Il temp(i)o del silenzio

Lo impari col tempo il valore del non detto, che quasi sempre è meglio tacere invece che parlare. Lo impari a rilento e con molta fatica e in tanto per strada quello che scorre è la vita.

In questi tempi di rumori forti, mi chiedo come facciano i miei bambini ad ascoltare i loro pensieri, io a malapena senti i miei. Troppo presi a controllare quello che pensano gli altri di noi (anche loro). A fare cose, a lasciare il segno, a diventare i numeri uno i più bravi, i più magri, i più belli, alla ricerca spasmodica esattamente di cosa non lo so.

Si profilano tempi bui all’orizzonte, il mondo non è che se la passi proprio un granché.

Il silenzio è una cosa che andrebbe coltivata, una materia a scuola, un obbligo a casa. Non c’è niente di male, penso, a  non aver niente da dire, o ancora meglio a tenersi per sé le proprie opinioni; a coltivarle, ad approfondirle.

“Torna quando ti sarai FATTO un’opinione” mi dicevano.  Il che presupponeva che tu dovessi approfondire/studiare prima di aprire bocca.

“Non parlare a vanvera” insieme a “smettila di aprire bocca e dargli fiato” andavo spesso in parallelo.

Mi chiedo allora perché abbiamo smesso di farlo. Tacere.

Tacere , invece di esprimere un giudizio su qualcosa o spesso qualcuno che , non ci riguarda.

Tacere quando vorremmo sfogare le nostre frustrazioni sul primo malcapitato.

Tacere quando parliamo di massimi sistemi di cui, diciamoci la verità, non conosciamo nient’altro che i titoli senza senso letti distrattamente sui social.

Tacere quando i figli ci chiedono qualcosa che non sappiamo, tacere quando qualcuno se ne sta lì seduto davanti a noi senza dir niente.

Il silenzio, in fondo, mi pare sia un bel posto dove stare.

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Cronache da un matrimonio

Non c’è un giorno esatto in cui puoi dire che sia nata la vostra amicizia, non c’è perché non è stata una scelta quella di crescere insieme. Insieme stavano i nostri genitori insieme siamo state noi, in vacanza, non in vacanza, in città al mare in montagna a scuola. In barca sotto al sole, in montagna al freddo e al gelo.

Io c’ero quando litigava con la mamma, lei c’era quando io non potevo litigare con la mia. Io c’ero quando si è sfracassata una caviglia sugli sci, da ferma, ridendo. Io c’ero quando era natale, lei c’era quando era pasqua. Eravamo insieme a Londra la prima volta, eravamo insieme i week end quando partivo con i miei genitori e passavo a prenderla il venerdì pomeriggio e la riportavamo la domenica sera.

Lei era lì e io ero lì che lo volessimo o meno. Come le sorelle che non puoi mica sceglierle. Lì.

Poi le strada si fa tortuosa e a volte si separa a volte si incontra, magari nelle occasioni più formali, ma sei sempre lì, come se il tempo non fosse mai passato. Come se ti fossi vista il giorno prima. E tutto scorre, ogni tanto agli incroci ti incontri, ridi, passi un week end in barca insieme, una festa di compleanno, una settimana in montagna, e poi più niente. Silenzio e i mesi passano.

Avanti per la propria vita, per la propria strada, e di nuovo un incrocio, e di nuovo non c’è niente da spiegare o da raccontare, o da recuperare. Il tempo è a nostro favore, il tempo quando ti vedi non è passato.

Un altro natale, un altro compleanno, un battesimo, una festa, una breve vacanza e poi all’improvviso tutto si materializza davanti.

Un MATRIMONIO. Uno di quelli dove stai in chiesa dall’inizio alla fine, uno di quelli dove arrivi presto e te ne vai tardi. Uno dei pochi dove davvero davvero sei felice per gli sposi.

Il tempo pochi giorni fa mi ha consegnato una busta, dentro c’erano tutti questi anni, tutti i figli, tutti i ricordi, c’erano le delusioni, e anche le arrabbiature, c’erano le incomprensioni e le prese di posizione. Il tempo mi ha consegnato una busta di ricordi, mi ha dato uno schiaffo e mi ha detto “e mo’ vedi se non ti svegli e capisci che sto correndo” – nella mia mente il tempo parla barese… non so perchè.

 

 

Of course, but maybe (cit Luis CK) – libero sfogo da prima elementare

E’ da qualche giorno che un senso di agitazione/emozione ha fatto capolino. Le telefonate dei nonni, le domande delle amiche. La preparazione della cartella. Ci siamo, mi dicono, “sei emozionata?” . Rispondo “sì sì” in automatico e cerco di ignorare la vera natura del sentimento che provo. Cerco di fare la mamma, ci provo, rassicurando il nano e raccontandogli che la scuola è un bellissimo posto, che si farà un sacco di amici. Che la sua maestra è davvero tanto gentile. Lo rassicuro. Altre telefonate, altre domande.

Ieri sera lavandomi i denti un piccolo strappo nella “idilliaca” favola che ci raccontiamo ha fatto il suo ingresso. L’incazzatura. Mi guardo nello specchio e l’unica cosa che penso è, ma porca vacca quanto cacchio sono invecchiata. Ma chissene frega del nano qui il problema sono io e solo io. Ho un figlio (due per la verità) e per di più va anche in prima elementare. Insomma una donna finita. Na vecchia.

Finisco di lavarmi i denti e cerco di cacciare i pensieri egoriferiti per fare la brava mamma e emozionarmi di felicità perchè mio figlio va in prima elementare domani. “Sii empatica almeno questa volta” penso.

Mattina, doccia, colazione, il nano è emozionato, io un pò anche.

Si veste da solo, decide cosa vuole mettersi senza chiedere consiglio. Lo trovo pronto e con denti lavati in corridoio, io sono ancora in mutande… Usciamo presto perché ovviamente mi sono ridotta all’ultimo e dobbiamo andare a compare quaderni, cartelline, colori e una  lunga serie di cose scritte su una lista che ha passato tutta la settimana attaccata al frigorifero.

Andiamo dal cinese sotto casa.

Merenda e eccoci davanti alla scuola, in anticipo penso io, invece sono già tutti lì. Passano i minuti e il cancello ancora non si apre. Il nano chiacchera con il suo amico e io cazzeggio su instagram, appoggiata al muro e penso: “ma che palle”. Mi riprendo subito sfoderando a tutti i genitori che mi circondano uno dei sorrisi migliori, quello da riunione con l’amministratore delegato. Loro sono sorridenti, elegantissimi, mi giro verso LUI (papà) e lo vedo più annoiato di me, ci capiamo al volo e ridiamo.

Cerimonia di ingresso, divisione per classi, appello, convenevoli, l’emozione se n’è andata a fan…lo 20 minuti fa, voglio solo scappare, ci sono mamme che scattano foto, papà che baciano, un sacco di gente felice che produce rumore e gridolini. Bambini rumorsi. Mi dò un contegno ma dentro sto morendo di pizzichi. Le mamme fanno amicizia, si scambiano i numeri. Io confido nel fatto che ne conosco già 2 quindi anche chissene frega. Finalmente il supplizio volge al termine – penso io – saliamo per le scale e li portiamo in classe, sono in fila per due e questo si mi emoziona perchè devono stare in silenzio.

Entrano in classe, e alcuni genitori mi spintonano per fare il video dell’ingresso, e di questi memorizzo istantaneamente le facce per bucargli le ruote più avanti nel corso dell’anno scolastico. Mi avvicino alla maestra solo per chiedere “possiamo andarcene?” Ma la mia mente elabora in un nanosecondo che sarebbe davvero brutto e quindi mi esce un “l’orario di uscita alle 13.30 giusto?” mi risponde piccata che no, è alle 13.00. Partiamo malissimo. Guardo Nano 1 , non mi cerca, sembra sia sempre stato lì, si è scelto il banco in fondo vicino alla finestra. Praticamente non starà attento mai. Mi avvicino gli chiedo se è tutto ok e mi risponde sì certo! Della serie mamma che ci fai ancora qui. Colgo la palla al balzo e me ne vado.

Finalmente sono fuori, e quella sensazione di essere assolutamente fuori posto e fuori contesto in mezzo a tutti quei genitori partecipi e sentitamente felici mi abbandona. E l’unica cosa che penso è che no, non ce la posso proprio fare a affrontare questa cosa delle elementari… con le altre mamme… interagire…preoccuparmi… io non penso di riuscire proprio a sopportare il contorno.

Ho anche un vago senso di antipatia nei confronti della maestra ma ricaccio il pensiero appena fa capolino. E mi concentro su questa cosa del politicamente corretto, che non se ne può più e vorrei poter essere libera di dire a tutti che al momento sarei felice se l’asteroide del Buondì precipitasse in ordine sparso su (a puro titolo esemplificativo):

Saviano Bastian contrario e le sue spiegazioni

Le perenni inchieste/articoli/analisi per avere donne manager

La bellissima vita glamour .. degli altri

La polemica sulla bellissima vita glamour.. degli altri

Gli eccessivi salutisti, fanatici di yoga che solo ieri erano tossici imbottiti di MDMA in cerca di rave

Le frasi ponderate

Le spiegazioni pro e contro i vaccini

Le polemiche sul tempo, sul sindaco, sul chiacchericcio

E vado avanti a fare la lista per tutto il tempo che mi separa dall’ufficio, e il mio ufficio è lontano lontano lontano.

Parcheggio chiudo la macchina e penso che mi sento proprio così, come lui…

OF COURSE…BUT MAYBE

Breve Post -Vacanza 2017

Dovrei raccontarvi di patinate giornate estive, di pelli abbrozzante, di bambini felici, di mare cristallino, di sale, di capelli crespi e di sandali.

Dovrei dirvi di un’isola ormai non più dimenticata nel mezzo del mare greco, dove il vento ti prende a schiaffi tutti i giorni, dove non fa mai davvero caldo. Di feste con mood anni 80, di niente da fare, di tempo che si ferma.

Dovrei dirvi di figli felici, di adolescenti sdraiati, di cibo cattivo, di lentezza, di routine, di amici e nemici.

Dovrei raccontarvi di occhi verdi che sono belli uguali, come 10 anni fa, e sorrisi impossibili da dimenticare e di un compleanno dimenticato.

Dovrei e invece non faccio altro che pensare che è bello che non siate ancora tornati a casa come me.

Ci ho messo esattamente la metà e del tempo ad arrivare in ufficio stamattina. La tangenziale era vuota come neanche a mezzanotte di un lunedì invernale di pioggia. E mentre la radio passava i 99posse ho provato il brivido di fare la bretella della Roma l’Aquila a 170.

Il supermercato è chiuso, riapre domani, e siccome gli unici in città sono i turisti, Roma è anche un più pulita. Siamo soli, lui e io, e il cane che mi guarda con occhi languidi per un ennessimo biscotto mattutino… i nani sono in vacanza dai nonni.

E tutto questo, mentre leggo il giornale e nessuno mi interrompe, mi piomba davanti agli occhi in slow motion. Alzo la testa, sorrido e penso che sì, questo è uno di quei momenti in cui il cuore ti sembra perda un colpo…

e tu sorridi da sola guardando in alto (non si sa mai ci sia davvero qualcuno) e a ti scappa un grazie ad alta voce.

 

Playlist di luglio

Playlist di luglio

Scrivo dal telefono di ritorno da Milano e ascolto musica pop italiana contando le balle di fieno che passano.

La mia “Playlist” immaginaria :

Mi piacciono gli incontri fugaci tra amiche organizzati all’ ultim’ora dove in 2 ore riassumi gli ultimi 6 mesi. E i minuti sono così pochi che di base, il rospo, lo devi sputare subito,  senza premessa. Senza filtri.

Mi piacciono i giorni in cui sono Viola e non Mamma. Mi piacciono anche i giorni in cui sono Amore Mio e non Viola.

Mi piace la musica ad un volume assordante.

Mi piacciono i matrimoni dove qualcosa va terribilemente storto e quel qualcosa diventa il ricordo più bello del matrimonio.

Non mi piacciono gli uomini con la barba che come diceva mia nonna hanno sempre qualcosa da nascondere e poi diciamocelo…la barba puzza.

Mi piacciono le persone basiche,  quelle che “prendono un pezzetto di terra lo dividono in 4 e seminano cose diverse in ogni quadrato”.

Ho scoperto che Dio ha smesso di distribuire l’autoironia , peccato,  a me piaceva un sacco.

Mi piace andare in moto senza casco e in macchina senza cintura e guidare veloce, e fumare dentro i locali e dormire truccata.

Mi piace bere ma non ubriacarmi,  mi piace fare tardi,  ma non vedere l’alba.

Mi piace mangiare, mangiare tantissimo che poi mi sento male. Mi tira la pancia.

Non mi piace fare sport anche se poi rosico perché non sono magra e tonica…

Mi piacciono i miei amici pochi ma buoni.

Mi piacciono le feste di compleanno ma io non festeggio da sempre.

Mi piaciono le canzoni di Vasco e Tiziano, e mi piacciono i tormentoni estivi.

Mi piace Roma che arranca, Roma sporca e e bistrattata perché il disastro sta spingendo i Romani a osare e ne stanno uscendo cose fichissime, e mi piace essere tra i pochi a pensarla così .

Mi piace guardare le facce ebeti che guardano lo scintillio di questi tempi incantate, mentre dietro di loro … l’apocalisse.

Mi piace chi non ha certezze, chi non è organizzato,  chi non dà il meglio di sé.

Non mi piacciono i prepotenti gli iperattivi i detentori di certezze,  i “denigratori professionisti” che fanno gli splendidi sulle debolezze altrui .

Mi piacciono le case un poco scrostante, i servizi di piatti spaiati.

Mi piacciono le piogge estive,  i vestiti scoloriti,  i costumi slabbrati,  i piedi scalzi con lo smalto rovinato.

Mi piace il mercurio cromo sulle braccia dei miei figli.

Mi piacciono i sorrisi a mille denti e gli abbracci fortissimi tra sudati perché fa caldo.

Mi piace la caducità dell essere umano. Mi piacciono gli uomini improvvisamente eleganti.

Mi piacciono i giochi di parole. Mi piace leggere il dizionario.

Mi piace il signore di fronte a me in treno che mi ha offerto metà della sua frittata di patate dicendo “vuole favorire”.

Mi piace questo luglio di aspettative che verranno probabilmente disattese e aspetto di essere su un’ isola greca dove ci sono solo Bretoni romorosi  e capre, per essere bambina ancora una volta, come tutte le estati passate.

Brevi considerazioni post Pasquali

PRESS PLAY AND READ

Natale con i tuoi… e Pasqua alla fine perché no .. pure. Anche perché se non lo fai, se non ti presenti, ti bannano dalla chat di famiglia, ti bullizzano, ti fanno sentire uno schifo, manco gli avessi rubato un milione di euro. E chissene importa se hai una scusa plausibile, tipo, stai per partorire… quindi sì: Natale con i Tuoi e Pasqua pure.

Se Pasqua vuol dire famiglia, è confortante riprendere i propri “falsi ruoli” costruiti su di te quando avevi 5 anni. Il fatto che a quei 5 se ne siano aggiunti almeno una trentina con tutto un lungo bagaglio di esperienze di vita, di percorsi, che ti hanno formato, cambiato, definito, migliorato o peggiorato, è del tutto irrilevante. A casa tu resti lo stesso, che tu abbia 5 anni o 40. Il coglione resta tale, l’antipatico anche, il genio pure. E i rompicoglioni su quelli non c’è dubbio… i rompicoglioni non cambiano mai.

C’è un periodo di mezzo nella tua vita in cui ti divertono cose “diverse” ma superata quella fase, quello che vuoi fare è replicare le stesse stronzate che facevi da bambino. Solo che adesso alla caccia delle uova purtroppo non ti fanno partecipare. Ma puoi pur sempre mangiartene un pò mentre fai l’adulto e le nascondi per i tuoi figli e quelli degli altri…salvo poi dire che ne possono trovare “solo 2 a testa”.

Gli amici di un tempo, sono gli unici che capiscono le cagate che dici e che fai, agli altri che devono entrare nel meccanismo e nelle dinamiche della giornata a casa tua, devi spiegare cosa succede intorno… e ti fa fatica solo cominciare…

Si può fare la dieta anche a Pasqua.

E poi alla fine, c’è sempre il momento malinconia: quando tutti partono per tornare a casa, il giardino della casa al mare resta vuota, con le ultime cose da mattere a posto dopo una giornata di sole e delirio.
E io mi immagino sempre la stessa scena: rumore di portier che si chiudono STOCK; la parte lesa (ovvero chi è stato trascinato alla giornata dall’altra metà controvoglia) che si rivolge all’invitato vero e commenta la giornata appena trascorsa; e qualunque sia la frase, chi era lì, alla pasquetta perchè voleva esserci, me lo immagino al volante che risponde a monosillabi per educazione e pensa… quasto/a dopo 12 anni ancora non ha capito un c…o. E ghigna.

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Giorni di sole e di memorie

20170303_170031Se immagino una giornata triste o malinconica, plagiata dal luogo comune, dai film e dagli stereotipi, nei giorni tristi, nei giorni maliconici, inesorabilmente, per me, piove.

Che immagine stupida.

E’ in giornate come quella di oggi dove qui al sud splende un sole primaverile, fa quasi caldo e c’è un cielo blu che più blu non si può, che la vita mi schiaffeggia con una vagonata di sorrisi e lacrime.

Sono i visi di amiche di infanzia che si fanno improvvisamente adulte, e piangono disperate, quando invece nella mia mente le uniche lacrime versate da loro erano quelle di un ginocchio sbucciato, di una lite tra sorelle, di un capriccio in giardino in una casa al pianoterra in centro città. Sono quei visi cresciuti che ti inchiodano in un angolo a doverti fermare per dire: santo cielo dove sono finiti quei giorni?

La memoria è infingarda e quando meno te l’aspetti apre un casetto che non sapevi esistesse. Un casetto fatto di caldo, di sole e di una casa in campagna proprio fuori Roma  Una casa dal nome buffo, di quelli che non si possono dimenticare. E il ricordo va a un momento specifico. 7 bambini intorno a una piscina vuota, piena di foglie. E due cani maremmani enormi a farci da guardia, e una mamma con una parlata un po’ veloce, data dal suo sangue spagnolo. Una giornata di sole e di niente. E noi lì seduti a non far niente, in attesa di far merenda.

Erano giorni felici, e questo paese, L’Italia, era un bel posto dove vivere (ma questo noi nani non potevamo saperlo) ma io lo so ora. Era una bella città Roma dove crescere. Santo cielo dove sono finiti quei giorni?

E quei visi oggi adulti, che non fanno più parte della mia vita da così tanti anni, dove sono andati. E sono queste giornate di abbracci intensi e profondi, che valgono più di mille foto viste dal telefono, e più di mille notizie avute da altre parti.

Sono quei pochi minuti in cui ti sembra ancora di avere 10 anni, per un istante, a far contorcere il tuo stomaco e accettare piangendo, che è passata una vita, che mille volte avresti dovuto semplicemente chiamare, senza aspettare che 30 anni, 30 anni porca miseria, scivolassero via così.

E’ in una giornata di sole e cielo blu, di venerdì, che ho gli occhi lucidi pensando a quanto sia cambiata la vita in questi 30 anni. Noi, quelli che restano nella stessa città, immobili, i superstiti che non se ne sono andati, noi che abbiamo l’impressione che nulla cambi, che tutto resti uguale in questa città eterna che sembra rendere eterni anche noi, eternamente giovani, eternamente uguali a noi stessi.

Invece improvvisamente tutto torna indietro veloce, e mentre molti per scelta o per necessità se ne sono andati, qui, è cambiato tutto. E i ricordi, la memoria, oggi mi costringono a guardare quante cose sono state fatte, quante cose sono cambiate.

Gli amici di infanzia , così li chiamano, sono uno specchio reale e allo stesso tempo cattivo. Sono quelli che perdi più facilmente , e sono quelli a cui sei legato da qualcosa che non potrai avere mai più, a qualcosa che spesso non sai, o non vuoi ricordare. Sono loro, quando li abbracci forte, come quando eravate bambini, che ti piegano le ginocchia; e non sei più donna, non sei più mamma, non c’è più schermo o ruolo da recitare, sei solo tu, fragile e indifesa, con un sorriso e il cuore grande.

Gli amici di infanzia quando li vedi soffrire è come se soffrissi tu, perché non vorresti mai che la vita ferisca nessuno di quei 7 bambini, seduti a non far niente intorno alla piscina vuota. Perché è quella l’unica cosa che riesci a vedere. Una bambina che piange, in questa vita ingiusta, imprevedibile.

Nei giorni tristi dovrebbe piovere davvero sempre, così non ci si sentirebbe così ridicoli a piangere quando fuori sembra estate.

 

 

Lavorare ai cambiamenti.

O cambiare lavorando , il lavoro che cambia, o le persone con cui lavori che cambiano, o il lavoro che fai che cambia, o il lavoro che ti impone di cambiare il modo in cui fai le cose al lavoro. Che detta così questa frase sembra non aver senso, invece un senso ce l’ha.

Ed è sempre unico e univoco. Passiamo il 70% del nostro tempo con persone che non abbiamo scelto, ma che abbiamo trovato; e non ci sono tacchi 12, trucchi, o orientamenti politici, o stili di vita o taglie di reggiseno, o età o esperienze che possano fermare questa incredibile cosa per cui ad un certo punto, a un certo punto tu alle persone con cui hai lavorato per tanto tempo gli vuoi bene.

E poi succede che una mattina così, senza preavviso ancora una volta, senza che il mondo si fermi, loro se ne vanno. Se ne vanno come se ne sono andate altre volte altre persone dal lavoro. A volte anzi, sei stata tu ad andartene, con la schiera dritta convinta di aver ragione.

A volte te ne sei andata anche sbattendo la porta, a volte te ne sei andata per principio, a volte per amore, a volte perché c’era una nuova opportunità per te.

Io faccio parte di quella generazione che di lavori ne ha fatti mille, che ne ha cambiati tanti, e che sul lavoro ha trovato anche tra le sue amiche migliori, di quelle che non potrei immaginare la mia vita senza.

Ma tutte le volte che mi levano un pezzetto di quel mondo, tutte le volte che così in una mattina di niente il mondo cambia, tutte le volte mi viene da pensare alle parole non dette che i muri di un ufficio contengono.

Ci sono persone che ti vedono arrivare stanca, o triste , o sconsolata e basta solo un caffè… non sono le tue confidenti, non sono le persone con cui esci la sera, ma sono le persone con cui passi più tempo in assoluto, quelle che non possono scendere a confidenze troppo azzardate, ma che in un verso o nell’altro sono il tuo airbag quotidiano. E per questo meritano il tuo affetto.

E’ successo ancora una volta e ancora una volta oggi sento che un pezzetto di storia si chiude. Sarà un capitolo nostalgico da raccontare tra qualche anno, di quel giorno che un pezzo di storia se ne è andato per altre vie.

Di quel giorno che ancora una volta i mondo diversi e lontani di persone tanto diverse da me mi sono stati strappati così, senza chiedere il permesso, senza bussare. Eppure ci avevo fatto l’abitudine a quei mondi diversi e distanti che mi insegnavano la pazienza, la calma, il rispetto e perché no anche un po’ di sana autocritica.

Così oggi ho fatto finta che non fosse un saluto, anche se un saluto era lo stesso.Non so lavorare ai Cambiamenti, vorrei in questo mondo che va veloce che qualcosa, almeno qualcosa restasse fermo, o almeno andasse piano.

Mi piace la campagna dove il tempo scorre lento e tutto sembra sempre uguale. Mi piacciono i cipressi che anche se c’è vento forte ondeggiano poco e non si agitano come gli altri alberi.  A me piacciono i capitoli che si chiudono. Le frasi brevi. I PUNTI.  Mi piacciono le strade vuote e le persone silenziose.

Così amiche mie, buona vita, per tutto.

Che vedere, ci vedremo lo stesso, ma sappiamo bene che non sarà più lo stesso.

Filastrocca dei giochi d’amore.

prima o poi l'amore arriva. E t'incula.

Tra i miti d’amore che è bene sfatare

C’è quello che lega l’amore al giocare

Conosco una coppia: ha scherzato col cuore

Ha perso la testa, ha vinto il rancore.

Giocarono prima a guardarsi negli occhi

Restarono zitti, sembravano allocchi

Le labbra serrate, repressi i sorrisi

Nei loro silenzi, vicini e divisi.

Lei disse “è una gara a chi resta più serio”

La gioia si ruppe e fu deleterio

L’umore se vuoi lo puoi riaggiustare

Se rompi la gioia la devi rifare.

Cambiarono gioco passando alla fune

Ma il regolamento aveva lacune

invece di tenderla poco e saltare

Lui disse “ho una corda, inizio a tirare”.

Si fecero male ai palmi e alle dita

La linea ferita in cui leggi la vita

Si tinse di sangue fu un gioco al massacro

La fune si ruppe e con lei l’osso sacro.

Trovandosi poi ad altezza selciato

Cambiò con il campo la…

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Il tempo ritrovato

Fermarsi sulla corsia di emergenza con le 4 frecce accese per chiamare  la tua amica che sta attraversando un momento di merda. Perchè così mentre ti parla lontana, tutta la tua attenzione è dedicata a lei, e non alle macchine che ti superano, alla strada da fare, sul navigatore che ti segnala un cantiere a pochi metri…

Bloccare per sbaglio il telefono e alzare le spalle pensando che tanto non ci puoi fare niente per le prossime 72 ore. Tanto vale metterlo via e non pensarci più.

Smettere di fare 3 cose contemporaneamente, ma solo una alla volta. Con una pausa bella grande tra una e l’altra.

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