Le cose belle che non dovrei dimenticare.

La mattina quando mi sveglio apro gli occhi e vedo la luce che filtra dalle persiane.  IO VEDO. Di solito qualcuno alle prime luci dell’alba si è intrufolato sotto le lenzuola e aspetta pazientemente che io apra gli occhi. Mi sorride, mostrando tutti i denti in contro luce, e appena li apro mi abbraccia forte, quasi mi strozza, spesso si appoggia ai capelli col gomito e li tira, e mi fa un pò male. IO SENTO il suo profumo e la sua voce. Nel silenzio una mano adulta si appoggia sulla mia fronte e mi dà una carezza. E io RICORDO di avere accanto un amore grande da più di 10 anni, tutte le mattine, anche quelle in cui siamo arrabbiati e stanchi, tutti e due ci auguriamo BUONGIORNO.

Ci sono mattine in cui c’è tempo di cucinare i pankace (raramente) e di sederci a tavola a fare colazione, tutti insieme. Le finestre danno su un cortile interno pieno di alberi e piante (e zanzare) e c’è abbastanza silenzio per dimenticarsi che siamo in città. Ho un LAVORO che mi aspetta e una CASA accogliente dove tornare la sera.

Quando scendo spesso ho un SORRISO e un CIAO e a volte un aiuto da dare a chi, a pochi metri dal mio portone, pulisce la strada al posto del comune, porta la spesa a casa alle vecchiette in difficoltà, o se ne sta a bivaccare davanti a supermercato chiedendo qualche moneta. Lo dico anche ai NANI di dire BUONGIORNO, e se è un viso concosciuto,  se lo ricordano da soli di salutare.

Il nano grande aggiunge anche un come stai? Qualche volta si ferma e fa domande scomode: “Davvero non hai una casa? E dove dormi) Davvero non hai un lavoro? E come trovi i soldi? Davvero sei arrivato dal mare?”  E mi mordo la lingua (non sempre con successo) per non troncare la conversazione tra i due. In quel momento ho un senso di colpa per quello che HO, e un senso di ORGOGLIO per il nano che si interessa all’altro. Che parla con il prossimo conosciuto per strada. I ragazzi di solito a me non sorridono quando li saluto, ma ai bambini sì, gli chiedono del calcio, di dargli il 5 con la mano, di studiare a scuola che è importante.

Mentre la mattina sono in macchina ho un’amica da chiamare, lei fuma la prima sigaretta della giornata e io guido verso il mio ufficio lontano da casa e ci lamentiamo tra di noi di quello che non va, come le amiche vecchiette. Così scarichiamo la nostre dose di lamentele tra di noi e non passiamo per ingrate con il resto del mondo. Facciamo bella figura tutte e due così. IL diritto alla lamentela (inutile) è sacrosanto. E spesso diciamo cose davvero poco corrette. Ma sono parole che restano nell’aria della mia macchina e sul terrazzo dove fuma lei. Non lo sa nessuno.

Ho 5 giorni di solitudine tutti per me davanti; 5 giorni sono abbastanza per avere un pò di nostalgia delle cose qui sopra. Che sono cose belle, ma che spesso non riesco a ricordare.

Poveri papà moderni.

Quando arrivano davanti a scuola hanno quell’andatura incerta, irregolare. La si confonde con uno zoppichio dovuto a quel continuo chinarsi verso il basso per sentire i figli che gli parlano, ma sono proprio loro che sono incerti.

A un primo sguardo sembra si muovano con fare sicuro, con movimenti secchi; molti hanno il più piccolo sulle spalle, per fare prima, e il più grande per mano. Ma mentre attraversano da un parciapiede all’altro è facile coglierli in fallo. Hanno quell’attimo di lucidità negli occhi dove il loro neurone “maschio” si chiede cosa diavolo ci facciano lì. Alle prese con grembiuli da infilare merende da controllare.

Poi, come chi cade per terra e si rialza al volo nonostante la culata dicendo “NON MI SONO FATTO NIENTE” per evitare la figuraccia, allo stesso modo rientrano dentro questo nuovo schema che gli è stato imposto dai tempi moderni. E a cui sommessamente si sono dovuti adeguare per non essere bollati come “retrogadi, misogini, maschilisti”.

Ma la mattina, le poche volte che non ho fretta anche io, mi siedo un attimo sul motorino prima di ripartire e li guardo arrivare e, niente si vede proprio che navigano ancora a vista. Questa prima generazione di papà moderni, che proprio non si capacita di quello che sta facendo.

Potrei classificarne almeno 6 tipi ma i miei preferiti sono due: i papà delle femmine, e i papà sportivi.

I primi, i papà delle femmine, hanno quel sorriso rassegnato sul viso, e un amore sconfinato nel cuore, mentre aggiustano la gonna di tulle e fanno la coda di cavallo alla figlia; che vorrei tanto abbracciarli e dire loro: “vai ti prego, vai, lo faccio io, non lo dico a nessuno. Vai a farti una birra alle 8 di mattina parlando di tette e con rutto libero, che non posso guardarti mentre fai tutto questo, mi piange il cuore a pensare alle volte che avresti voluto semplicemente tirare due calci a un pallone o meglio ancora, fregartene del tutto e startene in mutande sul divano”. Mi viene un pò da proteggerli, forse perché il mio, che è un papà di femmine, non c’ha mai capito un cavolo di code da cavallo e gonne e tulle. Ma per sua fortuna ai tempi non era necessario partecipare alla vita dei figli, e in effetti non ricordo grandi accompagni da piccole (neanche di mia madre per la verità, ma questa è un’altra storia).

Gli altri, i papà sportivi, eroi personali dei propri figli, credono di aver trovato la quadra facendo cose con i propri figli e li cogli in fallo ancora più facilmente. Nel preciso instante in cui il nano malefico chiede qualsiasi cosa più complessa di cibo o tecniche sportive. Perché questa cosa del parlare, di farsi delle domande e dare anche delle risposte sensate mentre sali le scale della scuola, magari alla semplice domanda, “papà ma Dio esiste?” – che te la fanno sempre mentre corri da una parte all’altra e spiazza madri e padri di ogni genere- ecco al papà sportivo, questa cosa di dare un senso alla vita per la quale loro stessi il senso non lo hanno mai trovato, lo fa crollare in ginocchio. Lo vedo che si accascia dentro e vorrebbe solo girarsi e cedere le manine che tiene strette – al limite della sopportazione del bambino che passerà la giornata a massaggiarsi – a una qualsiasi delle mamme accanto.

Anche stamattina me ne stavo lì a pensare a quante cose un pò “ridicole” abbia prodotto l’emancipazione femminile e i poveri papà moderni sono una tra queste. Per carità, non che non sia una manna dal cielo tutto questo dividersi i compiti , è solo che a loro poverini, bisogna dirlo, questo ruolo viene proprio una schifezza.

Non mi resta che sperare che i miei di figli (maschi) diventino padri un pò più partecipi del mio, ma anche un pò meno di quelli di adesso, che la coda di cavallo è una cosa che non gli verrà bene mai, nei secoli dei secoli 🙂

Cose a caso – wish list

In ordine sparso.

cose belle che vorrei e non comprerò:

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E non le coprerò perché sono troppo pigra per andare nei singoli negozi a cercarle…

Ma se Italia arivasse questa app qui io sarei la cliente numero 1:

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In pratica, dopo esserti registrata e aver dichiarato più o meno che gusti hai…ogni mese (o anche ogni 15 giorni) ti mandano a casa una scatola piena di vestiti da proporti.. paghi solo quello che tieni e la spedizione è gratuita (andata e ritorno).

Ovviamente so già che non arriverà mai.

 

 

Marta ed io

Marta ed io siamo nello stesso ufficio da 10 anni. Non si può dire che siamo amiche però, io e Marta, ci conosciamo abbastanza bene ormai.

Stamattina dopo qualche giorno di “silenzio stampa” siamo andate a berci un caffè al bar insieme.

Marta ha la mia età e ha un figlio, il secondo non lo fa perché dovrebbe cambiare casa, quella in cui vive e su cui paga il mutuo è piccola e nella stanza di suo figlio il letto a castello non entra. E poi con due figli sua mamma, che la aiuta il pomeriggio, non ce la farebbe.

Marta è la seconda di tre fratelli, il nonno era proprietario di una pasticceria a San Lorenzo, il padre ingegnere e la mamma maestra. Da piccoli facevano delle bellissime vacanze estive e spesso anche un viaggio a natale. I nonni avevano anche una seconda casa in Calabria.

La pasticceria ha chiuso una decina di anni fa; per via delle tasse, del quartiere che è molto peggiorato e della posizione che da felice è diventata infelice. I genitori di Marta la aiutano quando possono, ma anche il loro tenore di vita è molto cambiato negli ultimi anni.

Marta mi dice spesso che il passaggio da “felici” a “occhio alle spese” è una cosa che all’inzio non percepisci, si insinua lentamente. E nel giro di 10 anni sei passato dal chiederti dove andare in vacanza al “ce la faremo a farci una vacanza?”

Marta è la nipote di un pasticcere che ha lavorato sodo tanto da consentire al figlio di diventare un ingegnere.

Poi è stato il turno di Marta che è salita sull’ascensore sociale, ha spinto il bottone e si è accorta che l’ascensore andava in discesa. Dentro, suo nonno che non si gode la pensione, suo padre che arranca e lei con un figlio e una casa piccola piccola su cui paga il mutuo.

Marta, viene in ufficio in macchina che non è sua, è in affitto, così può scaricare un pò del costo dalle tasse, perché ovviamente  Marta è una partita IVA. Qualcuno direbbe che è un’ auto in sharing che fa tanto fico nella nuova economia mondiale dove tutto è in affitto e niente è proprio (perché nessuno può più comprare, non perché è fico affittare tutto).

Invece la macchina è semplicemente a rate (ma rate di affitto, no di acquisto). Il padre di suo figlio invece, avendo l’ufficio più vicino ci va in bici e non perché è ecologista…

Marta nelle giornate no, quando magari ha dormito poco, si alza, porta il figlio a scuola si immerge nel traffico ed è circondata da strade distrutte, palazzi crepati, immondizia, è la strada che la porta qui in ufficio, la stessa che faccio io. E’ brutta davvero. Ma a Marta, giustamente, dà ancora più ai nervi che a me.

Marta fa il mio stesso lavoro, abbiamo anche qualche amica in comune, ha frequentato il mio stesso liceo. Potrei dire che Marta è un po’ come me.

Marta ed io non siamo amiche ma ci conosciamo da tanti anni, da quando Marta non faceva i conti per arrivare a fine mese e veniva ogni tanto in ufficio con paio di scarpe nuove. E’ tanto che non la vedo con scarpe nuove.

A volte penso a Marta e alle tante Marte che conosco, che certo hanno un tetto sulla testa e un pasto caldo, ma anche occhiaie sul viso, e degrado che li circonda, e conti da pagare e pochi svaghi oltre alle ore felici con un solo figlio e mi immagino le loro facce quando magari ogni tanto hanno la forza di ascoltare o leggere qualcosa di politica.

Abbiamo preso il caffè in silenzio stamattina, poi lei mi ha guardato, ha alzato le spalle e mi ha detto: “Non ho niente da perdere, vivo arrancando”. Ho pagato il caffé, perché era il mio turno, e ho annuito.

Marta ha votato cinque stelle domenica, io no. Però forse ha ragione Marta, io sono solo (temporaneamente) sulla riva più fertile del fiume.

Gennaio

Gennaio è il  mese dei buoni propositi, è il mese delle partenze, a me invece viene una gran nostalgia:

per l’anno passato,

per i tempi che furono

per il tempo sprecato

per il cibo ingerito

per le notti mancate

per il sesso non fatto

per i figli troppo accuditi

per i concerti mancati

e per i viaggi rimandati

La nostalgia è un sentimento che mi è congeniale. Mi piace farmi trasportare da un flusso di pensieri dove i SE ed i FORSE la fanno da padrone.

Le opzioni, i bivi, le decisioni, i cambi improvvisi di rotta sono il sale di questa breve esistenza. Me ne accorgo ogni giorno di più come questo tempo sia breve, brevissimo, come mi stia sfuggendo dalle mani. Quando la routine si fa più intensa, inizio a scalpitrare a fare programmi di grandi avventure, di viaggi lontani, di cambi di vita.

La fantasia mi porta a una festa da organizzare, a persone da conoscere, a nuovi lavori senza senso da intraprendere. L’irrequietezza, quell’agitazione che dicono con il passare degli anni si attenui, io invece ce l’ho sempre lì. Nello stomaco. Certo con il tempo ho imparato a gestirla, mi agrappo a Lui con tutte le forze e compro una guida Lonley Planet per la prossima breve vacanza programmata. In pratica sono un luogo comune vivente.

Se avessi 20 anni oggi, 30 gennaio 2018, sarei già partita per un posto a caso. E se ci penso è quello che ho fatto più volte, quando potevo. A me non è la resposabilità che mi angoscia, è la perdita di tempo. E’ il tempo che mi rubano a lavoro, il tempo che mi rubano i figli, che fosse per me ne passerei con loro la metà della metà. Ma mica perchè li amo di meno, è solo che che l’unico tempo che è ben speso è quello dove mi muovo, con Lui.

Ecco forse è questo stare fermi che mi prende allo stomaco. Mi  prendeva già da bambina. La morsa. E la sento più forte a gennaio. Adesso, da adulta, invece dei buoni propositi, faccio la lista dei cattivi propositi; che sono molto più divertenti e mi danno molta più pace.

Più Lui, meno figli

Più alcol la sera, così la mattina mi sento morire e vorrei solo dormire, ma devo alzami e devo andare in ufficio (e è bello anche questo)

Far tardi, mangiare cose fritte e burrose e ridere.

Più soldi spesi per niente.

Più vestiti improbabili

Più trucco

Più scarpe con i tacchi alti

Più uscite in pigiama per accompagnare i bambini a scuola – sì lo faccio e non me ne vergogno

Più musica, ad alto volume, molto più alto

Più balli

Più km in macchina

Più vita disordinata

Più vita disorganizzata

Più assenze in ufficio

Più amiche

Più cose fuoriluogo

Più vita

 

La vecchiaia secondo me

Ognuno ha i suoi rimpianti nella vita, chi più, chi meno, io mi sento fortunata perché se davvero davvero mi sforzo di fare la lista, alla fine dei conti, uno solo me ne viene in mente.

Io volevo fare la maestra di sci. E poi non so perché non l’ho fatta. Avevo fatto tutte le procedure per iniziare le selezioni, visita medica etc etc, avevo il tempo, un pò senza falsa modestia avevo anche le capacità;  quindi buone possibilità di riuscire a passare il corso.

Poi non so perché non sono andata avanti. Sono fondamentalemente una pigra, quindi al momento quello che mi restituisce la memoria oggi, a distanza di 17 anni sul giorno in cui mi sarei dovuta applicare davvero è probabilmente una atavica incapacità di prendere la macchina guidare fino al Terminillo, procurarmi un casco che all’epoca non era obligatorio ma che serviva per le selezioni, e andare a morir di freddo. Così quel giorno non sono andata e adesso ogni volta che infilo gli scarponi un pò sono felice un pò mi rode.

Negli anni la neve è stata l’unica cosa che mi ha fatto alzare le chiappe dal divano; ho studiato più velocemente e meglio per avere il permesso dai miei genitori di stare piantata in montagna; ho guidato i venerdì notte uscita dal primo lavoro anche 6 ore di seguito per fare solo 2 giorni di sci, tornando la domenica notte. Ho sofferto il freddo in modo incredibile, mi sono fatta male un sacco di volte. Ho sciato anche incinta con i pantaloni sbottonati e Lui che mi allacciava gli scarponi a cui non arrivavo, non si dovrebbe lo so ma mi levava la nausea.

Ho sciato anche tutta rotta, puntualmenete piena di acido lattico e dolori  non avendo fatto nient’altro per i precedenti 9 mesi.

Ho chiamato mio figlio Zeno…

Il week end scorso sono tornata a sciare dopo i soliti 9 mesi di divano:

  • il viaggio di andata  è stato atroce
  • mi ha fatto male tutto già dal secondo giorno e non dal terzo come di consueto
  • ho avuto tanto tanto freddo  che mi sono fermata due volte in rifugio a scaldarmi – meno 17 gradi è freddino in ogni caso

E per un attivo ho pensato… ma chi me lo fa fare? E’ stato solo un istante ma così nitido che ho percepito esattamente cosa e quando sarà la vecchiaia per me. Sarà il giorno in cui la mia proverbiale pigrizia avrà la meglio anche sulla neve.

PENSIERO CATTIVO #2

Che possano sparire le palestre e i raduni tra sportivi

Che tutta la gente FIT intorno a me da domani si svegli con la pancia di un bevitore professionista di birra

Che l’acido lattico colpisca tutti quelli che fanno sport più di una volta al mese

Abbasso le maratone, le ciclostoriche, e tutti gli “amatori” di sport vari

Che lo spot nike “JUST DO IT” sia portatore di Virus infestando così le tv di mezzo mondo

Lo sport è una faccenda seria, lasciamola a chi lo fa di professione.

 

Il temp(i)o del silenzio

Lo impari col tempo il valore del non detto, che quasi sempre è meglio tacere invece che parlare. Lo impari a rilento e con molta fatica e in tanto per strada quello che scorre è la vita.

In questi tempi di rumori forti, mi chiedo come facciano i miei bambini ad ascoltare i loro pensieri, io a malapena senti i miei. Troppo presi a controllare quello che pensano gli altri di noi (anche loro). A fare cose, a lasciare il segno, a diventare i numeri uno i più bravi, i più magri, i più belli, alla ricerca spasmodica esattamente di cosa non lo so.

Si profilano tempi bui all’orizzonte, il mondo non è che se la passi proprio un granché.

Il silenzio è una cosa che andrebbe coltivata, una materia a scuola, un obbligo a casa. Non c’è niente di male, penso, a  non aver niente da dire, o ancora meglio a tenersi per sé le proprie opinioni; a coltivarle, ad approfondirle.

“Torna quando ti sarai FATTO un’opinione” mi dicevano.  Il che presupponeva che tu dovessi approfondire/studiare prima di aprire bocca.

“Non parlare a vanvera” insieme a “smettila di aprire bocca e dargli fiato” andavo spesso in parallelo.

Mi chiedo allora perché abbiamo smesso di farlo. Tacere.

Tacere , invece di esprimere un giudizio su qualcosa o spesso qualcuno che , non ci riguarda.

Tacere quando vorremmo sfogare le nostre frustrazioni sul primo malcapitato.

Tacere quando parliamo di massimi sistemi di cui, diciamoci la verità, non conosciamo nient’altro che i titoli senza senso letti distrattamente sui social.

Tacere quando i figli ci chiedono qualcosa che non sappiamo, tacere quando qualcuno se ne sta lì seduto davanti a noi senza dir niente.

Il silenzio, in fondo, mi pare sia un bel posto dove stare.

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Cronache da un matrimonio

Non c’è un giorno esatto in cui puoi dire che sia nata la vostra amicizia, non c’è perché non è stata una scelta quella di crescere insieme. Insieme stavano i nostri genitori insieme siamo state noi, in vacanza, non in vacanza, in città al mare in montagna a scuola. In barca sotto al sole, in montagna al freddo e al gelo.

Io c’ero quando litigava con la mamma, lei c’era quando io non potevo litigare con la mia. Io c’ero quando si è sfracassata una caviglia sugli sci, da ferma, ridendo. Io c’ero quando era natale, lei c’era quando era pasqua. Eravamo insieme a Londra la prima volta, eravamo insieme i week end quando partivo con i miei genitori e passavo a prenderla il venerdì pomeriggio e la riportavamo la domenica sera.

Lei era lì e io ero lì che lo volessimo o meno. Come le sorelle che non puoi mica sceglierle. Lì.

Poi le strada si fa tortuosa e a volte si separa a volte si incontra, magari nelle occasioni più formali, ma sei sempre lì, come se il tempo non fosse mai passato. Come se ti fossi vista il giorno prima. E tutto scorre, ogni tanto agli incroci ti incontri, ridi, passi un week end in barca insieme, una festa di compleanno, una settimana in montagna, e poi più niente. Silenzio e i mesi passano.

Avanti per la propria vita, per la propria strada, e di nuovo un incrocio, e di nuovo non c’è niente da spiegare o da raccontare, o da recuperare. Il tempo è a nostro favore, il tempo quando ti vedi non è passato.

Un altro natale, un altro compleanno, un battesimo, una festa, una breve vacanza e poi all’improvviso tutto si materializza davanti.

Un MATRIMONIO. Uno di quelli dove stai in chiesa dall’inizio alla fine, uno di quelli dove arrivi presto e te ne vai tardi. Uno dei pochi dove davvero davvero sei felice per gli sposi.

Il tempo pochi giorni fa mi ha consegnato una busta, dentro c’erano tutti questi anni, tutti i figli, tutti i ricordi, c’erano le delusioni, e anche le arrabbiature, c’erano le incomprensioni e le prese di posizione. Il tempo mi ha consegnato una busta di ricordi, mi ha dato uno schiaffo e mi ha detto “e mo’ vedi se non ti svegli e capisci che sto correndo” – nella mia mente il tempo parla barese… non so perchè.

 

 

Of course, but maybe (cit Luis CK) – libero sfogo da prima elementare

E’ da qualche giorno che un senso di agitazione/emozione ha fatto capolino. Le telefonate dei nonni, le domande delle amiche. La preparazione della cartella. Ci siamo, mi dicono, “sei emozionata?” . Rispondo “sì sì” in automatico e cerco di ignorare la vera natura del sentimento che provo. Cerco di fare la mamma, ci provo, rassicurando il nano e raccontandogli che la scuola è un bellissimo posto, che si farà un sacco di amici. Che la sua maestra è davvero tanto gentile. Lo rassicuro. Altre telefonate, altre domande.

Ieri sera lavandomi i denti un piccolo strappo nella “idilliaca” favola che ci raccontiamo ha fatto il suo ingresso. L’incazzatura. Mi guardo nello specchio e l’unica cosa che penso è, ma porca vacca quanto cacchio sono invecchiata. Ma chissene frega del nano qui il problema sono io e solo io. Ho un figlio (due per la verità) e per di più va anche in prima elementare. Insomma una donna finita. Na vecchia.

Finisco di lavarmi i denti e cerco di cacciare i pensieri egoriferiti per fare la brava mamma e emozionarmi di felicità perchè mio figlio va in prima elementare domani. “Sii empatica almeno questa volta” penso.

Mattina, doccia, colazione, il nano è emozionato, io un pò anche.

Si veste da solo, decide cosa vuole mettersi senza chiedere consiglio. Lo trovo pronto e con denti lavati in corridoio, io sono ancora in mutande… Usciamo presto perché ovviamente mi sono ridotta all’ultimo e dobbiamo andare a compare quaderni, cartelline, colori e una  lunga serie di cose scritte su una lista che ha passato tutta la settimana attaccata al frigorifero.

Andiamo dal cinese sotto casa.

Merenda e eccoci davanti alla scuola, in anticipo penso io, invece sono già tutti lì. Passano i minuti e il cancello ancora non si apre. Il nano chiacchera con il suo amico e io cazzeggio su instagram, appoggiata al muro e penso: “ma che palle”. Mi riprendo subito sfoderando a tutti i genitori che mi circondano uno dei sorrisi migliori, quello da riunione con l’amministratore delegato. Loro sono sorridenti, elegantissimi, mi giro verso LUI (papà) e lo vedo più annoiato di me, ci capiamo al volo e ridiamo.

Cerimonia di ingresso, divisione per classi, appello, convenevoli, l’emozione se n’è andata a fan…lo 20 minuti fa, voglio solo scappare, ci sono mamme che scattano foto, papà che baciano, un sacco di gente felice che produce rumore e gridolini. Bambini rumorsi. Mi dò un contegno ma dentro sto morendo di pizzichi. Le mamme fanno amicizia, si scambiano i numeri. Io confido nel fatto che ne conosco già 2 quindi anche chissene frega. Finalmente il supplizio volge al termine – penso io – saliamo per le scale e li portiamo in classe, sono in fila per due e questo si mi emoziona perchè devono stare in silenzio.

Entrano in classe, e alcuni genitori mi spintonano per fare il video dell’ingresso, e di questi memorizzo istantaneamente le facce per bucargli le ruote più avanti nel corso dell’anno scolastico. Mi avvicino alla maestra solo per chiedere “possiamo andarcene?” Ma la mia mente elabora in un nanosecondo che sarebbe davvero brutto e quindi mi esce un “l’orario di uscita alle 13.30 giusto?” mi risponde piccata che no, è alle 13.00. Partiamo malissimo. Guardo Nano 1 , non mi cerca, sembra sia sempre stato lì, si è scelto il banco in fondo vicino alla finestra. Praticamente non starà attento mai. Mi avvicino gli chiedo se è tutto ok e mi risponde sì certo! Della serie mamma che ci fai ancora qui. Colgo la palla al balzo e me ne vado.

Finalmente sono fuori, e quella sensazione di essere assolutamente fuori posto e fuori contesto in mezzo a tutti quei genitori partecipi e sentitamente felici mi abbandona. E l’unica cosa che penso è che no, non ce la posso proprio fare a affrontare questa cosa delle elementari… con le altre mamme… interagire…preoccuparmi… io non penso di riuscire proprio a sopportare il contorno.

Ho anche un vago senso di antipatia nei confronti della maestra ma ricaccio il pensiero appena fa capolino. E mi concentro su questa cosa del politicamente corretto, che non se ne può più e vorrei poter essere libera di dire a tutti che al momento sarei felice se l’asteroide del Buondì precipitasse in ordine sparso su (a puro titolo esemplificativo):

Saviano Bastian contrario e le sue spiegazioni

Le perenni inchieste/articoli/analisi per avere donne manager

La bellissima vita glamour .. degli altri

La polemica sulla bellissima vita glamour.. degli altri

Gli eccessivi salutisti, fanatici di yoga che solo ieri erano tossici imbottiti di MDMA in cerca di rave

Le frasi ponderate

Le spiegazioni pro e contro i vaccini

Le polemiche sul tempo, sul sindaco, sul chiacchericcio

E vado avanti a fare la lista per tutto il tempo che mi separa dall’ufficio, e il mio ufficio è lontano lontano lontano.

Parcheggio chiudo la macchina e penso che mi sento proprio così, come lui…

OF COURSE…BUT MAYBE

Breve Post -Vacanza 2017

Dovrei raccontarvi di patinate giornate estive, di pelli abbrozzante, di bambini felici, di mare cristallino, di sale, di capelli crespi e di sandali.

Dovrei dirvi di un’isola ormai non più dimenticata nel mezzo del mare greco, dove il vento ti prende a schiaffi tutti i giorni, dove non fa mai davvero caldo. Di feste con mood anni 80, di niente da fare, di tempo che si ferma.

Dovrei dirvi di figli felici, di adolescenti sdraiati, di cibo cattivo, di lentezza, di routine, di amici e nemici.

Dovrei raccontarvi di occhi verdi che sono belli uguali, come 10 anni fa, e sorrisi impossibili da dimenticare e di un compleanno dimenticato.

Dovrei e invece non faccio altro che pensare che è bello che non siate ancora tornati a casa come me.

Ci ho messo esattamente la metà e del tempo ad arrivare in ufficio stamattina. La tangenziale era vuota come neanche a mezzanotte di un lunedì invernale di pioggia. E mentre la radio passava i 99posse ho provato il brivido di fare la bretella della Roma l’Aquila a 170.

Il supermercato è chiuso, riapre domani, e siccome gli unici in città sono i turisti, Roma è anche un più pulita. Siamo soli, lui e io, e il cane che mi guarda con occhi languidi per un ennessimo biscotto mattutino… i nani sono in vacanza dai nonni.

E tutto questo, mentre leggo il giornale e nessuno mi interrompe, mi piomba davanti agli occhi in slow motion. Alzo la testa, sorrido e penso che sì, questo è uno di quei momenti in cui il cuore ti sembra perda un colpo…

e tu sorridi da sola guardando in alto (non si sa mai ci sia davvero qualcuno) e a ti scappa un grazie ad alta voce.