La vecchiaia secondo me

Ognuno ha i suoi rimpianti nella vita, chi più, chi meno, io mi sento fortunata perché se davvero davvero mi sforzo di fare la lista, alla fine dei conti, uno solo me ne viene in mente.

Io volevo fare la maestra di sci. E poi non so perché non l’ho fatta. Avevo fatto tutte le procedure per iniziare le selezioni, visita medica etc etc, avevo il tempo, un pò senza falsa modestia avevo anche le capacità;  quindi buone possibilità di riuscire a passare il corso.

Poi non so perché non sono andata avanti. Sono fondamentalemente una pigra, quindi al momento quello che mi restituisce la memoria oggi, a distanza di 17 anni sul giorno in cui mi sarei dovuta applicare davvero è probabilmente una atavica incapacità di prendere la macchina guidare fino al Terminillo, procurarmi un casco che all’epoca non era obligatorio ma che serviva per le selezioni, e andare a morir di freddo. Così quel giorno non sono andata e adesso ogni volta che infilo gli scarponi un pò sono felice un pò mi rode.

Negli anni la neve è stata l’unica cosa che mi ha fatto alzare le chiappe dal divano; ho studiato più velocemente e meglio per avere il permesso dai miei genitori di stare piantata in montagna; ho guidato i venerdì notte uscita dal primo lavoro anche 6 ore di seguito per fare solo 2 giorni di sci, tornando la domenica notte. Ho sofferto il freddo in modo incredibile, mi sono fatta male un sacco di volte. Ho sciato anche incinta con i pantaloni sbottonati e Lui che mi allacciava gli scarponi a cui non arrivavo, non si dovrebbe lo so ma mi levava la nausea.

Ho sciato anche tutta rotta, puntualmenete piena di acido lattico e dolori  non avendo fatto nient’altro per i precedenti 9 mesi.

Ho chiamato mio figlio Zeno…

Il week end scorso sono tornata a sciare dopo i soliti 9 mesi di divano:

  • il viaggio di andata  è stato atroce
  • mi ha fatto male tutto già dal secondo giorno e non dal terzo come di consueto
  • ho avuto tanto tanto freddo  che mi sono fermata due volte in rifugio a scaldarmi – meno 17 gradi è freddino in ogni caso

E per un attivo ho pensato… ma chi me lo fa fare? E’ stato solo un istante ma così nitido che ho percepito esattamente cosa e quando sarà la vecchiaia per me. Sarà il giorno in cui la mia proverbiale pigrizia avrà la meglio anche sulla neve.

PENSIERO CATTIVO #2

Che possano sparire le palestre e i raduni tra sportivi

Che tutta la gente FIT intorno a me da domani si svegli con la pancia di un bevitore professionista di birra

Che l’acido lattico colpisca tutti quelli che fanno sport più di una volta al mese

Abbasso le maratone, le ciclostoriche, e tutti gli “amatori” di sport vari

Che lo spot nike “JUST DO IT” sia portatore di Virus infestando così le tv di mezzo mondo

Lo sport è una faccenda seria, lasciamola a chi lo fa di professione.

 

L’invidia fatta mamma

 

Il tema posso dire con certezza che è trito e ritrito, ma oggi cospargendomi il capo di cenere vorrei fare un sincero elogio alle tante odiate vituperate mamme perfette.

E’ sì perché diciamoci la verità, ormai quello di dissacrare il mito e la figura della mamma/donna perfetta è diventata una banale scusa per noi pigre per non affrontare la vera verità sulla faccenda.

E allora senza indugi posso asserire che le mamme normodotate o pernientedotate come me provano in cuor loro un unico reale e ben distinto sentimento: INVIDIA.

L’invidia che poi mascherano per disprezzo della perfezione altrui, o peggio ancora, lo mettono in dubbio.

Invece mie care donne imperfette, dovere rassegnarvi al fatto che siete nate nella categoria sbagliata. Non c’è niente da fare. I vostri figli non saranno ben vestiti in ogni occasione, sbaglierete quasi tutto in merito alla loro educazione e vita sociale. Voi avrete sempre i capelli sporchi, e sarete sempre vestite alla berlinese (pescando vestiti dall’armadio al buio).

Voi dimenticherete continuamente le attività extrascolastiche, e tutto quel che riguarda i vostri figli per un solo e semplice motivo, non avete una marcia in più.

E potete continuare a schernirle, a boicottarle, a dichiararle false e bugiarde, ma la vera verità è che loro sono brave, e noi, NO.

Io personalemente ho due mamme perfette proprio vicino vicino, non credo di averle mai viste scomposte, ah e ovviamente hanno anche una brillante carriera, che ve lo dico a fare.

Qualche settimana fa, con largo anticipo sui miei standard, chattavo con una di loro per organizzare il natale, lei aveva già fatto tutti i regali…

PENSIERO CATTIVO #1

Spero vivamente che le mamme perfette siano colpite da diarrea fulminante e non riescano a tenerla davanti alla scuola.
Che la seconda volta succeda sui pacchetti di natale già pronti da novembre. 
Che il natale le trovi impreparate con i capelli unti lo smalto sbeccato, le calze smagliate.
Ma questo sappiamo tutte che è solo un sogno.

Il temp(i)o del silenzio

Lo impari col tempo il valore del non detto, che quasi sempre è meglio tacere invece che parlare. Lo impari a rilento e con molta fatica e in tanto per strada quello che scorre è la vita.

In questi tempi di rumori forti, mi chiedo come facciano i miei bambini ad ascoltare i loro pensieri, io a malapena senti i miei. Troppo presi a controllare quello che pensano gli altri di noi (anche loro). A fare cose, a lasciare il segno, a diventare i numeri uno i più bravi, i più magri, i più belli, alla ricerca spasmodica esattamente di cosa non lo so.

Si profilano tempi bui all’orizzonte, il mondo non è che se la passi proprio un granché.

Il silenzio è una cosa che andrebbe coltivata, una materia a scuola, un obbligo a casa. Non c’è niente di male, penso, a  non aver niente da dire, o ancora meglio a tenersi per sé le proprie opinioni; a coltivarle, ad approfondirle.

“Torna quando ti sarai FATTO un’opinione” mi dicevano.  Il che presupponeva che tu dovessi approfondire/studiare prima di aprire bocca.

“Non parlare a vanvera” insieme a “smettila di aprire bocca e dargli fiato” andavo spesso in parallelo.

Mi chiedo allora perché abbiamo smesso di farlo. Tacere.

Tacere , invece di esprimere un giudizio su qualcosa o spesso qualcuno che , non ci riguarda.

Tacere quando vorremmo sfogare le nostre frustrazioni sul primo malcapitato.

Tacere quando parliamo di massimi sistemi di cui, diciamoci la verità, non conosciamo nient’altro che i titoli senza senso letti distrattamente sui social.

Tacere quando i figli ci chiedono qualcosa che non sappiamo, tacere quando qualcuno se ne sta lì seduto davanti a noi senza dir niente.

Il silenzio, in fondo, mi pare sia un bel posto dove stare.

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Il treno della vita

Mio nonno materno, che non ho mai conosciuto, è stato un incredibile protagonista nella storia del giornalismo italiano, non lo dico io ovviamente, ma chi l’ha conosciuto e chi lo ha letto.

Non ho grandi notizie su di lui, e versioni cotroverse sulla sua proverbiale antipatia/simpatia. On line non si trova praticamente niente , perché nessuno della famiglia si è mai messo a digitalizzare quella montagna infinita di libri/carte/ articoli/ quadri che sono ad oggi stipati a casa dia mia madre, mia nonna e in quella che era la casa di mia zia Laura .

Ogni tanto però leggo qualcosa, non spesso per la verità. Una fotocopia annerita di quelche articolo preso quà e là e che poi puntualmente perdo. E capita che, al di là dell’italiano ormai in disuso, capita che qualcosa mi piaccia.

Così ho pensato che ogni tanto quel qualcosa dovrei trascriverlo qui ,nella sezione letture. Antipatico o Simpatico che fosse.  E per iniziare, partirò dalla fine. “Questo è l’ultimo articolo che Virgilio Lilli ha inviato al Corriere della Sera durante la malattia che lo ha portato alla morte.”

IL TRENO DELLA VITA

Provo una bizzarra sensazione in questa mia ultima malattia. Questa sensazione è che la mia vita sia stata un treno. E che io mi sia trovato sul  locomotore: il mio treno, lungo lungo, agganciato dietro. E che sul treno fosse caricata la mia intera esistenza: le mie robe, mie mie, solo mie, così mie, da confondersi, quasi con me stesso che stavo sul locomotore; così mie da potersi perfino chiamare “io”, come me, appunto, appollaiato lassù a guidare. Laggiù, negli ultimi vagoni del mio lunghissimo convoglio, ecco la mia natività, la mia puerizia, la fanciullezza, la mia famiglia di bambino; ecco mia madre giovane, ecco i fratelli; e poi la scuola, e poi i compagni, e poi le prime passioni della vita. E le scoperte: la scoperta di Dio, della morte, della donna, della cultura, della violenza, della guerra. E il lavoro. E mia moglie. E le amicizie, i compagni di lavoro, i viaggi, i libri, i quadri, i dolori, i figli, le felicità, le tragedie. Eccetera eccetera. 

Mi trovavo su quel treno che pareva non finisse mai; e io sempre affannato a guidare, sempre a rimettere il locomotore in moto verso il paese degli anni: Vent’anni, Trent’anni, Quaratanta, Cinquanta. Ero sul locomotore ma ero anche sul treno, a completare i carichi sui vagoni stracolmi: libri, quadri, scritti, necrologi, perdite di amici, la morte del padre, poi della madre. Croci, anche sul mio treno (sull”io” del mio treno). Il carico straripava, e ne arrivava sempre di nuovo: le rabbie politiche, gli odi, le antipatie, le simpatie. Le malattie, persino; e la pietà, gli slanci.

Avevo un fuochista sul locomotore: mia moglie, credo. Sessant’ Anni. In quel paese devo scrivere due, tre libri, far tre mostre, devo anche scendere dal locomotore e andare in paesi lontani; poi, ancora da quella stazione, riprendere la strada col treno sempre più carico della mia esistenza, ormai proprio gonfio di roba, di tutto.

Ed ecco, di colpo, sessantotto anni. Mia moglie, il fuochista, è scesa. Chissà dove sono i miei figli: chissà cosa fanno sul treno. Sul mio treno che non sento più mio. Tutta la mia vita era lì stipata, ammucchiata (ma anche ordinata) non l’avverto quasi più. Forse l’ho sognata, era una favola. Mi volto; il treno, dietro di me è scomparso. A una stazione intermedia devono averlo sganciato (lì deve essere scesa mia moglie): Anche il locomotore è diventato minuscolo, leggero come vetro. Correndo tiene appena le rotaie.

Dovrebbe essere notte ma i fari non occorrono più. Anzi mi viene incontro una luce grande e violenta, che mi fa piangere: brucia gli occhi e li inonda – letteralmente – di lacrime. Non posso abituarmi a questo bagliore. Fisso il locomotore, così vecchio e fragile. Per abitudine mi volto indietro, ma so che il treno non c’èpiù da un pezzo. Anzi mi pare che il mio locomotore, solo e leggero, stia salendo dietro la luce, come attratto da una calamita. La luce si fa più forte e violenta, mi fa piangere, piangere. 

Non era vera la vita. Anche il treno era una favola; favole la nascita, la fanciullezza, la guerra, il lavoro, l’odio, lamore, i vivi e i morti. Favole anche i miei sogni, come specchi nello specchio; e i miei libri, i miei quadri. Anche Dante, Beethoven, Raffaello, Leonardo, Michelangelo, il calcolo sulla resistenza dei materiali, la geometria analitica non erano veri. Sogni, sogni.  Io non ero”io”.

Non ho rimpianti (come potrei, se nulla è vero) non ho desideri. Vado, soltanto, verso questa luce: attratto – irresistibilmente – da questo fiammeggiante mistero. Lo conoscerò. Entrerò nella dimensione in cui i sensi non sono cinque, ma l’infinito. Vado a incontrare “IO”: esso prenderà concistenza attraverso quel “contingente alfa”, che ho sempre creduto di inseguire in sogno, nella illusione metafisica.

Sempre l’ho inseguito: su quel locomotore, dalla fanciullezza alla malattia di oggi.

Questa è la mia sensazione. E’ la morte?

Cronache da un matrimonio

Non c’è un giorno esatto in cui puoi dire che sia nata la vostra amicizia, non c’è perché non è stata una scelta quella di crescere insieme. Insieme stavano i nostri genitori insieme siamo state noi, in vacanza, non in vacanza, in città al mare in montagna a scuola. In barca sotto al sole, in montagna al freddo e al gelo.

Io c’ero quando litigava con la mamma, lei c’era quando io non potevo litigare con la mia. Io c’ero quando si è sfracassata una caviglia sugli sci, da ferma, ridendo. Io c’ero quando era natale, lei c’era quando era pasqua. Eravamo insieme a Londra la prima volta, eravamo insieme i week end quando partivo con i miei genitori e passavo a prenderla il venerdì pomeriggio e la riportavamo la domenica sera.

Lei era lì e io ero lì che lo volessimo o meno. Come le sorelle che non puoi mica sceglierle. Lì.

Poi le strada si fa tortuosa e a volte si separa a volte si incontra, magari nelle occasioni più formali, ma sei sempre lì, come se il tempo non fosse mai passato. Come se ti fossi vista il giorno prima. E tutto scorre, ogni tanto agli incroci ti incontri, ridi, passi un week end in barca insieme, una festa di compleanno, una settimana in montagna, e poi più niente. Silenzio e i mesi passano.

Avanti per la propria vita, per la propria strada, e di nuovo un incrocio, e di nuovo non c’è niente da spiegare o da raccontare, o da recuperare. Il tempo è a nostro favore, il tempo quando ti vedi non è passato.

Un altro natale, un altro compleanno, un battesimo, una festa, una breve vacanza e poi all’improvviso tutto si materializza davanti.

Un MATRIMONIO. Uno di quelli dove stai in chiesa dall’inizio alla fine, uno di quelli dove arrivi presto e te ne vai tardi. Uno dei pochi dove davvero davvero sei felice per gli sposi.

Il tempo pochi giorni fa mi ha consegnato una busta, dentro c’erano tutti questi anni, tutti i figli, tutti i ricordi, c’erano le delusioni, e anche le arrabbiature, c’erano le incomprensioni e le prese di posizione. Il tempo mi ha consegnato una busta di ricordi, mi ha dato uno schiaffo e mi ha detto “e mo’ vedi se non ti svegli e capisci che sto correndo” – nella mia mente il tempo parla barese… non so perchè.

 

 

Breve storia triste dell’Italia

 

Domenica rientravo felicemente in Italia da un week end con Lui, l’umore era ottimo così come la mia predisposizione positiva per il prossimo (evento più unico che raro).

Ed ecco in breve cosa è successo in sole 4 ore:

Arrivo all’areporto in perfetto orario e l’unico volo in ritardo , su una cinquantina segnati e una ventinaina di compagnie aeree era il mio ALITALIA. Come ti sbagli. In fondo quando eropiccola mio padre mi interrogava, come fossero tabelline, sui buffi significati delle compagnie aeree (8/9 anni):

  • Scandinavian airlines – such a bed experience never again
  • Tap – Take a Parachute
  • Quantas -Quick And Nasty Terrible Australian Service
  • China Airlines  – Choose Another

 

ALITALIA – Always Late In Takeoff Always Late In Arrival 

Il ritardo con il passare dei minuti aumenta esponelzialmente, della serie, come sempre ci prendono per il culo dichiarando metà del reale ritardo.

Quando finalmente inizia l’imbarco, le hostess Alitalia imbarcano contemporaneamente i passeggeri business class e economy class che erano (strano) ordinatamente separati in file distinte. Conseguenza la naturale incazzatura di chi ha pagato praticamante il doppio il biglietto per essere trattato un pò meglio.

Una volta a bordo hostess e stuard si sono ben guardati dal facilitare le operazioni di imbarco, che ne so aiutando passeggeri anziani o famiglie con bambini e nella migliore della tradizioni si sono limitati a guardarsi le unghie intralciando il corridoio centrale ciancicando un incomprensibile “buonasera” rigorosamente in italiano.

Iniziano i soliti annunci di sicurezza e nessuno osa per nessun motivo scusarsi per il ritardo, passano parecchi altri minuti e altri intoppi ritardano il volo, ancora nessuna scusa. Ci penserà il capitano, velocemente, 30 secondi prima del decollo a pronunciare la fatidica parola con un classico “ci scusiamo per il ritardo dovuto all’arrivo non in orario del areomobile dal precedente volo” (prendersi la colpa mai).

Nel frattempo frotte di famiglie con bambini urlanti se ne sbattono altamente dei decibel prodotti dalla loro prole, non un shhhh esce dalla loro bocca… non uno scusate ai passeggeri infastiditi per i calci sul sedile. Bambini autorizzati a fare quel che vogliono che saranno i futuri adutli piloti e hostess e stuart che se ne sbattono di chiedere scusa per il ritardo del volo che pilotano.

Atterriamo a Roma e ho un barlume di speranza, ci danno un finger, sono seduta abbastanza avanti da uscire velocemente, ma vengo travolta fisicamente ed emotivamente da una coppia di fidanzati che da metà aereo calpestano tutti i passeggeri prima di solo per infilarsi per primi davanti alla posrta ancora chiusa dell’aereo e scendere per primi.

Siamo fuori in fila per i taxi una povera malcapitata cerca un taxi che possa pagare con carta di credito, ci metterà almeno 15 minuti.

Salgo sulla solita maledetta Multipla FIAT ennesimo esempio della Italia triste… Non chiedo pagamento con la carta perché potrei aspettare anche io altri 20 minuti per trovare qualcuno che lo voglia fare (non è che non ce l’hanno, è che non lo vogliono usare).

Il tassista parte, dopo 300 metri mi accorgo che non ha accesso il tassametro, in romano e con fare scocciato gli chiedo se per caso hanno attivato una nuova tariffa fissa per casa mia (no non esiste e lo so e la domanda era retorica in modo che accendesse il tassamentro). Mi risposnde scocciato che no, ma “quanto voi che paga le di solito…48 euro 50?” e si limita a proseguire la corsa… e io a segnare la sigla del taxi per segnalare la corsa in nero.

Ed è in quel preciso momento che ho pensato e da tempo penso che no, l’Italia è un paese che non ce la può fare e non ce la farà mai.

E quel breve periodo di Italia felice e dolce vita e benessere e felicità che ci raccontabo nei libri di storia o le generazioni precedenti, quel periodo lì, è stata solo una gran botta di culo (senza alcun merito per chi l’ha vissuto).

Una botta di culo che non tornerà mai più.

 

Of course, but maybe (cit Luis CK) – libero sfogo da prima elementare

E’ da qualche giorno che un senso di agitazione/emozione ha fatto capolino. Le telefonate dei nonni, le domande delle amiche. La preparazione della cartella. Ci siamo, mi dicono, “sei emozionata?” . Rispondo “sì sì” in automatico e cerco di ignorare la vera natura del sentimento che provo. Cerco di fare la mamma, ci provo, rassicurando il nano e raccontandogli che la scuola è un bellissimo posto, che si farà un sacco di amici. Che la sua maestra è davvero tanto gentile. Lo rassicuro. Altre telefonate, altre domande.

Ieri sera lavandomi i denti un piccolo strappo nella “idilliaca” favola che ci raccontiamo ha fatto il suo ingresso. L’incazzatura. Mi guardo nello specchio e l’unica cosa che penso è, ma porca vacca quanto cacchio sono invecchiata. Ma chissene frega del nano qui il problema sono io e solo io. Ho un figlio (due per la verità) e per di più va anche in prima elementare. Insomma una donna finita. Na vecchia.

Finisco di lavarmi i denti e cerco di cacciare i pensieri egoriferiti per fare la brava mamma e emozionarmi di felicità perchè mio figlio va in prima elementare domani. “Sii empatica almeno questa volta” penso.

Mattina, doccia, colazione, il nano è emozionato, io un pò anche.

Si veste da solo, decide cosa vuole mettersi senza chiedere consiglio. Lo trovo pronto e con denti lavati in corridoio, io sono ancora in mutande… Usciamo presto perché ovviamente mi sono ridotta all’ultimo e dobbiamo andare a compare quaderni, cartelline, colori e una  lunga serie di cose scritte su una lista che ha passato tutta la settimana attaccata al frigorifero.

Andiamo dal cinese sotto casa.

Merenda e eccoci davanti alla scuola, in anticipo penso io, invece sono già tutti lì. Passano i minuti e il cancello ancora non si apre. Il nano chiacchera con il suo amico e io cazzeggio su instagram, appoggiata al muro e penso: “ma che palle”. Mi riprendo subito sfoderando a tutti i genitori che mi circondano uno dei sorrisi migliori, quello da riunione con l’amministratore delegato. Loro sono sorridenti, elegantissimi, mi giro verso LUI (papà) e lo vedo più annoiato di me, ci capiamo al volo e ridiamo.

Cerimonia di ingresso, divisione per classi, appello, convenevoli, l’emozione se n’è andata a fan…lo 20 minuti fa, voglio solo scappare, ci sono mamme che scattano foto, papà che baciano, un sacco di gente felice che produce rumore e gridolini. Bambini rumorsi. Mi dò un contegno ma dentro sto morendo di pizzichi. Le mamme fanno amicizia, si scambiano i numeri. Io confido nel fatto che ne conosco già 2 quindi anche chissene frega. Finalmente il supplizio volge al termine – penso io – saliamo per le scale e li portiamo in classe, sono in fila per due e questo si mi emoziona perchè devono stare in silenzio.

Entrano in classe, e alcuni genitori mi spintonano per fare il video dell’ingresso, e di questi memorizzo istantaneamente le facce per bucargli le ruote più avanti nel corso dell’anno scolastico. Mi avvicino alla maestra solo per chiedere “possiamo andarcene?” Ma la mia mente elabora in un nanosecondo che sarebbe davvero brutto e quindi mi esce un “l’orario di uscita alle 13.30 giusto?” mi risponde piccata che no, è alle 13.00. Partiamo malissimo. Guardo Nano 1 , non mi cerca, sembra sia sempre stato lì, si è scelto il banco in fondo vicino alla finestra. Praticamente non starà attento mai. Mi avvicino gli chiedo se è tutto ok e mi risponde sì certo! Della serie mamma che ci fai ancora qui. Colgo la palla al balzo e me ne vado.

Finalmente sono fuori, e quella sensazione di essere assolutamente fuori posto e fuori contesto in mezzo a tutti quei genitori partecipi e sentitamente felici mi abbandona. E l’unica cosa che penso è che no, non ce la posso proprio fare a affrontare questa cosa delle elementari… con le altre mamme… interagire…preoccuparmi… io non penso di riuscire proprio a sopportare il contorno.

Ho anche un vago senso di antipatia nei confronti della maestra ma ricaccio il pensiero appena fa capolino. E mi concentro su questa cosa del politicamente corretto, che non se ne può più e vorrei poter essere libera di dire a tutti che al momento sarei felice se l’asteroide del Buondì precipitasse in ordine sparso su (a puro titolo esemplificativo):

Saviano Bastian contrario e le sue spiegazioni

Le perenni inchieste/articoli/analisi per avere donne manager

La bellissima vita glamour .. degli altri

La polemica sulla bellissima vita glamour.. degli altri

Gli eccessivi salutisti, fanatici di yoga che solo ieri erano tossici imbottiti di MDMA in cerca di rave

Le frasi ponderate

Le spiegazioni pro e contro i vaccini

Le polemiche sul tempo, sul sindaco, sul chiacchericcio

E vado avanti a fare la lista per tutto il tempo che mi separa dall’ufficio, e il mio ufficio è lontano lontano lontano.

Parcheggio chiudo la macchina e penso che mi sento proprio così, come lui…

OF COURSE…BUT MAYBE

Breve Post -Vacanza 2017

Dovrei raccontarvi di patinate giornate estive, di pelli abbrozzante, di bambini felici, di mare cristallino, di sale, di capelli crespi e di sandali.

Dovrei dirvi di un’isola ormai non più dimenticata nel mezzo del mare greco, dove il vento ti prende a schiaffi tutti i giorni, dove non fa mai davvero caldo. Di feste con mood anni 80, di niente da fare, di tempo che si ferma.

Dovrei dirvi di figli felici, di adolescenti sdraiati, di cibo cattivo, di lentezza, di routine, di amici e nemici.

Dovrei raccontarvi di occhi verdi che sono belli uguali, come 10 anni fa, e sorrisi impossibili da dimenticare e di un compleanno dimenticato.

Dovrei e invece non faccio altro che pensare che è bello che non siate ancora tornati a casa come me.

Ci ho messo esattamente la metà e del tempo ad arrivare in ufficio stamattina. La tangenziale era vuota come neanche a mezzanotte di un lunedì invernale di pioggia. E mentre la radio passava i 99posse ho provato il brivido di fare la bretella della Roma l’Aquila a 170.

Il supermercato è chiuso, riapre domani, e siccome gli unici in città sono i turisti, Roma è anche un più pulita. Siamo soli, lui e io, e il cane che mi guarda con occhi languidi per un ennessimo biscotto mattutino… i nani sono in vacanza dai nonni.

E tutto questo, mentre leggo il giornale e nessuno mi interrompe, mi piomba davanti agli occhi in slow motion. Alzo la testa, sorrido e penso che sì, questo è uno di quei momenti in cui il cuore ti sembra perda un colpo…

e tu sorridi da sola guardando in alto (non si sa mai ci sia davvero qualcuno) e a ti scappa un grazie ad alta voce.

 

Lettera di compleanno – tra una valigia e una mail

ZHo come l’impressione di essere sempre qui a scriverti, e che gli anni si stiano traformando in giorni. Ci siamo, di nuovo. Domani 6 anni.

E’ l’estate più calda che io possa ricordare, così calda che mi ricorda quella in cui sei nato tu. Facevano 40 gradi anche lì e abbiamo passato i tuoi primi giorni di vita nascoti all’ombra delle persiane , chiusi in casa in campagna, con le cicale di sottofondo e le giornate lente e pigre e … calde.

Domani si parte, in viaggio, il giorno del tuo compleanno. Partiamo per mete a me care  che spero restino impresse nella tua memoria di bambino. Ti porto dove il mondo – io penso – ha ancora profumi , colori, e sapori. Dove niente è tutto uguale, dove c’è poca plastica, e molto poco da fare.

Non andiamo per fare cose, andiamo per stare insieme, tutti insieme anche con i fratelli grandi.

Ti porto in un posto che ci rende felici a me e a tuo padre e spero che la felicità sia contagiosa.

Ieri sera correvate, te e tuo fratello, per i giardini di quartiere con un monopattino e un gelato.  Giocavate per strada, come si faceva un tempo e facevate amicizia per strada, come si faceva un tempo.

Mi chiedi sempre com’era quando ero piccola io, e poi aggiungi sempre… ” e quando era piccolo papà?” Hai ormai assimilato il fatto che si tratta di due tempi diversi i miei e quelli di papà e sai ormai che c’è sempre una versione in più.

Me lo chiedi per sapere se il mondo è meglio o peggio ora. Cerco di non cadere nell’errore di tutti i grandi, che pensano che il passato sia meglio del presente, così anche se realmente se lo penso, mi mordo la lingua e ti dico che oggi è molto più bello di ieri.

Domani partiamo, il giorno del tuo compleanno,  in viaggio.

E questi sono i miei auguri per i tuoi 6 anni:

Ti auguro, amore mio, di essere sempre in viaggio il 4 di agosto,  magari da piccolo ne soffrirai un pò, ma poi da grande ne sarai felice come lo sono sempre stata io.

Ti auguro di essere in viaggio per posti speciali alla ricerca di quella luce un pò gialla che a me piace tanto, per posti dove non c’è niente di che da fare ma c’è la vita da vivere.

Ti auguro amore un anno di vita normale, come quello passato, dove le delusioni e le grandi felicità sono andate di pari passo.

Ti auguro amore un mare di ricordi felici, che sbiadiranno nel tempo ma ti lasceranno da grande una sensazione di pace.

E in fine amore quest’anno ho una richiesta; quando non ti guardo, travolta da tuo fratello, dammi un calcio e ricordami che ci sei, perché anche se lui è quello rumoroso, anche se lui è quello che detta “purtroppo” gli umori della giornata, lo so che sei tu quello che più ha bisogno di tutti noi, o forse, onestamente parlando, io di te.

Domani si parte. Buon compleanno.

Con amore Mamma

 

 

 

 

 

Playlist di luglio

Playlist di luglio

Scrivo dal telefono di ritorno da Milano e ascolto musica pop italiana contando le balle di fieno che passano.

La mia “Playlist” immaginaria :

Mi piacciono gli incontri fugaci tra amiche organizzati all’ ultim’ora dove in 2 ore riassumi gli ultimi 6 mesi. E i minuti sono così pochi che di base, il rospo, lo devi sputare subito,  senza premessa. Senza filtri.

Mi piacciono i giorni in cui sono Viola e non Mamma. Mi piacciono anche i giorni in cui sono Amore Mio e non Viola.

Mi piace la musica ad un volume assordante.

Mi piacciono i matrimoni dove qualcosa va terribilemente storto e quel qualcosa diventa il ricordo più bello del matrimonio.

Non mi piacciono gli uomini con la barba che come diceva mia nonna hanno sempre qualcosa da nascondere e poi diciamocelo…la barba puzza.

Mi piacciono le persone basiche,  quelle che “prendono un pezzetto di terra lo dividono in 4 e seminano cose diverse in ogni quadrato”.

Ho scoperto che Dio ha smesso di distribuire l’autoironia , peccato,  a me piaceva un sacco.

Mi piace andare in moto senza casco e in macchina senza cintura e guidare veloce, e fumare dentro i locali e dormire truccata.

Mi piace bere ma non ubriacarmi,  mi piace fare tardi,  ma non vedere l’alba.

Mi piace mangiare, mangiare tantissimo che poi mi sento male. Mi tira la pancia.

Non mi piace fare sport anche se poi rosico perché non sono magra e tonica…

Mi piacciono i miei amici pochi ma buoni.

Mi piacciono le feste di compleanno ma io non festeggio da sempre.

Mi piaciono le canzoni di Vasco e Tiziano, e mi piacciono i tormentoni estivi.

Mi piace Roma che arranca, Roma sporca e e bistrattata perché il disastro sta spingendo i Romani a osare e ne stanno uscendo cose fichissime, e mi piace essere tra i pochi a pensarla così .

Mi piace guardare le facce ebeti che guardano lo scintillio di questi tempi incantate, mentre dietro di loro … l’apocalisse.

Mi piace chi non ha certezze, chi non è organizzato,  chi non dà il meglio di sé.

Non mi piacciono i prepotenti gli iperattivi i detentori di certezze,  i “denigratori professionisti” che fanno gli splendidi sulle debolezze altrui .

Mi piacciono le case un poco scrostante, i servizi di piatti spaiati.

Mi piacciono le piogge estive,  i vestiti scoloriti,  i costumi slabbrati,  i piedi scalzi con lo smalto rovinato.

Mi piace il mercurio cromo sulle braccia dei miei figli.

Mi piacciono i sorrisi a mille denti e gli abbracci fortissimi tra sudati perché fa caldo.

Mi piace la caducità dell essere umano. Mi piacciono gli uomini improvvisamente eleganti.

Mi piacciono i giochi di parole. Mi piace leggere il dizionario.

Mi piace il signore di fronte a me in treno che mi ha offerto metà della sua frittata di patate dicendo “vuole favorire”.

Mi piace questo luglio di aspettative che verranno probabilmente disattese e aspetto di essere su un’ isola greca dove ci sono solo Bretoni romorosi  e capre, per essere bambina ancora una volta, come tutte le estati passate.

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