportive. Perché questa cosa del parlare, di farsi delle domande e dare anche delle risposte sensate mentre sali le scale della scuola, magari alla semplice domanda, “papà ma Dio esiste?” – che te la fanno sempre mentre corri da una parte all’altra e spiazza madri e padri di ogni genere- ecco al papà sportivo, questa cosa di dare un senso alla vita per la quale loro stessi il senso non lo hanno mai trovato, lo fa crollare in ginocchio. Lo vedo che si accascia dentro e vorrebbe solo girarsi e cedere le manine che tiene strette – al limite della sopportazione del bambino che passerà la giornata a massaggiarsi – a una qualsiasi delle mamme accanto.

Anche stamattina me ne stavo lì a pensare a quante cose un pò “ridicole” abbia prodotto l’emancipazione femminile e i poveri papà moderni sono una tra queste. Per carità, non che non sia una manna dal cielo tutto questo dividersi i compiti , è solo che a loro poverini, bisogna dirlo, questo ruolo viene proprio una schifezza.

Non mi resta che sperare che i miei di figli (maschi) diventino padri un pò più partecipi del mio, ma anche un pò meno di quelli di adesso, che la coda di cavallo è una cosa che non gli verrà bene mai, nei secoli dei secoli 🙂

Cose a caso – wish list

In ordine sparso.

cose belle che vorrei e non comprerò:

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E non le coprerò perché sono troppo pigra per andare nei singoli negozi a cercarle…

Ma se Italia arivasse questa app qui io sarei la cliente numero 1:

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In pratica, dopo esserti registrata e aver dichiarato più o meno che gusti hai…ogni mese (o anche ogni 15 giorni) ti mandano a casa una scatola piena di vestiti da proporti.. paghi solo quello che tieni e la spedizione è gratuita (andata e ritorno).

Ovviamente so già che non arriverà mai.

 

 

Di quelle volte che faccio cose fuoriluogo con soddisfazione.

1001004005749934Ci sono volte che a dispetto di tutto e di tutti, ho come un senso di fierezza che mi accompagna per qualche ora. E mi lascia un ghigno sulla faccia, come adesso che scrivo al volo questo post facendo finta di essere concentrata su una cosa di lavoro.

Sono quei giorni in cui faccio cose mandando a quel paese il “politically correct” che un po’ ci ha rotto le palle.

E’ successo questa mattina, quando indolente non mi sono alzata dal letto all’ora stabilita, ho supplicato in aramaico LUI di portare entrambe i nani a scuola, mi sono girata dall’altra parte e mi sono rimessa a dormire.

Peccato che dopo un’oretta di beato sonno mattutino è squillato il cellulare, e no, non era l’ufficio, era la scuola, quindi ho dovuto necessariamente rispondere.

SCUOLA: “Signora buongiorno, Lei si ricorda che oggi aveva segnato che sarebbe ventuta a leggere ai bambini?”

IO: ” Ah emmm argh beh..”

SCUOLA RISATA:” Eh lo sapevo che si era dimenticata, che fa, ce la fà oggi? Così so come organizzarli”

IO: “ah emm argh beh sì ok arrivo tra 30 minuti”

E questa è una delle mie attività preferite: mi lancio per mero senso di colpa, o emulazione delle mamme TOP,  in attività extra per i figli, di cui puntualmente mi dimentico data e l’orario, ma soprattutto OGGETTO. Così  stamattina mentre cascavo dal letto al bagno cercando di darmi una parvenza di decenza, ho spremuto le meningi come mai in vita mia, per tentare di ricordare cosa fosse questa attività della storia da leggere. Ma senza successo.

Il lavoro però ti insegna l’arte dell’improvvisazione quindi prima di uscire ho associtao la parola lettura alla parola libro e ho preso un Beatrix Potter originale (che va tanto di moda ‘sto periodo) e me lo sono infilato in borsa.

Arrivata a scuola un guizzo: “cazzo il laboratorio di lettura”. Ovvero mamme TOP che ad inizio anno propongono di rimpolpare la libreria dell’asilo comprando dei libri da una lista ben precisa per poterli leggere ai bambini e poi regalare il libro alla scuola alla fine del simpatico siparietto.

Così sono entrata, sperando di poter leggere il libro di qualche altra mamma fica che sicuro qualcuna ne aveva comprati 2. Invece no, tirchiacce di merda, uno a testa ne hanno comprato, tutte rigorosamente seguendo la lista assegnata.

SCUOLA: “Mamma di NANO2 vuole la sediolina piccola così sta all’altezza dei bambini?”

Quanto mi manda fuori di testa quando ti chiamano #mammadi che ormai è diventata una parola tutta attaccata…

IO: “No per carità quella grande va benissimo che ginocchia in bocca anche no”

SCUOLA: ” Sicura, perché se si mette su quela piccola è al loro stesso livello.”

IO: “mmmm NO grazie quella grande va bene.”

40 paia di occhi puntati su di me, inizio a leggere puntualizzando che questo è il libro di Peter Rabbit, quello vero, non quello dello film che hanno visto al cinema.

Le Maestre storcono la bocca, io leggo – velocemente – in modo che nessuno mi interrompa o faccia domande.  I nani, non so se per la velocità con cui leggevo una storia in effetti lunghetta (con disappunto delle maestre ovviamente per la velocità e per la lunghezza), o per l’enfasi che mettevo nelle parti relative a castigo e urla, sono stati zitti muti.

Finita la storia, si avvicinano i BBA (brutti bambini altrui) e in coro recitano: “Adesso regaliamo il libro alla scuola!” allungando quelle manine sporche per prenderlo e metterlo nella libreria di classe.

E la mia lingua stava per dire “col cacchio bambinetti miei che vi mollo a voi e alla scuola questa edizione limitata trovata a fatica..”

Mi ha salvato NANO2 urlando ” NO!!!!!!!! Quello MIOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO”.

SCUOLA:” Ma Guelfo, tutti hanno regalato il libro alla scuola…”

IO:” Amore – occhiata fulminea alla maestra della serie capiamoci immediatamente –  non ti preoccupare, mamma ha solo fatto un pò di confuzione e invece di prendere il libro che abbiamo comprato ieri per la libreria di scuola ha preso il tuo stamattina”

NANO:”Mamma, noi non abbiamo comprato nessun libro per scuola, tu eri a prendere il sole ieri.”

IO:” Ciamo amore ci vediamo a casa dopo ok?”

Nell’androne della scuola ho tirato fuori il pacchetto di sigarette, e mentre ne accendevo una un senso di soddisfazione ha pervaso il mio corpo: per l’indignazione delle maestre, per lo stupore/disappunto degli altri bambini, per la felicità/sorriso del mio che poi è l’unico che dovevo far contento, e per la figura di merda appena fatta.

 

 

Ho trovato una cosa a Palermo

Una fuga di poche ore, per stare un pò da soli.

Una fuga al sud, perché il sud del mondo al nord “gli sega le orecchie” e questo in Italia vale anche di più. E’ al sud che si va quando vuoi rallentare, passeggiare, mangiare, respirare. E’ al sud che vai se vuoi sorridere, quando vuoi VIVERE. E allora Sud, Palermo 48 ore.

Turisti a caso, con la pancia piena di cibo e una bottiglia di vito di troppo nelle vene; gli occhi verso l’alto a guardare un concentrato di storia, di bellezza, di degrado, di rinascita, del tempo che fu, del tempo che rinasce, della gente che cammina dritta, che guarda avanti e ti fissa negli occhi quando ti parla, di gente che si ricorda il tuo nome quando glielo dici.

Turisti a caso. E compriamo un coniglio pasquale di marzapane da un piccolo scout: “Agesci Palermo 14 ” mi dice e arrossiche quando deve parlarci. Il piccolo scout è vestito con una divisa in finto fresco lana verde, che solo a guardarla mi viene da grattarlo tutto e strappargliela di dosso, per liberarlo da quel prurito, ma lui sorride imbarazzato mentre aspetta di essere pagato. Sembra uscito da un film di Tim Burton il nostro scout, volevo portarmelo a casa e dirgli di non cambiare mai mai mai.

Turisti a caso intorno alla fontana della Vergogna, e a passeggio per la Vucciria di notte, con i palazzi “bombardati” e vuoti, e il vociare di gente che vive, e sorride e ti sorride, perché la vita è bella.

Turisti a caso mentre ascoltiamo il discorso di Leoluca Orlando per i Laureandi 2018, davanti a tutta la città.

Turisti a caso a prendere il sole sdraiati per terra sul selciato del lungomare, a sbriciare tra i palazzi rifatti della Kalza e in cerca di cibo e vino, tra una risata e l’altra.

Turisti a caso, a passeggio di notte, con la città illuminata a giorno, e i palazzi che risplendono, e un misto di gente e razze e cibo e odori, che nel giro di 10 metri ti confondi e pensi all’Egitto, alla Spagna, al Centrafica e ti sembra come di essere al centro del Mondo.

Turisti a caso la domenica delle Palme dentro la basilica di Monreale mentre fuori piove o a passeggio sulla spiaggia di Mondello vuota e fredda.

Turisti A CASO; perché a Palermo, “programmare” è da imbecilli. Una Palermo che rinasce, mi racconta uno che l’ha vista crollare e ora la vede ripartire, una Palermo che non deve dire grazie a nessuno per il miracolo a cui sta assistendo, ma solo a sé stessa.

Così mentre ascolto un orribile concerto di musica Indie in uno strepitoso bar nascosto della città, infilato in un vicolo buio, con delle poltrone anni 50 buttate per strada che fanno da intralcio alla via, ci mettiamo a chiaccherare con sconosciuti che mi guardano negli occhi, non hanno telefoni in mano e ascoltano quello che dico.

Ho trovato una cosa dentro l’aria di Palermo, ho trovato l’aria che sa di PACE: in pace con quello che è stato, con quello che sarà, pace tra chi vive male e chi invece ci vive bene a Palermo. E hanno trovato un punto di incontro i due mondi a Palermo, tra chi ha e chi non ha niente.

C’è Pace tra i sapori dei piatti che pur venendo da nazioni diverse non fanno a cazzotti, pace tra i mendicanti di colori e lingue diverse, pace tra marito Afro Americano tasferito da NY e moglie Palermitana che non sono una coppia “cool” sono una coppia punto e basta.

Palermo mi ha sorpreso, e non me lo aspettavo, a Palermo, ho visto il mondo del Futuro.

Marta ed io

Marta ed io siamo nello stesso ufficio da 10 anni. Non si può dire che siamo amiche però, io e Marta, ci conosciamo abbastanza bene ormai.

Stamattina dopo qualche giorno di “silenzio stampa” siamo andate a berci un caffè al bar insieme.

Marta ha la mia età e ha un figlio, il secondo non lo fa perché dovrebbe cambiare casa, quella in cui vive e su cui paga il mutuo è piccola e nella stanza di suo figlio il letto a castello non entra. E poi con due figli sua mamma, che la aiuta il pomeriggio, non ce la farebbe.

Marta è la seconda di tre fratelli, il nonno era proprietario di una pasticceria a San Lorenzo, il padre ingegnere e la mamma maestra. Da piccoli facevano delle bellissime vacanze estive e spesso anche un viaggio a natale. I nonni avevano anche una seconda casa in Calabria.

La pasticceria ha chiuso una decina di anni fa; per via delle tasse, del quartiere che è molto peggiorato e della posizione che da felice è diventata infelice. I genitori di Marta la aiutano quando possono, ma anche il loro tenore di vita è molto cambiato negli ultimi anni.

Marta mi dice spesso che il passaggio da “felici” a “occhio alle spese” è una cosa che all’inzio non percepisci, si insinua lentamente. E nel giro di 10 anni sei passato dal chiederti dove andare in vacanza al “ce la faremo a farci una vacanza?”

Marta è la nipote di un pasticcere che ha lavorato sodo tanto da consentire al figlio di diventare un ingegnere.

Poi è stato il turno di Marta che è salita sull’ascensore sociale, ha spinto il bottone e si è accorta che l’ascensore andava in discesa. Dentro, suo nonno che non si gode la pensione, suo padre che arranca e lei con un figlio e una casa piccola piccola su cui paga il mutuo.

Marta, viene in ufficio in macchina che non è sua, è in affitto, così può scaricare un pò del costo dalle tasse, perché ovviamente  Marta è una partita IVA. Qualcuno direbbe che è un’ auto in sharing che fa tanto fico nella nuova economia mondiale dove tutto è in affitto e niente è proprio (perché nessuno può più comprare, non perché è fico affittare tutto).

Invece la macchina è semplicemente a rate (ma rate di affitto, no di acquisto). Il padre di suo figlio invece, avendo l’ufficio più vicino ci va in bici e non perché è ecologista…

Marta nelle giornate no, quando magari ha dormito poco, si alza, porta il figlio a scuola si immerge nel traffico ed è circondata da strade distrutte, palazzi crepati, immondizia, è la strada che la porta qui in ufficio, la stessa che faccio io. E’ brutta davvero. Ma a Marta, giustamente, dà ancora più ai nervi che a me.

Marta fa il mio stesso lavoro, abbiamo anche qualche amica in comune, ha frequentato il mio stesso liceo. Potrei dire che Marta è un po’ come me.

Marta ed io non siamo amiche ma ci conosciamo da tanti anni, da quando Marta non faceva i conti per arrivare a fine mese e veniva ogni tanto in ufficio con paio di scarpe nuove. E’ tanto che non la vedo con scarpe nuove.

A volte penso a Marta e alle tante Marte che conosco, che certo hanno un tetto sulla testa e un pasto caldo, ma anche occhiaie sul viso, e degrado che li circonda, e conti da pagare e pochi svaghi oltre alle ore felici con un solo figlio e mi immagino le loro facce quando magari ogni tanto hanno la forza di ascoltare o leggere qualcosa di politica.

Abbiamo preso il caffè in silenzio stamattina, poi lei mi ha guardato, ha alzato le spalle e mi ha detto: “Non ho niente da perdere, vivo arrancando”. Ho pagato il caffé, perché era il mio turno, e ho annuito.

Marta ha votato cinque stelle domenica, io no. Però forse ha ragione Marta, io sono solo (temporaneamente) sulla riva più fertile del fiume.

Di quella volta che un libro mi ha scelto

Ero di fretta come sempre, ma ho avuto la prontezza, di guardare la copertina e di vedere una montagna piena di neve.

Associazione basica, stavo andando a sciare, porto un libro con la neve.

In realtà lui se ne stava lì, nella pila dei libri da leggere che negli ultimi anni è cresciuta a dimisura se ne stava lì e mi fissava, e io l’ho preso.

Continuo a comprarli i libri, con meno frequenza, ma continuo a tentare di trovare il tempo di sedermi e perdermi nelle parole di qualcuno che a volte, come per miracolo, acquistano un senso anche per me.

Le storie in sé, anche se belle, ormai hanno perso fascino ai miei occhi, e quando vedo che la storia non mi porta da nessuna parte, la lascio lì, sospesa, che in fondo è una storia come un’altra, di cui mi importa poco.

Questa volta però la storia è stata terapeutica.

Le pagine una sera dopo l’altra, mentre tutti dormivano mi hanno portato in un mondo che mi è familiare, fatto di roccia e boschi, e acqua. Di silenzi e di cose non dette.  Di amizie fondate sui riti, sugli odori, sul ritmo dei passi fatti insieme, sul non detto che dice tutto, mentre la vita, fuori dai momenti dell’amizia, va avanti.

Mentre fuori tutto è fermo e silenzioso e bianco, dentro, tra le pagine, un’irrefrenabile onda di pensieri mi sposta dall’infanzia ad oggi e poi indietro e dinuovo avanti e mi mette davanti al fatto compiuto di cosa non mi piace e di cosa devo cambiare.

La storia mi rapisce, e sono lì con loro, con chi la vive,  abbiamo la stessa età da bambini e la stessa età da adulti. E mi riconosco in quel modo di vivere e sentirsi sempre un po’ fuoriposto, inadatta ai tempi che sono e aspiro a trovarlo, quel posto, ma lontano dal rumore di oggi.

Così le montagne che mi circondano e le parole che fluiscono e le montagne piene di neve fanno da sfondo a quello che da tempo so. Sto facendo la cosa sbagliata, stiamo facendo la cosa sbagliata, tutti. Stiamo andando verso una direzione che non porta da nessuna parte. Stiamo rincorrendo l’effimero, stiamo trascinando le nostre esistenze.

Leggiamo quello che qualcuno pensa sia di nostro gradimento, chini a testa bassa su un lavoro che ci regala brevi e progammate pause, alla rincorsa di un successo che tutti vorremmo ma facciamo finta di non desiderare. Racchiusi in banali e inutili stereopiti qualsiasi sia la nostra posizione. Pro o contro, indignati o indifferenti. Tutti catalogati in schemi mentali che non ci danno via di scampo. Anche chi fugge e cerca altro, altrove, lontano dagli schemi rientra in una categoria, quella “di quelli fuori dagli schemi”.

Senza tregua.

La storia mi porta in un posto dove per un pò di calore ci vuole una stufa a legna, per l’acqua ci vuole un pozzo. Mi porta in un paese dimenticato. Dove vorrei restare per sempre.

A volte sono i libri che ti trovano. Succede raramente, ma quando accade per un attimo tutto questo acquista un senso.

“Da mio padre avevo imparato, molto tempo dopo avere smesso di seguirlo sui sentieri, che in certe vite esistono montagne a cui non è possibile tornare. Che nelle vite come la mia e la sua non si può tornare alla montagna che sta al centro di tutte le altre, e all’inizio della propria storia. E che non resta che vagare tra le otto montagne per chi, come noi, sulla prima e più alta ha perso un amico.”

Paolo Cognetti – Le otto montagne -Einaudi

 

Gennaio

Gennaio è il  mese dei buoni propositi, è il mese delle partenze, a me invece viene una gran nostalgia:

per l’anno passato,

per i tempi che furono

per il tempo sprecato

per il cibo ingerito

per le notti mancate

per il sesso non fatto

per i figli troppo accuditi

per i concerti mancati

e per i viaggi rimandati

La nostalgia è un sentimento che mi è congeniale. Mi piace farmi trasportare da un flusso di pensieri dove i SE ed i FORSE la fanno da padrone.

Le opzioni, i bivi, le decisioni, i cambi improvvisi di rotta sono il sale di questa breve esistenza. Me ne accorgo ogni giorno di più come questo tempo sia breve, brevissimo, come mi stia sfuggendo dalle mani. Quando la routine si fa più intensa, inizio a scalpitrare a fare programmi di grandi avventure, di viaggi lontani, di cambi di vita.

La fantasia mi porta a una festa da organizzare, a persone da conoscere, a nuovi lavori senza senso da intraprendere. L’irrequietezza, quell’agitazione che dicono con il passare degli anni si attenui, io invece ce l’ho sempre lì. Nello stomaco. Certo con il tempo ho imparato a gestirla, mi agrappo a Lui con tutte le forze e compro una guida Lonley Planet per la prossima breve vacanza programmata. In pratica sono un luogo comune vivente.

Se avessi 20 anni oggi, 30 gennaio 2018, sarei già partita per un posto a caso. E se ci penso è quello che ho fatto più volte, quando potevo. A me non è la resposabilità che mi angoscia, è la perdita di tempo. E’ il tempo che mi rubano a lavoro, il tempo che mi rubano i figli, che fosse per me ne passerei con loro la metà della metà. Ma mica perchè li amo di meno, è solo che che l’unico tempo che è ben speso è quello dove mi muovo, con Lui.

Ecco forse è questo stare fermi che mi prende allo stomaco. Mi  prendeva già da bambina. La morsa. E la sento più forte a gennaio. Adesso, da adulta, invece dei buoni propositi, faccio la lista dei cattivi propositi; che sono molto più divertenti e mi danno molta più pace.

Più Lui, meno figli

Più alcol la sera, così la mattina mi sento morire e vorrei solo dormire, ma devo alzami e devo andare in ufficio (e è bello anche questo)

Far tardi, mangiare cose fritte e burrose e ridere.

Più soldi spesi per niente.

Più vestiti improbabili

Più trucco

Più scarpe con i tacchi alti

Più uscite in pigiama per accompagnare i bambini a scuola – sì lo faccio e non me ne vergogno

Più musica, ad alto volume, molto più alto

Più balli

Più km in macchina

Più vita disordinata

Più vita disorganizzata

Più assenze in ufficio

Più amiche

Più cose fuoriluogo

Più vita

 

Lettera a Walt 

Caro Walt,

Ho appena finito di fare la doccia e di mangiare qualcosa che davvero potesse tirarmi sù il morale dopo una giornata all’inferno. Prezzo del biglietto (del treno) andata e ritorno 15 euro.

Walt, te lo dico, devi fare qualcosa per fermare questo scempio che disonora non solo il tuo nome, ma che ti sta portando dritto dritto nella top 5 delle persone maledette da ogni genitore che varca la soglia di Disneyland Paris.

Ora, io lo capisco che i tuoi scagnozzi a Napoli proprio proprio non potevano scendere a compromessi per costruire il tuo parco europeo,  ma Walt tra Napoli e Parigi c’è mezza Europa di mezzo!

Però diciamocelo a Napoli intanto non avresti visto nessuno vestito da sci con Moonboot pelosi e giacche fluo che ti assicuro, nel parco stonato parecchio con i  colori pastello delle tue guidelines.

Nessuno a Napoli avrebbe mai è poi mai servito quella merda di cibo e quello schifo di gelato e quella orrenda accozzaglia di pasticceria. Vogliamo parlare della bellezza dei tuoi visitatori con in mano un supplì o un trancio di pizza fritta? Dei friarielli? Un cartoccio di mare? Va beh sorvoliamo.

A Napoli poi sono abbastanza certa che oltre alla fila normale e al Fast Pass (uno solo per diamine) in qualche modo avremmo inventato un biglietto ultra mega top che dava diritto a saltare tutte le file del mondo

Inoltre come in ogni posto civile che si rispetti dei bagarini avrebbero venduto a caro prezzo l’ingresso dal retro per le attraction. E i genitori avrebbero potuto vantarsi di aver trovato quello più bravo e addirittura scambiarsi i numeri di cellulare sottobanco.

Nessuna delle tue storie è politically corretto Walt!  E senza un Paperon de Paperoni che sorpassa tutti e un Gastone che botta di c… becca il mega Pass , ma che Disneyland è?

A nessun bambino per di più  sarebbe mai stata vietata nessuna attrazione per una stupida questione di cm. Ma che è? “A creatura ti pare che poteva restare fuori dalle space mountains”?

E poi vogliamo parlare della gestione dell’imprevisto alle montagne russe che oggi ha generato 2 ore ripeto 2 ore di fila? Ma che ne sanno i francesi della gestione dell ‘emergenza?  I francesi che come risposta alle invettive di chi stava in fila da ore e si è visto cacciato via, hanno improvvisato solo un semplice vaffanculo, per di più in francese perché 2 parole di inglese mai, va contro i loro i princìpi nazionalisti.

A Napoli una cosa così non sarebbe mai successa e lo sai anche tu… come minimo la fila sarebbe stata allietata da venditori ambulanti dei tuoi gadget o con una bisca improvvisata con tanto di melanzana alla parmigiana offerta dalla signora di turno. Ricorda … anni e anni di code sulla Salerno Reggio Calabria ci hanno reso più forti e più creativi.

Walt vogliamo parlare della parata di oggi? Walt!!! Per diamine; i ballerini intirizziti, bianchi come cadaveri, semi morti. E i carri? Ma vuoi mettere con quelli che avremmo potuto fare noi? Te lo ricordi si cosa facciamo a carnevale Walt?

Mi fermo qui Walt , non posso affrontare anche l’annosa faccenda di posti lasciati vuoti su navi volanti e macchinine scontro per l’ incapacità a stipare il turista in luoghi angusti (e noi lo sai siamo i re in questo), o sulla totale mancanza di controllo del personale che lavora al parco.

Per chiudere Walt te lo dico, qualcosa in tuo potere devi fare, perchè sappi che avanti così, il giorno del giudizio prima ancora che Dio si pronunci su di noi, saremo noi a giudicare te: colpevole.

Colpevole di aver creato l’ inferno in terra e ti metteremo in fila, per sempre, al freddo, sotto la pioggia , insieme ai francesi che non parlano una parola sola della tua lingua.

Con affetto, una mamma morta

Violante

Lettera di compleanno – Guelfo 4


Caro Guelfo,

Le tradizioni sono tradizioni quindi, dopo i bagordi natalizi, cominciati proprio il giorno del tuo compleanno… eccomi qui a scriverti qualche riga per onorare all’impegno preso.

Lo confesso, sono in difficoltà perché l’unica cosa che mi vien da dire sull’anno appena passato con te è “solo” una lunga lista delle cose che mi fanno arrabbiare unite alla presa di coscienza che non so assolutamente che pesci prendere davanti a un adulto capriccioso rinchiuso per sbaglio dentro al tuo corpo.

Detto questo se mi concentro ci sono un po’ di cose da 4enne che grazie a dio ogni tanto fai.

Mi piace,a volte , quando ti presenti alle 6 di mattina in camera perchè vuoi dormire con me, anche se entrando sbatti la porta e inizi a blaterare frasi sulla scomodità del tuo letto. Ma quando ti azzittisci e ti accoccoli augurandomi buonanotte  è sempre un momento magico.

Mi piace quando alla fine delle nostre quotidiane litigate, dopo le urla, dopo le punizioni, dopo il tentativo di un dialogo tra pari quando tutto, miseramente, fallisce, ti affacci alla mia porta ti appoggi allo stipite con una spalla e esclami per farmi contenta : ” e va bene… scusami”.

Mi piace quando ti metti a contrattare sul tempo ma alla fine ti stufi, tagli corto dicendo che io non sono affatto gentile.

Per il prossimo anno in ogni caso sappi che no non ti insegnerò a leggere … e sarà sempre vietato guardare i compiti di tuo fratello…mi ci manca questa. E al contrario contro il tuo volere imparerai ad andare in bicicletta, a sciare, a nuotate e a fare tutto quello che un bambino di 4 anni dovrebbe fare. 

Ti auguro amore mio che il prossimo anno ti veda meno intento a fare il grande e più felice di essere piccolo. 

Che tu voglia essere meno al centro dell’attenzione e possa imparare ad avere meno paura del mondo che tanto ti atterrisce.

Che chi ti circondanna la smetta di farti fare il giullare e ascolti finalmente il senso di quello che hai da dire, non la sua forma.

Ti auguro amore di sorridere di più e piangere un po’ meno e lasciarti accompagnare per mano, almeno da me e tuo padre. 

Ancora auguri Guelfo, che questo sia un anno magico con amore mamma.