Tel tempo, delle parole nude e crude e di ecologia

Del tempo:

“Viviamo in tempo strambo, dove la guerra tra il bene e il male si celebra da dietro un computer ; dove il bene in realtà è male e viceversa. Viviamo un tempo di gente che dice , che gira e muove e si muove, e che allo stesso tempo, non dice non gira non muovee non si muove. Poi invece c’è gente che si muove davvero, dai paesi in guerra o poveri, o brutti, e simuove verso i paesi dove ci sono persone che dicono di muoversi di vedere di girare, ma sono fermi dietro ai loro telefoni.

In un tempo dove si dice che si viva dietro uno schermo, dillo a quelli che salgono sui gommoni se lo schemo lo hanno mai visto. Gente che viaggia, che si muove da sud a nord , nessuno si muove invece da nord a sud. E’ un bene in piccolo che va al sud per aiutare, un bene composto da poche unità che vanno per missione, per coscienza e si ergono (per disperazione penso) a portatori di bene assoluto e ad assoluti condannatori di chi invece non fa niente.

J’accuse è la parola di questo tempo. Io accuso il politico di turno, accuso la gente, accuso i genitori degli amici dei miei figli.

Io accuso, e quindi esisto.

Senza l’accusa di quello che non va bene, senza l’accusa di quello che non mi piace, senza l’accusa sociale, io non esisto. Tutti accusano tutti, dal telefono, accusano tutti dal telefono dicendo che è un mondo brutto, perché pieno di gente che accusa la gente dal telefono.

Io accuso quindi esisto.

Delle parole nude:

Invece in questo tempo dovremmo avere la libertà di usare le parole nude. E di dire le cose come sono, di accusare senza filtro. Dovremmo dire chiaro e tendo che non è vero che tutti possono tutto (Chiaraferragniunposted) e che i sogni se ci credi si avverano. Ci sono milioni di variabili tra cui una, la più ingiusta, quella che non puoi controllare. La variabile nascita.

Dovremmo poter usare la parole nude e crude: che se cambi schieramento politico 30 volte di base sei solo un venduto, una merda, un attaccato alla poltrona e un po’ hai anche rotto i coglioni.

Dovremmo poter usare le parole nude e crude per dire all’amica che ti parla solo di sè che ti assilla con la foto di sua figlia, dovremmo poterle dire: Addio, non ho più niente da dirti.

Dovremmo poter chiedere scusa senza se e senza ma.

Di Ecologia:

La voglio chiamare la REE. La responsabilità ecologica delle elité. Ed è una responsabilità impellente, importante, è la responsabilità che deve salvare il mondo, non solo dall’inquinamento, non solo dal fallimento del sistema consumistico, ma anche dall’oblio dei costumi e dei valori. E’ la responsabilità ecologica delle elité il fil rouge che deve salvare la nave che affonda.

Perché lo sappiamo che per essere ecologici, per eliminare la plastica, per usare prodotti non inquinanti, per comprare a KM zero, per ridurre il nostro singolo impatto, per acquistare vestiti prodotti eticamente, per ridurre il consumo, per andare al mercato invece che al supermercato, per separare gli imballagi, per autoprodurre i detersivi, per fare tutto quello che il singolo è chiamato , sarebbe chiamato, tenuto a fare , ora, oggi come oggi, in questo momento storico ci vuole un’unico grande alleato: il denaro.

Esssere ecologici, costa, costa soprattutto soldi, ma anche tempo. E’ quindi necessario che chi può parta prima, mentre si trovano altre soluzioni, è necessario che l’elitè adotti un atteggiamento intrasigente, di esclusione, di gogna sociale, verso chi potrebbe ma non può. i vecchi parvenù, sostituiti all’interno dei salotti da chi inquina, schifati, non invitati al tavolo dell’apparire ecologici.

Un movimento del , sei ricco ma non sei ecologico = sei uno sfigato. L’elevazione del comportamento ecologico a status simbol a modello aspirazionale, e salvatore del consumismo molto di più di quanto non lo sia ora. Una massa di gente dientro al telofono che fa selfie e si muove, senza muoversi, solo ed esclusivamente al grido di #green.

Un turismo e un cibo e un’energia e dei vestiti e dei cosmetici…il consumo/ il capitalismo che si muova al grido del solo possibile dio del prossimo decennio: L’impatto zero.

Perché per ogni Chiara Ferragni che si pente e si scusa per aver promosso un acqua in bottiglie di plastica ci sono 14 milioni di follower che si comprano una borraccia e non toccano mai più un solo pezzo di plastica usa e getta.

Teorie e tecniche dello svuota tasche.

C’è stato un tempo dove ognuno di noi si è visto regalare questo oggetto inutile e senza senso da un parente, di solito uno zio o una zia, accompagnato dalla frase “così ogni volta che ci metti le chiavi mi pensi”.

Ce ne sono di mille tipi ma quello in pelle quadrato resto un grande classico della “letteratura contemporanea”.

Lo svuota tasche alla fine ce lo siamo portato in giro per il mondo, dalla nostra stanza alla nostra prima casa, alla seconda, alla partenza per un posto lontano. Quell’oggetto inutile dentro al quale lanciamo le chiavi o gli spicci senza centrarlo quasi mai.

Lui che vive e ha vissuto di una vita propria sempre insieme a noi, lui, il primo a entrare nella casa nuova durante il trasloco (depositario delle 3 copie di chiavi consegnate appena arrivati) e l’ultimo ad uscire invece quando la casa la si lascia.

Lui a volte a triste, nei periodo in cui sei di corsa e ti tieni tutto in tasca, o felice, stracolmo di chiavi, lampadine senza scatola ,spicci a non finire, chiodi…

C’è stato un momento della mia vita in cui con gli euro dello svuotatasche ci potevo tranquillamemte fare la spesa per 5 giorni.

Come era felice il mio svuota taschequando avevo 20 anni, tutto tronfio con la sua montagnola di spicci su cui giacevano addirittura vari mazzi di chiavi. C’erano monete di tutti i tipi, tante asiatiche e alcune africane, e la sfida era acchiappare al volo spicci giusti per non presentarsi a pagare il caffé con monete bucate della valle del nilo.

Negli anni gli spicci sono stati usati, e rimpiazzati da pezzetti di lego, o micro pezzetti in simil plastica delle sorpresine Kinder; la montagna di monete esotiche è stata rimpiazzata da una mini discarica di natura varia su cui non è più possibile appoggiare le chiavi.

Siamo stati costretti a comprarne un secondo più brutto, meno capiente e molto meno chic per le chiavi…

Mi chiedo da giorni che fine abbiano fatto le mie monete esotiche usate forse da chi non doveva, per riempire salvadanai troppo leggeri, e lo guardo con insistenza il mio svuota tasche “una piccola malagrotta” in miniatura coperta dal rotolo dei sacchetti usagetta del cane – quelli per raccattarla per strada – perché sì signori incredibile io lo faccio, confesso “io la raccatto”.

Lo fisso da giorni con un solo pensiero, che no non è quello che state pensaando…lo svuota tasche come metafora delle fasi della propria vita… no lo fisso e da giorni e semplicemente penso:

Ma chi cazzo è che me l’aveva regalato sto coso?

Io rallento, tu rallenti, loro non rallentano

A volte succede che il tempo si fermi, per uno spavento, come due sere fa quando nano 2 è rimasto illeso per miracolo, è vivo perché c’era del ghiaino per terra. Se no era finito sotto una macchina, per sbaglio, di notte dove non era chiara la linea di confine tra marciapiede e strada.

Ci sono delle frenate brusche, improvvise, che ti lasciano quel senso di stordimento e spesso qualche livido adosso.

A volte succede che il tempo rallenti, come quando un mese e mezzo fa ho smesso di andare in ufficio tutti i giorni. A distanza di settimane mi sveglio con il senso di colpa, perché gli altri corrono, io non più. Non so gestirlo questo nuovo tempo lento, questo tempo per me. Mi sembra di sprecarlo quasi sempre, e di non usarlo, o che avrei dovunto comunque usarlo per produrre. Ma quel che faccio ora ha altri tempi, altri ritmi, che a me sembrano lenti, ma che forse non lo sono poi così tanto.

Così io rallento, e insieme a me mi sembra abbiano rallentato anche i nani, è una frenata lunga, progressiva, per cercare di trovare il nuovo ritmo. Una frenata piena di forse, di fallimenti da metabolizzare, di ripartenze non volute, ma in ogni caso da gestire.

E poi, fuori contesto, vai a sapere perché, come fossero ancora adolescenti, persone che parlano a vanvera del mio tempo, delle mie scelte, così per il gusto di dire qualcosa. I moralizzatori li chiama la mia amica B.

Così mentre io rallento, e metabolizzo il fallimento e trovo un nuovo ritmo, mi dò una pacca da sola sulla spalla e mi ripeto tipo mantra ” Pensa in modo sbagliato, se vuoi, ma in ogni caso pensa con la tua testa.”

Che in fondo guardando indietro è quello che fatto tutto la vita.

Mandare tutto all’aria e farsela addosso.

NO PANIC

Se non fossi stata una perfetta sconosciuta ma anche solo una misera starlette dell tv nostrana, potrei parlare oggi di un segno del destino o di un coach motivazionale che mi ha spinto a rivedere i miei limiti , i miei perametri, la mia confort zone e che mi abbia aiutato a capire che il mio IO interiore era insoddisfatto e infelice di questa vita da occidentale 4.0.

Potrei raccontare di come la meditazione e lo yoga mi abbiamo aperto la mente sulle enormi potezialità che la vita ci regala e di come poco ne cogliamo l’essenza; di come questo mi abbia permesso di spingermi oltre le mie capacità dandomi la forza e il coraggio di rivedere tutto.

Sarei bravissima, credo, nelle mie nuove vesti di starlette con chignon stretto, capelli scuriti e non più biondo platino, seduta su una poltrona dal design moderno e vestita con un bellissimo tailleur (in prestito) grigio con pantalone a vita alta, a spiegare come in realtà i quasi 40 sono i nuovi 30; che è solo dopo che i figli crescono abbastanza da lasciarti un vuoto che finalmente la tua mente ha tempo di respirare e di capire CHI veramente sei e COSA veramente vuoi fare nella tua vita…

Se non fossi una perfetta sconosciuta ma anche solo una misera starlette della TV nostrana, potrei quindi proseguire raccontando per filo e per segno come la mia quotidianità è in fase di assestamento e come questo mi spinga ogni mattina a cercare detro di me il meglio, a sfruttare a pieno il tempo che finalmente ho e ad avere anche la capacità di apprezzarlo; come la nuova sfida che mi sono posta mi metta di buon umore ogni mattina e mi permetta di gestire meglio, prima di tutto il MIO tempo, quello per me, poi quello per i figli e in generale focalizzare quelle che sono le cose VERE della vita.

Peccato che io sia solo una perfetta sconosciuta che dopo aver preso uno schiaffo e in un attimo di follia, si è licenziata da un lavoro quanto meno sicuro (noioso e umiliante ma sicuro) per lanciarsi in qualcosa di cui non capisce praticamente niente, probabilmente al di fuori delle sue capacità, che al momento brancoli nel buio totale nella gestione del tempo, dei figli, di se stessa, con i capelli dritti (biondo platino) e gli occhi spalancati. Lo yoga in questo caso serve a gestire i momenti di pura ansia e panico che la nuova condizione apporta; mentre la meditazione questa sconosciuta…

Ecco come mandare tutto all’aria e poi farsela addosso. Che però ve lo dico … fa molto 20 enne irresponsabile quindi, non male…

Breve storia banale di una crisi di mezza età. PUNTO.

Uno schiaffo a 40 anni che bene che ti fa.

Ho un vaso pieno di lezioni imparate masticate digerite ed assimilate, ma una più di tutte vorrei regalare ai miei figli per evitargli quel processo di rabbia, odio, delusione, amarezza e tristezza che serve per impararla.

Aver a che fare con i “cazzoni avariati” di cui il mondo occidentale , e in prevalenza maschile è costellato.

Perché se anche tu sei il mago di uno sport qualsiasi, o l’amministratore delegato di una società qualsiasia, che tu sia il figlio di, che tu sia alto e bello, che tu sia in auge o in disgrazia, da qualunque posto tu venga, e in qualunque posto tu vada o in qualunque posta tu ti trovi, se hai un atteggiamento di superiorità, con chiunque: “sei solo una cazzone avariato”. Mi spiace non esiste altra espressione per dirlo.

Ed è questo atteggiamento che spesso irrita qualcuno, e che spesso qualcun altro giustifica a creare quell’equivoco senza senso che fà sì che ” eh mai sai lui è…” e la frase dovrebbe solo finire in un modo: “lui è un coglione”.

Un coglione che fa le prediche sull’attitudine al comando, sull’importanza del saper perdere, sui leader della vita e che contemporaneamente:

1 usa solo il maschile singolare

2 non saluta perchè lui saluta solo chi conta

Le mamme di figli maschi dovrebbero chiudere la giornata sempre con questa frase della buona notte: “figli miei, se vi becco a farvi forti della vostra posizione privileggiata che poi lo è spesso è solo per botta di culo di nascita, figli miei vi prendo a calci da qui all’eternità, forti coi deboli, forti con le donne, forti con chi lavora per voi, forti con chi vi permette di farvi forti. Un sacco di schiaffi anche se siete adulti, anche se avete 40 anni.

Sì a questi 40enni cazzoni avariati le madri dovrebbero dare un sacco di schiaffi, di quelli che ti umiliano, perché a 40 anni le sberle di tua madre..sai che umiliazione?

AMEN

Le scarpe nuove.

IMG_20181031_151944_447.jpgErano anni che compravo solo quelle comode, senza tacchi, morbide, come se le avessi sempre avute ai piedi. Poi, qualche giorno fa, le ho viste… e lo sapevo che i primi giorni sarebbero state un inferno.

Mi battono sul malleolo, mi stringono le dita, e con la suola completamente in cuoio rischio di morire su qualcisai superficie. Ma stanno cedendo, millimetro dopo millimetro, lo sento che stanno cedendo e più cedono, più capisco che le scarpe comode moderne, sono una cagata pazzesca.

Ho un paio di scarpe nuove, cucine a mano, sono in pelle e suola in cuoio , sono fatte come una volta si facevano le scarpe, e sono giorni che mi metto cerotti sui piedi.  Mi fanno un male tremendo, ma ogni giorno un pò meno. Così ogni mattina aggiusto i cerotti e me le rimetto, pensando che sì, le cose nuove dovrebbero essere così all’inzio:

Scomode.

La novità comoda, che razza di novità è? Se non hai neanche bisogno di assestarti un pò, di farci l’abitudine. E invece ormai mi rendo conto di quanto il nuovo sia comodo, addattato a noi, a me. Un mondo comodo mentre intorno l’apocalisse. Comodamente da casa facciamo “opposizione” al governante di turno, “comodamente” dai nostri computer leggiamo le notizie di chi muore “scomodamente”. Comodamente seduti a tavola sulle sedie ergonomiche parliamo della fame nel mondo e dei problemi di denutrizione. “Comodamente” …

E poi invece stiamo scomodi nei nostri panni, nei nostri corpi, nei nostri pensieri, che non riusciamo neanche a trattenere per più di 8 secondi (meno di un pesce rosso).

Ho comprato un paio di scarpe nuove, sono fatte per durare tanto tempo, e perché questa magia accada, la magia del durare nel tempo, stiamo imparando a conoscerci e per ora sto parecchio scomoda. Ma sono fiduciosa che troveremo un giusto compromesso.

Come si faceva una volta.

Le cose belle che non dovrei dimenticare.

La mattina quando mi sveglio apro gli occhi e vedo la luce che filtra dalle persiane.  IO VEDO. Di solito qualcuno alle prime luci dell’alba si è intrufolato sotto le lenzuola e aspetta pazientemente che io apra gli occhi. Mi sorride, mostrando tutti i denti in contro luce, e appena li apro mi abbraccia forte, quasi mi strozza, spesso si appoggia ai capelli col gomito e li tira, e mi fa un pò male. IO SENTO il suo profumo e la sua voce. Nel silenzio una mano adulta si appoggia sulla mia fronte e mi dà una carezza. E io RICORDO di avere accanto un amore grande da più di 10 anni, tutte le mattine, anche quelle in cui siamo arrabbiati e stanchi, tutti e due ci auguriamo BUONGIORNO.

Ci sono mattine in cui c’è tempo di cucinare i pankace (raramente) e di sederci a tavola a fare colazione, tutti insieme. Le finestre danno su un cortile interno pieno di alberi e piante (e zanzare) e c’è abbastanza silenzio per dimenticarsi che siamo in città. Ho un LAVORO che mi aspetta e una CASA accogliente dove tornare la sera.

Quando scendo spesso ho un SORRISO e un CIAO e a volte un aiuto da dare a chi, a pochi metri dal mio portone, pulisce la strada al posto del comune, porta la spesa a casa alle vecchiette in difficoltà, o se ne sta a bivaccare davanti a supermercato chiedendo qualche moneta. Lo dico anche ai NANI di dire BUONGIORNO, e se è un viso concosciuto,  se lo ricordano da soli di salutare.

Il nano grande aggiunge anche un come stai? Qualche volta si ferma e fa domande scomode: “Davvero non hai una casa? E dove dormi) Davvero non hai un lavoro? E come trovi i soldi? Davvero sei arrivato dal mare?”  E mi mordo la lingua (non sempre con successo) per non troncare la conversazione tra i due. In quel momento ho un senso di colpa per quello che HO, e un senso di ORGOGLIO per il nano che si interessa all’altro. Che parla con il prossimo conosciuto per strada. I ragazzi di solito a me non sorridono quando li saluto, ma ai bambini sì, gli chiedono del calcio, di dargli il 5 con la mano, di studiare a scuola che è importante.

Mentre la mattina sono in macchina ho un’amica da chiamare, lei fuma la prima sigaretta della giornata e io guido verso il mio ufficio lontano da casa e ci lamentiamo tra di noi di quello che non va, come le amiche vecchiette. Così scarichiamo la nostre dose di lamentele tra di noi e non passiamo per ingrate con il resto del mondo. Facciamo bella figura tutte e due così. IL diritto alla lamentela (inutile) è sacrosanto. E spesso diciamo cose davvero poco corrette. Ma sono parole che restano nell’aria della mia macchina e sul terrazzo dove fuma lei. Non lo sa nessuno.

Ho 5 giorni di solitudine tutti per me davanti; 5 giorni sono abbastanza per avere un pò di nostalgia delle cose qui sopra. Che sono cose belle, ma che spesso non riesco a ricordare.

Poveri papà moderni.

Quando arrivano davanti a scuola hanno quell’andatura incerta, irregolare. La si confonde con uno zoppichio dovuto a quel continuo chinarsi verso il basso per sentire i figli che gli parlano, ma sono proprio loro che sono incerti.

A un primo sguardo sembra si muovano con fare sicuro, con movimenti secchi; molti hanno il più piccolo sulle spalle, per fare prima, e il più grande per mano. Ma mentre attraversano da un parciapiede all’altro è facile coglierli in fallo. Hanno quell’attimo di lucidità negli occhi dove il loro neurone “maschio” si chiede cosa diavolo ci facciano lì. Alle prese con grembiuli da infilare merende da controllare.

Poi, come chi cade per terra e si rialza al volo nonostante la culata dicendo “NON MI SONO FATTO NIENTE” per evitare la figuraccia, allo stesso modo rientrano dentro questo nuovo schema che gli è stato imposto dai tempi moderni. E a cui sommessamente si sono dovuti adeguare per non essere bollati come “retrogadi, misogini, maschilisti”.

Ma la mattina, le poche volte che non ho fretta anche io, mi siedo un attimo sul motorino prima di ripartire e li guardo arrivare e, niente si vede proprio che navigano ancora a vista. Questa prima generazione di papà moderni, che proprio non si capacita di quello che sta facendo.

Potrei classificarne almeno 6 tipi ma i miei preferiti sono due: i papà delle femmine, e i papà sportivi.

I primi, i papà delle femmine, hanno quel sorriso rassegnato sul viso, e un amore sconfinato nel cuore, mentre aggiustano la gonna di tulle e fanno la coda di cavallo alla figlia; che vorrei tanto abbracciarli e dire loro: “vai ti prego, vai, lo faccio io, non lo dico a nessuno. Vai a farti una birra alle 8 di mattina parlando di tette e con rutto libero, che non posso guardarti mentre fai tutto questo, mi piange il cuore a pensare alle volte che avresti voluto semplicemente tirare due calci a un pallone o meglio ancora, fregartene del tutto e startene in mutande sul divano”. Mi viene un pò da proteggerli, forse perché il mio, che è un papà di femmine, non c’ha mai capito un cavolo di code da cavallo e gonne e tulle. Ma per sua fortuna ai tempi non era necessario partecipare alla vita dei figli, e in effetti non ricordo grandi accompagni da piccole (neanche di mia madre per la verità, ma questa è un’altra storia).

Gli altri, i papà sportivi, eroi personali dei propri figli, credono di aver trovato la quadra facendo cose con i propri figli e li cogli in fallo ancora più facilmente. Nel preciso instante in cui il nano malefico chiede qualsiasi cosa più complessa di cibo o tecniche sportive. Perché questa cosa del parlare, di farsi delle domande e dare anche delle risposte sensate mentre sali le scale della scuola, magari alla semplice domanda, “papà ma Dio esiste?” – che te la fanno sempre mentre corri da una parte all’altra e spiazza madri e padri di ogni genere- ecco al papà sportivo, questa cosa di dare un senso alla vita per la quale loro stessi il senso non lo hanno mai trovato, lo fa crollare in ginocchio. Lo vedo che si accascia dentro e vorrebbe solo girarsi e cedere le manine che tiene strette – al limite della sopportazione del bambino che passerà la giornata a massaggiarsi – a una qualsiasi delle mamme accanto.

Anche stamattina me ne stavo lì a pensare a quante cose un pò “ridicole” abbia prodotto l’emancipazione femminile e i poveri papà moderni sono una tra queste. Per carità, non che non sia una manna dal cielo tutto questo dividersi i compiti , è solo che a loro poverini, bisogna dirlo, questo ruolo viene proprio una schifezza.

Non mi resta che sperare che i miei di figli (maschi) diventino padri un pò più partecipi del mio, ma anche un pò meno di quelli di adesso, che la coda di cavallo è una cosa che non gli verrà bene mai, nei secoli dei secoli 🙂

Cose a caso – wish list

In ordine sparso.

cose belle che vorrei e non comprerò:

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E non le coprerò perché sono troppo pigra per andare nei singoli negozi a cercarle…

Ma se Italia arivasse questa app qui io sarei la cliente numero 1:

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In pratica, dopo esserti registrata e aver dichiarato più o meno che gusti hai…ogni mese (o anche ogni 15 giorni) ti mandano a casa una scatola piena di vestiti da proporti.. paghi solo quello che tieni e la spedizione è gratuita (andata e ritorno).

Ovviamente so già che non arriverà mai.

 

 

Marta ed io

Marta ed io siamo nello stesso ufficio da 10 anni. Non si può dire che siamo amiche però, io e Marta, ci conosciamo abbastanza bene ormai.

Stamattina dopo qualche giorno di “silenzio stampa” siamo andate a berci un caffè al bar insieme.

Marta ha la mia età e ha un figlio, il secondo non lo fa perché dovrebbe cambiare casa, quella in cui vive e su cui paga il mutuo è piccola e nella stanza di suo figlio il letto a castello non entra. E poi con due figli sua mamma, che la aiuta il pomeriggio, non ce la farebbe.

Marta è la seconda di tre fratelli, il nonno era proprietario di una pasticceria a San Lorenzo, il padre ingegnere e la mamma maestra. Da piccoli facevano delle bellissime vacanze estive e spesso anche un viaggio a natale. I nonni avevano anche una seconda casa in Calabria.

La pasticceria ha chiuso una decina di anni fa; per via delle tasse, del quartiere che è molto peggiorato e della posizione che da felice è diventata infelice. I genitori di Marta la aiutano quando possono, ma anche il loro tenore di vita è molto cambiato negli ultimi anni.

Marta mi dice spesso che il passaggio da “felici” a “occhio alle spese” è una cosa che all’inzio non percepisci, si insinua lentamente. E nel giro di 10 anni sei passato dal chiederti dove andare in vacanza al “ce la faremo a farci una vacanza?”

Marta è la nipote di un pasticcere che ha lavorato sodo tanto da consentire al figlio di diventare un ingegnere.

Poi è stato il turno di Marta che è salita sull’ascensore sociale, ha spinto il bottone e si è accorta che l’ascensore andava in discesa. Dentro, suo nonno che non si gode la pensione, suo padre che arranca e lei con un figlio e una casa piccola piccola su cui paga il mutuo.

Marta, viene in ufficio in macchina che non è sua, è in affitto, così può scaricare un pò del costo dalle tasse, perché ovviamente  Marta è una partita IVA. Qualcuno direbbe che è un’ auto in sharing che fa tanto fico nella nuova economia mondiale dove tutto è in affitto e niente è proprio (perché nessuno può più comprare, non perché è fico affittare tutto).

Invece la macchina è semplicemente a rate (ma rate di affitto, no di acquisto). Il padre di suo figlio invece, avendo l’ufficio più vicino ci va in bici e non perché è ecologista…

Marta nelle giornate no, quando magari ha dormito poco, si alza, porta il figlio a scuola si immerge nel traffico ed è circondata da strade distrutte, palazzi crepati, immondizia, è la strada che la porta qui in ufficio, la stessa che faccio io. E’ brutta davvero. Ma a Marta, giustamente, dà ancora più ai nervi che a me.

Marta fa il mio stesso lavoro, abbiamo anche qualche amica in comune, ha frequentato il mio stesso liceo. Potrei dire che Marta è un po’ come me.

Marta ed io non siamo amiche ma ci conosciamo da tanti anni, da quando Marta non faceva i conti per arrivare a fine mese e veniva ogni tanto in ufficio con paio di scarpe nuove. E’ tanto che non la vedo con scarpe nuove.

A volte penso a Marta e alle tante Marte che conosco, che certo hanno un tetto sulla testa e un pasto caldo, ma anche occhiaie sul viso, e degrado che li circonda, e conti da pagare e pochi svaghi oltre alle ore felici con un solo figlio e mi immagino le loro facce quando magari ogni tanto hanno la forza di ascoltare o leggere qualcosa di politica.

Abbiamo preso il caffè in silenzio stamattina, poi lei mi ha guardato, ha alzato le spalle e mi ha detto: “Non ho niente da perdere, vivo arrancando”. Ho pagato il caffé, perché era il mio turno, e ho annuito.

Marta ha votato cinque stelle domenica, io no. Però forse ha ragione Marta, io sono solo (temporaneamente) sulla riva più fertile del fiume.