Cronache da un matrimonio

Non c’è un giorno esatto in cui puoi dire che sia nata la vostra amicizia, non c’è perché non è stata una scelta quella di crescere insieme. Insieme stavano i nostri genitori insieme siamo state noi, in vacanza, non in vacanza, in città al mare in montagna a scuola. In barca sotto al sole, in montagna al freddo e al gelo.

Io c’ero quando litigava con la mamma, lei c’era quando io non potevo litigare con la mia. Io c’ero quando si è sfracassata una caviglia sugli sci, da ferma, ridendo. Io c’ero quando era natale, lei c’era quando era pasqua. Eravamo insieme a Londra la prima volta, eravamo insieme i week end quando partivo con i miei genitori e passavo a prenderla il venerdì pomeriggio e la riportavamo la domenica sera.

Lei era lì e io ero lì che lo volessimo o meno. Come le sorelle che non puoi mica sceglierle. Lì.

Poi le strada si fa tortuosa e a volte si separa a volte si incontra, magari nelle occasioni più formali, ma sei sempre lì, come se il tempo non fosse mai passato. Come se ti fossi vista il giorno prima. E tutto scorre, ogni tanto agli incroci ti incontri, ridi, passi un week end in barca insieme, una festa di compleanno, una settimana in montagna, e poi più niente. Silenzio e i mesi passano.

Avanti per la propria vita, per la propria strada, e di nuovo un incrocio, e di nuovo non c’è niente da spiegare o da raccontare, o da recuperare. Il tempo è a nostro favore, il tempo quando ti vedi non è passato.

Un altro natale, un altro compleanno, un battesimo, una festa, una breve vacanza e poi all’improvviso tutto si materializza davanti.

Un MATRIMONIO. Uno di quelli dove stai in chiesa dall’inizio alla fine, uno di quelli dove arrivi presto e te ne vai tardi. Uno dei pochi dove davvero davvero sei felice per gli sposi.

Il tempo pochi giorni fa mi ha consegnato una busta, dentro c’erano tutti questi anni, tutti i figli, tutti i ricordi, c’erano le delusioni, e anche le arrabbiature, c’erano le incomprensioni e le prese di posizione. Il tempo mi ha consegnato una busta di ricordi, mi ha dato uno schiaffo e mi ha detto “e mo’ vedi se non ti svegli e capisci che sto correndo” – nella mia mente il tempo parla barese… non so perchè.

 

 

Breve storia triste dell’Italia

 

Domenica rientravo felicemente in Italia da un week end con Lui, l’umore era ottimo così come la mia predisposizione positiva per il prossimo (evento più unico che raro).

Ed ecco in breve cosa è successo in sole 4 ore:

Arrivo all’areporto in perfetto orario e l’unico volo in ritardo , su una cinquantina segnati e una ventinaina di compagnie aeree era il mio ALITALIA. Come ti sbagli. In fondo quando eropiccola mio padre mi interrogava, come fossero tabelline, sui buffi significati delle compagnie aeree (8/9 anni):

  • Scandinavian airlines – such a bed experience never again
  • Tap – Take a Parachute
  • Quantas -Quick And Nasty Terrible Australian Service
  • China Airlines  – Choose Another

 

ALITALIA – Always Late In Takeoff Always Late In Arrival 

Il ritardo con il passare dei minuti aumenta esponelzialmente, della serie, come sempre ci prendono per il culo dichiarando metà del reale ritardo.

Quando finalmente inizia l’imbarco, le hostess Alitalia imbarcano contemporaneamente i passeggeri business class e economy class che erano (strano) ordinatamente separati in file distinte. Conseguenza la naturale incazzatura di chi ha pagato praticamante il doppio il biglietto per essere trattato un pò meglio.

Una volta a bordo hostess e stuard si sono ben guardati dal facilitare le operazioni di imbarco, che ne so aiutando passeggeri anziani o famiglie con bambini e nella migliore della tradizioni si sono limitati a guardarsi le unghie intralciando il corridoio centrale ciancicando un incomprensibile “buonasera” rigorosamente in italiano.

Iniziano i soliti annunci di sicurezza e nessuno osa per nessun motivo scusarsi per il ritardo, passano parecchi altri minuti e altri intoppi ritardano il volo, ancora nessuna scusa. Ci penserà il capitano, velocemente, 30 secondi prima del decollo a pronunciare la fatidica parola con un classico “ci scusiamo per il ritardo dovuto all’arrivo non in orario del areomobile dal precedente volo” (prendersi la colpa mai).

Nel frattempo frotte di famiglie con bambini urlanti se ne sbattono altamente dei decibel prodotti dalla loro prole, non un shhhh esce dalla loro bocca… non uno scusate ai passeggeri infastiditi per i calci sul sedile. Bambini autorizzati a fare quel che vogliono che saranno i futuri adutli piloti e hostess e stuart che se ne sbattono di chiedere scusa per il ritardo del volo che pilotano.

Atterriamo a Roma e ho un barlume di speranza, ci danno un finger, sono seduta abbastanza avanti da uscire velocemente, ma vengo travolta fisicamente ed emotivamente da una coppia di fidanzati che da metà aereo calpestano tutti i passeggeri prima di solo per infilarsi per primi davanti alla posrta ancora chiusa dell’aereo e scendere per primi.

Siamo fuori in fila per i taxi una povera malcapitata cerca un taxi che possa pagare con carta di credito, ci metterà almeno 15 minuti.

Salgo sulla solita maledetta Multipla FIAT ennesimo esempio della Italia triste… Non chiedo pagamento con la carta perché potrei aspettare anche io altri 20 minuti per trovare qualcuno che lo voglia fare (non è che non ce l’hanno, è che non lo vogliono usare).

Il tassista parte, dopo 300 metri mi accorgo che non ha accesso il tassametro, in romano e con fare scocciato gli chiedo se per caso hanno attivato una nuova tariffa fissa per casa mia (no non esiste e lo so e la domanda era retorica in modo che accendesse il tassamentro). Mi risposnde scocciato che no, ma “quanto voi che paga le di solito…48 euro 50?” e si limita a proseguire la corsa… e io a segnare la sigla del taxi per segnalare la corsa in nero.

Ed è in quel preciso momento che ho pensato e da tempo penso che no, l’Italia è un paese che non ce la può fare e non ce la farà mai.

E quel breve periodo di Italia felice e dolce vita e benessere e felicità che ci raccontabo nei libri di storia o le generazioni precedenti, quel periodo lì, è stata solo una gran botta di culo (senza alcun merito per chi l’ha vissuto).

Una botta di culo che non tornerà mai più.

 

Of course, but maybe (cit Luis CK) – libero sfogo da prima elementare

E’ da qualche giorno che un senso di agitazione/emozione ha fatto capolino. Le telefonate dei nonni, le domande delle amiche. La preparazione della cartella. Ci siamo, mi dicono, “sei emozionata?” . Rispondo “sì sì” in automatico e cerco di ignorare la vera natura del sentimento che provo. Cerco di fare la mamma, ci provo, rassicurando il nano e raccontandogli che la scuola è un bellissimo posto, che si farà un sacco di amici. Che la sua maestra è davvero tanto gentile. Lo rassicuro. Altre telefonate, altre domande.

Ieri sera lavandomi i denti un piccolo strappo nella “idilliaca” favola che ci raccontiamo ha fatto il suo ingresso. L’incazzatura. Mi guardo nello specchio e l’unica cosa che penso è, ma porca vacca quanto cacchio sono invecchiata. Ma chissene frega del nano qui il problema sono io e solo io. Ho un figlio (due per la verità) e per di più va anche in prima elementare. Insomma una donna finita. Na vecchia.

Finisco di lavarmi i denti e cerco di cacciare i pensieri egoriferiti per fare la brava mamma e emozionarmi di felicità perchè mio figlio va in prima elementare domani. “Sii empatica almeno questa volta” penso.

Mattina, doccia, colazione, il nano è emozionato, io un pò anche.

Si veste da solo, decide cosa vuole mettersi senza chiedere consiglio. Lo trovo pronto e con denti lavati in corridoio, io sono ancora in mutande… Usciamo presto perché ovviamente mi sono ridotta all’ultimo e dobbiamo andare a compare quaderni, cartelline, colori e una  lunga serie di cose scritte su una lista che ha passato tutta la settimana attaccata al frigorifero.

Andiamo dal cinese sotto casa.

Merenda e eccoci davanti alla scuola, in anticipo penso io, invece sono già tutti lì. Passano i minuti e il cancello ancora non si apre. Il nano chiacchera con il suo amico e io cazzeggio su instagram, appoggiata al muro e penso: “ma che palle”. Mi riprendo subito sfoderando a tutti i genitori che mi circondano uno dei sorrisi migliori, quello da riunione con l’amministratore delegato. Loro sono sorridenti, elegantissimi, mi giro verso LUI (papà) e lo vedo più annoiato di me, ci capiamo al volo e ridiamo.

Cerimonia di ingresso, divisione per classi, appello, convenevoli, l’emozione se n’è andata a fan…lo 20 minuti fa, voglio solo scappare, ci sono mamme che scattano foto, papà che baciano, un sacco di gente felice che produce rumore e gridolini. Bambini rumorsi. Mi dò un contegno ma dentro sto morendo di pizzichi. Le mamme fanno amicizia, si scambiano i numeri. Io confido nel fatto che ne conosco già 2 quindi anche chissene frega. Finalmente il supplizio volge al termine – penso io – saliamo per le scale e li portiamo in classe, sono in fila per due e questo si mi emoziona perchè devono stare in silenzio.

Entrano in classe, e alcuni genitori mi spintonano per fare il video dell’ingresso, e di questi memorizzo istantaneamente le facce per bucargli le ruote più avanti nel corso dell’anno scolastico. Mi avvicino alla maestra solo per chiedere “possiamo andarcene?” Ma la mia mente elabora in un nanosecondo che sarebbe davvero brutto e quindi mi esce un “l’orario di uscita alle 13.30 giusto?” mi risponde piccata che no, è alle 13.00. Partiamo malissimo. Guardo Nano 1 , non mi cerca, sembra sia sempre stato lì, si è scelto il banco in fondo vicino alla finestra. Praticamente non starà attento mai. Mi avvicino gli chiedo se è tutto ok e mi risponde sì certo! Della serie mamma che ci fai ancora qui. Colgo la palla al balzo e me ne vado.

Finalmente sono fuori, e quella sensazione di essere assolutamente fuori posto e fuori contesto in mezzo a tutti quei genitori partecipi e sentitamente felici mi abbandona. E l’unica cosa che penso è che no, non ce la posso proprio fare a affrontare questa cosa delle elementari… con le altre mamme… interagire…preoccuparmi… io non penso di riuscire proprio a sopportare il contorno.

Ho anche un vago senso di antipatia nei confronti della maestra ma ricaccio il pensiero appena fa capolino. E mi concentro su questa cosa del politicamente corretto, che non se ne può più e vorrei poter essere libera di dire a tutti che al momento sarei felice se l’asteroide del Buondì precipitasse in ordine sparso su (a puro titolo esemplificativo):

Saviano Bastian contrario e le sue spiegazioni

Le perenni inchieste/articoli/analisi per avere donne manager

La bellissima vita glamour .. degli altri

La polemica sulla bellissima vita glamour.. degli altri

Gli eccessivi salutisti, fanatici di yoga che solo ieri erano tossici imbottiti di MDMA in cerca di rave

Le frasi ponderate

Le spiegazioni pro e contro i vaccini

Le polemiche sul tempo, sul sindaco, sul chiacchericcio

E vado avanti a fare la lista per tutto il tempo che mi separa dall’ufficio, e il mio ufficio è lontano lontano lontano.

Parcheggio chiudo la macchina e penso che mi sento proprio così, come lui…

OF COURSE…BUT MAYBE

Breve Post -Vacanza 2017

Dovrei raccontarvi di patinate giornate estive, di pelli abbrozzante, di bambini felici, di mare cristallino, di sale, di capelli crespi e di sandali.

Dovrei dirvi di un’isola ormai non più dimenticata nel mezzo del mare greco, dove il vento ti prende a schiaffi tutti i giorni, dove non fa mai davvero caldo. Di feste con mood anni 80, di niente da fare, di tempo che si ferma.

Dovrei dirvi di figli felici, di adolescenti sdraiati, di cibo cattivo, di lentezza, di routine, di amici e nemici.

Dovrei raccontarvi di occhi verdi che sono belli uguali, come 10 anni fa, e sorrisi impossibili da dimenticare e di un compleanno dimenticato.

Dovrei e invece non faccio altro che pensare che è bello che non siate ancora tornati a casa come me.

Ci ho messo esattamente la metà e del tempo ad arrivare in ufficio stamattina. La tangenziale era vuota come neanche a mezzanotte di un lunedì invernale di pioggia. E mentre la radio passava i 99posse ho provato il brivido di fare la bretella della Roma l’Aquila a 170.

Il supermercato è chiuso, riapre domani, e siccome gli unici in città sono i turisti, Roma è anche un più pulita. Siamo soli, lui e io, e il cane che mi guarda con occhi languidi per un ennessimo biscotto mattutino… i nani sono in vacanza dai nonni.

E tutto questo, mentre leggo il giornale e nessuno mi interrompe, mi piomba davanti agli occhi in slow motion. Alzo la testa, sorrido e penso che sì, questo è uno di quei momenti in cui il cuore ti sembra perda un colpo…

e tu sorridi da sola guardando in alto (non si sa mai ci sia davvero qualcuno) e a ti scappa un grazie ad alta voce.

 

Playlist di luglio

Playlist di luglio

Scrivo dal telefono di ritorno da Milano e ascolto musica pop italiana contando le balle di fieno che passano.

La mia “Playlist” immaginaria :

Mi piacciono gli incontri fugaci tra amiche organizzati all’ ultim’ora dove in 2 ore riassumi gli ultimi 6 mesi. E i minuti sono così pochi che di base, il rospo, lo devi sputare subito,  senza premessa. Senza filtri.

Mi piacciono i giorni in cui sono Viola e non Mamma. Mi piacciono anche i giorni in cui sono Amore Mio e non Viola.

Mi piace la musica ad un volume assordante.

Mi piacciono i matrimoni dove qualcosa va terribilemente storto e quel qualcosa diventa il ricordo più bello del matrimonio.

Non mi piacciono gli uomini con la barba che come diceva mia nonna hanno sempre qualcosa da nascondere e poi diciamocelo…la barba puzza.

Mi piacciono le persone basiche,  quelle che “prendono un pezzetto di terra lo dividono in 4 e seminano cose diverse in ogni quadrato”.

Ho scoperto che Dio ha smesso di distribuire l’autoironia , peccato,  a me piaceva un sacco.

Mi piace andare in moto senza casco e in macchina senza cintura e guidare veloce, e fumare dentro i locali e dormire truccata.

Mi piace bere ma non ubriacarmi,  mi piace fare tardi,  ma non vedere l’alba.

Mi piace mangiare, mangiare tantissimo che poi mi sento male. Mi tira la pancia.

Non mi piace fare sport anche se poi rosico perché non sono magra e tonica…

Mi piacciono i miei amici pochi ma buoni.

Mi piacciono le feste di compleanno ma io non festeggio da sempre.

Mi piaciono le canzoni di Vasco e Tiziano, e mi piacciono i tormentoni estivi.

Mi piace Roma che arranca, Roma sporca e e bistrattata perché il disastro sta spingendo i Romani a osare e ne stanno uscendo cose fichissime, e mi piace essere tra i pochi a pensarla così .

Mi piace guardare le facce ebeti che guardano lo scintillio di questi tempi incantate, mentre dietro di loro … l’apocalisse.

Mi piace chi non ha certezze, chi non è organizzato,  chi non dà il meglio di sé.

Non mi piacciono i prepotenti gli iperattivi i detentori di certezze,  i “denigratori professionisti” che fanno gli splendidi sulle debolezze altrui .

Mi piacciono le case un poco scrostante, i servizi di piatti spaiati.

Mi piacciono le piogge estive,  i vestiti scoloriti,  i costumi slabbrati,  i piedi scalzi con lo smalto rovinato.

Mi piace il mercurio cromo sulle braccia dei miei figli.

Mi piacciono i sorrisi a mille denti e gli abbracci fortissimi tra sudati perché fa caldo.

Mi piace la caducità dell essere umano. Mi piacciono gli uomini improvvisamente eleganti.

Mi piacciono i giochi di parole. Mi piace leggere il dizionario.

Mi piace il signore di fronte a me in treno che mi ha offerto metà della sua frittata di patate dicendo “vuole favorire”.

Mi piace questo luglio di aspettative che verranno probabilmente disattese e aspetto di essere su un’ isola greca dove ci sono solo Bretoni romorosi  e capre, per essere bambina ancora una volta, come tutte le estati passate.

Brevi considerazioni post Pasquali

PRESS PLAY AND READ

Natale con i tuoi… e Pasqua alla fine perché no .. pure. Anche perché se non lo fai, se non ti presenti, ti bannano dalla chat di famiglia, ti bullizzano, ti fanno sentire uno schifo, manco gli avessi rubato un milione di euro. E chissene importa se hai una scusa plausibile, tipo, stai per partorire… quindi sì: Natale con i Tuoi e Pasqua pure.

Se Pasqua vuol dire famiglia, è confortante riprendere i propri “falsi ruoli” costruiti su di te quando avevi 5 anni. Il fatto che a quei 5 se ne siano aggiunti almeno una trentina con tutto un lungo bagaglio di esperienze di vita, di percorsi, che ti hanno formato, cambiato, definito, migliorato o peggiorato, è del tutto irrilevante. A casa tu resti lo stesso, che tu abbia 5 anni o 40. Il coglione resta tale, l’antipatico anche, il genio pure. E i rompicoglioni su quelli non c’è dubbio… i rompicoglioni non cambiano mai.

C’è un periodo di mezzo nella tua vita in cui ti divertono cose “diverse” ma superata quella fase, quello che vuoi fare è replicare le stesse stronzate che facevi da bambino. Solo che adesso alla caccia delle uova purtroppo non ti fanno partecipare. Ma puoi pur sempre mangiartene un pò mentre fai l’adulto e le nascondi per i tuoi figli e quelli degli altri…salvo poi dire che ne possono trovare “solo 2 a testa”.

Gli amici di un tempo, sono gli unici che capiscono le cagate che dici e che fai, agli altri che devono entrare nel meccanismo e nelle dinamiche della giornata a casa tua, devi spiegare cosa succede intorno… e ti fa fatica solo cominciare…

Si può fare la dieta anche a Pasqua.

E poi alla fine, c’è sempre il momento malinconia: quando tutti partono per tornare a casa, il giardino della casa al mare resta vuota, con le ultime cose da mattere a posto dopo una giornata di sole e delirio.
E io mi immagino sempre la stessa scena: rumore di portier che si chiudono STOCK; la parte lesa (ovvero chi è stato trascinato alla giornata dall’altra metà controvoglia) che si rivolge all’invitato vero e commenta la giornata appena trascorsa; e qualunque sia la frase, chi era lì, alla pasquetta perchè voleva esserci, me lo immagino al volante che risponde a monosillabi per educazione e pensa… quasto/a dopo 12 anni ancora non ha capito un c…o. E ghigna.

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Giorni di sole e di memorie

20170303_170031Se immagino una giornata triste o malinconica, plagiata dal luogo comune, dai film e dagli stereotipi, nei giorni tristi, nei giorni maliconici, inesorabilmente, per me, piove.

Che immagine stupida.

E’ in giornate come quella di oggi dove qui al sud splende un sole primaverile, fa quasi caldo e c’è un cielo blu che più blu non si può, che la vita mi schiaffeggia con una vagonata di sorrisi e lacrime.

Sono i visi di amiche di infanzia che si fanno improvvisamente adulte, e piangono disperate, quando invece nella mia mente le uniche lacrime versate da loro erano quelle di un ginocchio sbucciato, di una lite tra sorelle, di un capriccio in giardino in una casa al pianoterra in centro città. Sono quei visi cresciuti che ti inchiodano in un angolo a doverti fermare per dire: santo cielo dove sono finiti quei giorni?

La memoria è infingarda e quando meno te l’aspetti apre un casetto che non sapevi esistesse. Un casetto fatto di caldo, di sole e di una casa in campagna proprio fuori Roma  Una casa dal nome buffo, di quelli che non si possono dimenticare. E il ricordo va a un momento specifico. 7 bambini intorno a una piscina vuota, piena di foglie. E due cani maremmani enormi a farci da guardia, e una mamma con una parlata un po’ veloce, data dal suo sangue spagnolo. Una giornata di sole e di niente. E noi lì seduti a non far niente, in attesa di far merenda.

Erano giorni felici, e questo paese, L’Italia, era un bel posto dove vivere (ma questo noi nani non potevamo saperlo) ma io lo so ora. Era una bella città Roma dove crescere. Santo cielo dove sono finiti quei giorni?

E quei visi oggi adulti, che non fanno più parte della mia vita da così tanti anni, dove sono andati. E sono queste giornate di abbracci intensi e profondi, che valgono più di mille foto viste dal telefono, e più di mille notizie avute da altre parti.

Sono quei pochi minuti in cui ti sembra ancora di avere 10 anni, per un istante, a far contorcere il tuo stomaco e accettare piangendo, che è passata una vita, che mille volte avresti dovuto semplicemente chiamare, senza aspettare che 30 anni, 30 anni porca miseria, scivolassero via così.

E’ in una giornata di sole e cielo blu, di venerdì, che ho gli occhi lucidi pensando a quanto sia cambiata la vita in questi 30 anni. Noi, quelli che restano nella stessa città, immobili, i superstiti che non se ne sono andati, noi che abbiamo l’impressione che nulla cambi, che tutto resti uguale in questa città eterna che sembra rendere eterni anche noi, eternamente giovani, eternamente uguali a noi stessi.

Invece improvvisamente tutto torna indietro veloce, e mentre molti per scelta o per necessità se ne sono andati, qui, è cambiato tutto. E i ricordi, la memoria, oggi mi costringono a guardare quante cose sono state fatte, quante cose sono cambiate.

Gli amici di infanzia , così li chiamano, sono uno specchio reale e allo stesso tempo cattivo. Sono quelli che perdi più facilmente , e sono quelli a cui sei legato da qualcosa che non potrai avere mai più, a qualcosa che spesso non sai, o non vuoi ricordare. Sono loro, quando li abbracci forte, come quando eravate bambini, che ti piegano le ginocchia; e non sei più donna, non sei più mamma, non c’è più schermo o ruolo da recitare, sei solo tu, fragile e indifesa, con un sorriso e il cuore grande.

Gli amici di infanzia quando li vedi soffrire è come se soffrissi tu, perché non vorresti mai che la vita ferisca nessuno di quei 7 bambini, seduti a non far niente intorno alla piscina vuota. Perché è quella l’unica cosa che riesci a vedere. Una bambina che piange, in questa vita ingiusta, imprevedibile.

Nei giorni tristi dovrebbe piovere davvero sempre, così non ci si sentirebbe così ridicoli a piangere quando fuori sembra estate.

 

 

Lavorare ai cambiamenti.

O cambiare lavorando , il lavoro che cambia, o le persone con cui lavori che cambiano, o il lavoro che fai che cambia, o il lavoro che ti impone di cambiare il modo in cui fai le cose al lavoro. Che detta così questa frase sembra non aver senso, invece un senso ce l’ha.

Ed è sempre unico e univoco. Passiamo il 70% del nostro tempo con persone che non abbiamo scelto, ma che abbiamo trovato; e non ci sono tacchi 12, trucchi, o orientamenti politici, o stili di vita o taglie di reggiseno, o età o esperienze che possano fermare questa incredibile cosa per cui ad un certo punto, a un certo punto tu alle persone con cui hai lavorato per tanto tempo gli vuoi bene.

E poi succede che una mattina così, senza preavviso ancora una volta, senza che il mondo si fermi, loro se ne vanno. Se ne vanno come se ne sono andate altre volte altre persone dal lavoro. A volte anzi, sei stata tu ad andartene, con la schiera dritta convinta di aver ragione.

A volte te ne sei andata anche sbattendo la porta, a volte te ne sei andata per principio, a volte per amore, a volte perché c’era una nuova opportunità per te.

Io faccio parte di quella generazione che di lavori ne ha fatti mille, che ne ha cambiati tanti, e che sul lavoro ha trovato anche tra le sue amiche migliori, di quelle che non potrei immaginare la mia vita senza.

Ma tutte le volte che mi levano un pezzetto di quel mondo, tutte le volte che così in una mattina di niente il mondo cambia, tutte le volte mi viene da pensare alle parole non dette che i muri di un ufficio contengono.

Ci sono persone che ti vedono arrivare stanca, o triste , o sconsolata e basta solo un caffè… non sono le tue confidenti, non sono le persone con cui esci la sera, ma sono le persone con cui passi più tempo in assoluto, quelle che non possono scendere a confidenze troppo azzardate, ma che in un verso o nell’altro sono il tuo airbag quotidiano. E per questo meritano il tuo affetto.

E’ successo ancora una volta e ancora una volta oggi sento che un pezzetto di storia si chiude. Sarà un capitolo nostalgico da raccontare tra qualche anno, di quel giorno che un pezzo di storia se ne è andato per altre vie.

Di quel giorno che ancora una volta i mondo diversi e lontani di persone tanto diverse da me mi sono stati strappati così, senza chiedere il permesso, senza bussare. Eppure ci avevo fatto l’abitudine a quei mondi diversi e distanti che mi insegnavano la pazienza, la calma, il rispetto e perché no anche un po’ di sana autocritica.

Così oggi ho fatto finta che non fosse un saluto, anche se un saluto era lo stesso.Non so lavorare ai Cambiamenti, vorrei in questo mondo che va veloce che qualcosa, almeno qualcosa restasse fermo, o almeno andasse piano.

Mi piace la campagna dove il tempo scorre lento e tutto sembra sempre uguale. Mi piacciono i cipressi che anche se c’è vento forte ondeggiano poco e non si agitano come gli altri alberi.  A me piacciono i capitoli che si chiudono. Le frasi brevi. I PUNTI.  Mi piacciono le strade vuote e le persone silenziose.

Così amiche mie, buona vita, per tutto.

Che vedere, ci vedremo lo stesso, ma sappiamo bene che non sarà più lo stesso.

Filastrocca dei giochi d’amore.

prima o poi l'amore arriva. E t'incula.

Tra i miti d’amore che è bene sfatare

C’è quello che lega l’amore al giocare

Conosco una coppia: ha scherzato col cuore

Ha perso la testa, ha vinto il rancore.

Giocarono prima a guardarsi negli occhi

Restarono zitti, sembravano allocchi

Le labbra serrate, repressi i sorrisi

Nei loro silenzi, vicini e divisi.

Lei disse “è una gara a chi resta più serio”

La gioia si ruppe e fu deleterio

L’umore se vuoi lo puoi riaggiustare

Se rompi la gioia la devi rifare.

Cambiarono gioco passando alla fune

Ma il regolamento aveva lacune

invece di tenderla poco e saltare

Lui disse “ho una corda, inizio a tirare”.

Si fecero male ai palmi e alle dita

La linea ferita in cui leggi la vita

Si tinse di sangue fu un gioco al massacro

La fune si ruppe e con lei l’osso sacro.

Trovandosi poi ad altezza selciato

Cambiò con il campo la…

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Golfo di Aqaba – riflessioni di frontiera

I posti di frontiera sono sempre posti speciali, soprattutto per chi non ci vive ma ci passa soltanto. Come quando un grande fiume arriva al mare e l’acqua dolce si confonde con quella salata  e c’è uno strano senso di divisione e di unione qui giù in questo pezzettino di mondo.

Ci sono le reti che dividono 4 nazioni, e le frontiere controllate centimetro per centimetro e poi ci sono, quei 50 metri in cui poggi i tuoi piedi sulla terra di nessuno. Ne di qua ne di là. E lì, mentre ti diverte il fatto che non sai esattamente dove sei incontri lo sguardo di chi quel passaggio lo fa tutti i giorni, magari per andare a lavoro, perché dalla sua parte della rete il lavoro non c’è più. Oppure per vendere qualcosa. E’ uno sguardo stanco di chi meccanicamente affronta questo andirivieni di controlli, di passaggi, di infinite lingue. E’ un andirivieni di chi ha le tasche piene di soldi diversi un pò per di qua e un pò per di là.

In questo pezzo di mondo un pò liquido ma nettamente diviso dal filo spinato dove convivono separatamente culture e religioni e credenze e vite diverse. In un pezzo di mondo  un po’ israeliano un po’ giordano ma anche egiziano e saudita qualcosa ci ricorda quanto la storia del mondo sia intricata e complessa. Un pezzo di mondo piccolo come da casa mia al mio ufficio.

C’è un senso di vaghezza qui giù perché tutti sanno che quelle linee rette di filo spinato sono lì e lì rimarranno, ma guardandole sono consci di quanto sia senza senso la loro collocazione, proprio lì. Le frontiere qui giù sono linee dritte su una pianura secca e deserta, dove neanche un fiume, un fossato, una collina fanno da divisione almeno “simbolica” dei 4 paesi. Così sia la mattina che la sera con la luce umida del deserto non c’è verso di vedere la rete e capire dove finisce uno e dove comincia l’altro.

Ed è proprio a quell’ora lì che li vedi passare la frontiera, giordani che vanno in Israele israeliani che entrano in Giordania. La mattina e la sera quando la luce confonde i confini, due mondi separati da una rete messa esattamente lì non si sa bene da chi si incontrano su quei 40/50 metri di terra di nessuno e camminano meccanicamente con in mano un passaporto pieno di timbri, alzano lo sguardo e si riconoscono, entrambi con la pelle scura e quegli occhi azzurri che chissà da dove saltano fuori.

Stamattina c’ero anche io all’alba, e li ho visti sorridersi mentre si incrociavano, legati dal perenne cammino da una parte all’altra della frontiera, tra le reti di filo spinato e i fucili dei poliziotti ben fermi. Sembrava quasi volessero fermasi a bere un caffè su quella terra di nessuno, per chiedersi se a casa stavano tutti bene, se i figli stessero studiando abbastanza se le mogli rompessero le scatole come al solito. Si sono solo sorrisi, e poi ognuno per la sua strada.

I posti di frontiera noi Europei li abbiamo dimenticati da tanto, ma quando li vedo mi ricordo di quanto sia fragile e confuso e labile questa strana divisione che abbiamo fatto del mondo.

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