Lettera di Compleanno – 2018

Caro Zeno,

a 14 giorni dal tuo compleanno e dopo 11 giorni di intese vacanze insieme ci siamo separati (per fortuna) e ho finalmente il tempo di onorare la tradizione.

Altro giro altra corsa, e sono 7 anni. Quest’anno papà ed io siamo andati in vacanza da soli. La prima, di nuovo, di una lunga serie. In controtendenza alla pedagogia del momento, abbiamo deciso di rimanere “genitori anni 80” di quelli che, ora che siete cresciuti, mollano i figli ai nonni, per andare in vacanza loro, senza portarseli dietro… anche perché francamente mi pare vi divertiate molto più senza di noi che quando ci siamo.

E’ stato un’anno di incomprensioni il nostro, probabilmente più per colpa mia che tua, anche se devo dire che simpaticissimo non sei stato.

Assorto nei tuoi pensieri, reticente alla reltà che non ti piace e sembra tra l’altro non interessarti affatto. Combattuto tra la voglia di omologarti agli altri e sorpreso nel trovarti a volte come un pesce fuor d’acqua. Gli sbalzi d’umore all’ordine del giorno.

So cosa si provi, credimi, ma non c’è niente che io possa fare per alleviare questa strana sensazione di essere sempre un pò “stonato” rispetto al coro… anche io da piccola avrei voluto che qualcuno facesse qualcosa per me a riguardo… ora so che non c’è niente che cambierebbe le cose.

Posso solo augurarti di non soffrirne troppo e imparare a convincerci serenamente fin da subito. Senza aspettare che gli anni, e la maturità facciano il loro corso come è successo a me. Posso solo sperare che tu faccia pace prima possibile con te stesso, dandoti una pacca sulla spalla mentre pensi: “va beh dai, anche se non sono fico va bene lo stesso”.

Non ci capiamo io e te ultimamente ma nonostante questo a volte riesco ad abbracciarti e starti sdraiata vicino per un pò. Parli con me quando sei in orizzontale. E mi racconti cose di una noia sinistra. A volte riesco a far finta di ridere, a volte no.

E quando non lo faccio provi goffamente a ferirmi. Il tuo asso nella manica è chiedermi con aria innocente perchè siamo genitori diversi. E io sò già dove andrai a parare. Ma ti accontento in questo schema ormai trito e ritrito dove le altre mamme e papà sono “fichi” . Noi invece no. Io meno ancora di papà.

A volte la “figagine” è data dalle cose a cui hanno accesso gli altri e tu no. A volte da quello che fanno. Qualche volta proprio esteticamente. Le mamme degli altri sono più belle mi dici. Tra l’altro amore mio con tutta l’autocritica che posso avere , quelle da te indicate come più belle … va beh cambiamo argomento.

Non dovrei dirle certe cose forse, e nemmeno scriverle… ma siccome queste lettere, fondamentalmente , sono per te, mentire non avrebbe alcun senso.

È stato un bel compleanno, credo, niente festa, niente bambini, solo noi. Concentrati su di te tutto il giorno, e sui tuoi desideri. Con dei regali azzeccatissimi e il tempo di usarli tutti quanti un pò. La torta gigante quella sì è stata perfetta.

E veniamo agli auguri per l’anno che verrà.

Ti auguro amore di avere un anno pieno di scoperte e di passione. Di preoccuparti meno degli altri e molto più di te.

Ti auguro amore di avere un’inverno pieno di neve e di sci che tanto ti rende felice.

Ci auguro amore di ritrovare un nuovo spazio e un nuovo equilibrio, per ridere come prima, io prometto farò del mio meglio.

Ti auguro amore di capire al più presto quanto sei coraggioso. Come quando ti tuffi nel mare da im alto in alto senza neanche un dubbio.

Ti auguro amore un anno speciale intenso e di sole.

Ti auguro amore tutto l’ amore che ho. E anche di più.

Buon compleanno

Mamma

Dio c’è… è statistica!

Mi immagino sul pianerottolo di casa, seduta sulle scale, con le buste della spesa mezze rotte una a destra e una sinistra. Le mani tra i capelli, accucciata e nessuno che passa. Finalmenete posso piangere, di rabbia, di fatica, di sfogo, di pancia.

Così mi immagino, invece sono dentro casa e devo sorridere mentre per la milionesima volta dalla nascita dei figli , tutti i programmi, tutta l’organizzazione, tutte le cose fatte, sono andate a puttane.

Che poi dopo un pò ci dovresti aver fatto l’abitudine, in fondo ormai sono passati anni dalla prima volta.

IO invece ogni volta che si spappola tutto nei due minuti che il termometro ci mette a misurare la febbre, ogni volta, vorrei imprecare in aramaico.

Così di nuovo, è giugno, e ancora una volta uno dei nani è malato abbastanza da fottersi e fotterci una 40ina di giorni. Ovviamente sono i 40 giorni in cui non hai nessuno che ti aiuta a casa, sono i 40 giorni in cui è finita la scuola, in cui avevi pagato il centro estivo extra, in cui avevi cene, aperitivi, compleanni.

Reggi il colpo, dinuovo e trovi qualcun’altro che ti aiuti con 2 bambini malati in casa e l’ufficio che chiama… riorganizzi, incastri, corri, cucini, conti le ore tra un antibiotico e l’altro, al telefono cerchi medici, uno, due tre. Lavori.

Lo fanno tutte le ALTRE madri pensi, ma francamente che cazzo di conforto è.

Aperta parentesi. Mia madre, come tutte le madri, quando chiedevo di fare qualcosa come gli ALTRI mi diceva: “se gli altri si buttano dal ponte ti butti anche tu?” e io rispondevo sempre “no”. Quindi col passare degli anni, gli ALTRI/ALTRE sono diventati un entità totalmente inutile. A me che anche le ALTRE siano qui ad arrancare come me, non me ne frega un emerita mazza. Della serie, se soffrono gli altri perché dovrei soffrire anche io? Ecco l’altra faccia della medaglia di un’educazione “differente”. Chiusa parentesi.

E poi c’è il fattore ansia che ti ammazza, le notti in cui non dormi.

Avanti, nuova giornata, nuova organizzazione, altro giro altra corsa. Le montagne russe di Gardaland al mio umore di questi giorni, gli fanno un baffo.

Stacco, come in una squallida commedia americana dove alla fine del secondo atto sembra tutto perduto, la botta finale.

Resti sola.

Con una telefonata secca anche l’ultimo aiuto ti abbandona, “me spiace seniora viola”. Porca eva. Minuti di panico totale. E ora?

Atto terzo: Dio si muove a pietà, e fa squillare il tuo cellulare.

Dall’altra parte della cornetta c’è Mary Poppins, che chiamava per sapere se state tutti bene, che era un pò che non ci sentiva… vorresti scoppiare a piangere al di là della cornetta ma ti trattieni. Mary Poppins, dopo aver ascoltato il tuo edulcorato racconto e la tua camuffata disperazione ti comunica che ha 3 settimane libere e può venire a aiutarti, dalla mattina successiva (9 ore dopo in pratica).

Attacchi, ti siedi, respiri, fumi 6 sigarette, impugni il cellulare e scrivi un WAPP alla tua amica:

“Dio Esiste , domani arriva Mary Poppins a casa per 3 settimane”

Amica mia, non può andare sempre tutto storto… è statistica”

Dio esiste, ed è solo … statistica.

Poveri papà moderni.

Quando arrivano davanti a scuola hanno quell’andatura incerta, irregolare. La si confonde con uno zoppichio dovuto a quel continuo chinarsi verso il basso per sentire i figli che gli parlano, ma sono proprio loro che sono incerti.

A un primo sguardo sembra si muovano con fare sicuro, con movimenti secchi; molti hanno il più piccolo sulle spalle, per fare prima, e il più grande per mano. Ma mentre attraversano da un parciapiede all’altro è facile coglierli in fallo. Hanno quell’attimo di lucidità negli occhi dove il loro neurone “maschio” si chiede cosa diavolo ci facciano lì. Alle prese con grembiuli da infilare merende da controllare.

Poi, come chi cade per terra e si rialza al volo nonostante la culata dicendo “NON MI SONO FATTO NIENTE” per evitare la figuraccia, allo stesso modo rientrano dentro questo nuovo schema che gli è stato imposto dai tempi moderni. E a cui sommessamente si sono dovuti adeguare per non essere bollati come “retrogadi, misogini, maschilisti”.

Ma la mattina, le poche volte che non ho fretta anche io, mi siedo un attimo sul motorino prima di ripartire e li guardo arrivare e, niente si vede proprio che navigano ancora a vista. Questa prima generazione di papà moderni, che proprio non si capacita di quello che sta facendo.

Potrei classificarne almeno 6 tipi ma i miei preferiti sono due: i papà delle femmine, e i papà sportivi.

I primi, i papà delle femmine, hanno quel sorriso rassegnato sul viso, e un amore sconfinato nel cuore, mentre aggiustano la gonna di tulle e fanno la coda di cavallo alla figlia; che vorrei tanto abbracciarli e dire loro: “vai ti prego, vai, lo faccio io, non lo dico a nessuno. Vai a farti una birra alle 8 di mattina parlando di tette e con rutto libero, che non posso guardarti mentre fai tutto questo, mi piange il cuore a pensare alle volte che avresti voluto semplicemente tirare due calci a un pallone o meglio ancora, fregartene del tutto e startene in mutande sul divano”. Mi viene un pò da proteggerli, forse perché il mio, che è un papà di femmine, non c’ha mai capito un cavolo di code da cavallo e gonne e tulle. Ma per sua fortuna ai tempi non era necessario partecipare alla vita dei figli, e in effetti non ricordo grandi accompagni da piccole (neanche di mia madre per la verità, ma questa è un’altra storia).

Gli altri, i papà sportivi, eroi personali dei propri figli, credono di aver trovato la quadra facendo cose con i propri figli e li cogli in fallo ancora più facilmente. Nel preciso instante in cui il nano malefico chiede qualsiasi cosa più complessa di cibo o tecniche sportive. Perché questa cosa del parlare, di farsi delle domande e dare anche delle risposte sensate mentre sali le scale della scuola, magari alla semplice domanda, “papà ma Dio esiste?” – che te la fanno sempre mentre corri da una parte all’altra e spiazza madri e padri di ogni genere- ecco al papà sportivo, questa cosa di dare un senso alla vita per la quale loro stessi il senso non lo hanno mai trovato, lo fa crollare in ginocchio. Lo vedo che si accascia dentro e vorrebbe solo girarsi e cedere le manine che tiene strette – al limite della sopportazione del bambino che passerà la giornata a massaggiarsi – a una qualsiasi delle mamme accanto.

Anche stamattina me ne stavo lì a pensare a quante cose un pò “ridicole” abbia prodotto l’emancipazione femminile e i poveri papà moderni sono una tra queste. Per carità, non che non sia una manna dal cielo tutto questo dividersi i compiti , è solo che a loro poverini, bisogna dirlo, questo ruolo viene proprio una schifezza.

Non mi resta che sperare che i miei di figli (maschi) diventino padri un pò più partecipi del mio, ma anche un pò meno di quelli di adesso, che la coda di cavallo è una cosa che non gli verrà bene mai, nei secoli dei secoli 🙂

Di quelle volte che faccio cose fuoriluogo con soddisfazione.

1001004005749934Ci sono volte che a dispetto di tutto e di tutti, ho come un senso di fierezza che mi accompagna per qualche ora. E mi lascia un ghigno sulla faccia, come adesso che scrivo al volo questo post facendo finta di essere concentrata su una cosa di lavoro.

Sono quei giorni in cui faccio cose mandando a quel paese il “politically correct” che un po’ ci ha rotto le palle.

E’ successo questa mattina, quando indolente non mi sono alzata dal letto all’ora stabilita, ho supplicato in aramaico LUI di portare entrambe i nani a scuola, mi sono girata dall’altra parte e mi sono rimessa a dormire.

Peccato che dopo un’oretta di beato sonno mattutino è squillato il cellulare, e no, non era l’ufficio, era la scuola, quindi ho dovuto necessariamente rispondere.

SCUOLA: “Signora buongiorno, Lei si ricorda che oggi aveva segnato che sarebbe ventuta a leggere ai bambini?”

IO: ” Ah emmm argh beh..”

SCUOLA RISATA:” Eh lo sapevo che si era dimenticata, che fa, ce la fà oggi? Così so come organizzarli”

IO: “ah emm argh beh sì ok arrivo tra 30 minuti”

E questa è una delle mie attività preferite: mi lancio per mero senso di colpa, o emulazione delle mamme TOP,  in attività extra per i figli, di cui puntualmente mi dimentico data e l’orario, ma soprattutto OGGETTO. Così  stamattina mentre cascavo dal letto al bagno cercando di darmi una parvenza di decenza, ho spremuto le meningi come mai in vita mia, per tentare di ricordare cosa fosse questa attività della storia da leggere. Ma senza successo.

Il lavoro però ti insegna l’arte dell’improvvisazione quindi prima di uscire ho associtao la parola lettura alla parola libro e ho preso un Beatrix Potter originale (che va tanto di moda ‘sto periodo) e me lo sono infilato in borsa.

Arrivata a scuola un guizzo: “cazzo il laboratorio di lettura”. Ovvero mamme TOP che ad inizio anno propongono di rimpolpare la libreria dell’asilo comprando dei libri da una lista ben precisa per poterli leggere ai bambini e poi regalare il libro alla scuola alla fine del simpatico siparietto.

Così sono entrata, sperando di poter leggere il libro di qualche altra mamma fica che sicuro qualcuna ne aveva comprati 2. Invece no, tirchiacce di merda, uno a testa ne hanno comprato, tutte rigorosamente seguendo la lista assegnata.

SCUOLA: “Mamma di NANO2 vuole la sediolina piccola così sta all’altezza dei bambini?”

Quanto mi manda fuori di testa quando ti chiamano #mammadi che ormai è diventata una parola tutta attaccata…

IO: “No per carità quella grande va benissimo che ginocchia in bocca anche no”

SCUOLA: ” Sicura, perché se si mette su quela piccola è al loro stesso livello.”

IO: “mmmm NO grazie quella grande va bene.”

40 paia di occhi puntati su di me, inizio a leggere puntualizzando che questo è il libro di Peter Rabbit, quello vero, non quello dello film che hanno visto al cinema.

Le Maestre storcono la bocca, io leggo – velocemente – in modo che nessuno mi interrompa o faccia domande.  I nani, non so se per la velocità con cui leggevo una storia in effetti lunghetta (con disappunto delle maestre ovviamente per la velocità e per la lunghezza), o per l’enfasi che mettevo nelle parti relative a castigo e urla, sono stati zitti muti.

Finita la storia, si avvicinano i BBA (brutti bambini altrui) e in coro recitano: “Adesso regaliamo il libro alla scuola!” allungando quelle manine sporche per prenderlo e metterlo nella libreria di classe.

E la mia lingua stava per dire “col cacchio bambinetti miei che vi mollo a voi e alla scuola questa edizione limitata trovata a fatica..”

Mi ha salvato NANO2 urlando ” NO!!!!!!!! Quello MIOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO”.

SCUOLA:” Ma Guelfo, tutti hanno regalato il libro alla scuola…”

IO:” Amore – occhiata fulminea alla maestra della serie capiamoci immediatamente –  non ti preoccupare, mamma ha solo fatto un pò di confuzione e invece di prendere il libro che abbiamo comprato ieri per la libreria di scuola ha preso il tuo stamattina”

NANO:”Mamma, noi non abbiamo comprato nessun libro per scuola, tu eri a prendere il sole ieri.”

IO:” Ciamo amore ci vediamo a casa dopo ok?”

Nell’androne della scuola ho tirato fuori il pacchetto di sigarette, e mentre ne accendevo una un senso di soddisfazione ha pervaso il mio corpo: per l’indignazione delle maestre, per lo stupore/disappunto degli altri bambini, per la felicità/sorriso del mio che poi è l’unico che dovevo far contento, e per la figura di merda appena fatta.

 

 

Lettera di compleanno – Guelfo 4


Caro Guelfo,

Le tradizioni sono tradizioni quindi, dopo i bagordi natalizi, cominciati proprio il giorno del tuo compleanno… eccomi qui a scriverti qualche riga per onorare all’impegno preso.

Lo confesso, sono in difficoltà perché l’unica cosa che mi vien da dire sull’anno appena passato con te è “solo” una lunga lista delle cose che mi fanno arrabbiare unite alla presa di coscienza che non so assolutamente che pesci prendere davanti a un adulto capriccioso rinchiuso per sbaglio dentro al tuo corpo.

Detto questo se mi concentro ci sono un po’ di cose da 4enne che grazie a dio ogni tanto fai.

Mi piace,a volte , quando ti presenti alle 6 di mattina in camera perchè vuoi dormire con me, anche se entrando sbatti la porta e inizi a blaterare frasi sulla scomodità del tuo letto. Ma quando ti azzittisci e ti accoccoli augurandomi buonanotte  è sempre un momento magico.

Mi piace quando alla fine delle nostre quotidiane litigate, dopo le urla, dopo le punizioni, dopo il tentativo di un dialogo tra pari quando tutto, miseramente, fallisce, ti affacci alla mia porta ti appoggi allo stipite con una spalla e esclami per farmi contenta : ” e va bene… scusami”.

Mi piace quando ti metti a contrattare sul tempo ma alla fine ti stufi, tagli corto dicendo che io non sono affatto gentile.

Per il prossimo anno in ogni caso sappi che no non ti insegnerò a leggere … e sarà sempre vietato guardare i compiti di tuo fratello…mi ci manca questa. E al contrario contro il tuo volere imparerai ad andare in bicicletta, a sciare, a nuotate e a fare tutto quello che un bambino di 4 anni dovrebbe fare. 

Ti auguro amore mio che il prossimo anno ti veda meno intento a fare il grande e più felice di essere piccolo. 

Che tu voglia essere meno al centro dell’attenzione e possa imparare ad avere meno paura del mondo che tanto ti atterrisce.

Che chi ti circondanna la smetta di farti fare il giullare e ascolti finalmente il senso di quello che hai da dire, non la sua forma.

Ti auguro amore di sorridere di più e piangere un po’ meno e lasciarti accompagnare per mano, almeno da me e tuo padre. 

Ancora auguri Guelfo, che questo sia un anno magico con amore mamma.

Lettera di compleanno – tra una valigia e una mail

ZHo come l’impressione di essere sempre qui a scriverti, e che gli anni si stiano traformando in giorni. Ci siamo, di nuovo. Domani 6 anni.

E’ l’estate più calda che io possa ricordare, così calda che mi ricorda quella in cui sei nato tu. Facevano 40 gradi anche lì e abbiamo passato i tuoi primi giorni di vita nascoti all’ombra delle persiane , chiusi in casa in campagna, con le cicale di sottofondo e le giornate lente e pigre e … calde.

Domani si parte, in viaggio, il giorno del tuo compleanno. Partiamo per mete a me care  che spero restino impresse nella tua memoria di bambino. Ti porto dove il mondo – io penso – ha ancora profumi , colori, e sapori. Dove niente è tutto uguale, dove c’è poca plastica, e molto poco da fare.

Non andiamo per fare cose, andiamo per stare insieme, tutti insieme anche con i fratelli grandi.

Ti porto in un posto che ci rende felici a me e a tuo padre e spero che la felicità sia contagiosa.

Ieri sera correvate, te e tuo fratello, per i giardini di quartiere con un monopattino e un gelato.  Giocavate per strada, come si faceva un tempo e facevate amicizia per strada, come si faceva un tempo.

Mi chiedi sempre com’era quando ero piccola io, e poi aggiungi sempre… ” e quando era piccolo papà?” Hai ormai assimilato il fatto che si tratta di due tempi diversi i miei e quelli di papà e sai ormai che c’è sempre una versione in più.

Me lo chiedi per sapere se il mondo è meglio o peggio ora. Cerco di non cadere nell’errore di tutti i grandi, che pensano che il passato sia meglio del presente, così anche se realmente se lo penso, mi mordo la lingua e ti dico che oggi è molto più bello di ieri.

Domani partiamo, il giorno del tuo compleanno,  in viaggio.

E questi sono i miei auguri per i tuoi 6 anni:

Ti auguro, amore mio, di essere sempre in viaggio il 4 di agosto,  magari da piccolo ne soffrirai un pò, ma poi da grande ne sarai felice come lo sono sempre stata io.

Ti auguro di essere in viaggio per posti speciali alla ricerca di quella luce un pò gialla che a me piace tanto, per posti dove non c’è niente di che da fare ma c’è la vita da vivere.

Ti auguro amore un anno di vita normale, come quello passato, dove le delusioni e le grandi felicità sono andate di pari passo.

Ti auguro amore un mare di ricordi felici, che sbiadiranno nel tempo ma ti lasceranno da grande una sensazione di pace.

E in fine amore quest’anno ho una richiesta; quando non ti guardo, travolta da tuo fratello, dammi un calcio e ricordami che ci sei, perché anche se lui è quello rumoroso, anche se lui è quello che detta “purtroppo” gli umori della giornata, lo so che sei tu quello che più ha bisogno di tutti noi, o forse, onestamente parlando, io di te.

Domani si parte. Buon compleanno.

Con amore Mamma

 

 

 

 

 

Giugno è il nuovo Dicembre

Ogni anno si fanno nuove scoperte, nuove conquiste, il che assomiglierebbe ad una frase positiva…

Le scoperte della vita da mamma, al contrario, sono peggio di un invito della suocera a cena di sabato sera. Una martellata sull’alluce per capirci. Adesso, con entrambi i figli a scuola ho scoperto ad esempio che Natale e Dicembre, non sono per forza le parole più brutte del vocabolario Italiano. Ne ho di nuove da inserire; insieme al banalissimo Saggio/Recita e Festine/Merende la nuova parola è GIUGNO.

E pensare che un tempo Giugno era il simbolo della felicità, della libertà, della fine della scuola, dei primi bagni, dei week end lunghi, dei ponti, dei mini viaggi, sì anche degli esami all’università, del programmare le vacanze. Giugno era bellissimo.

Poi 2 figli sono andati a scuola e la mia strategia di madre assente, svampita, asociale, adottata con successo da settembre sta vacillando per oscure forze esterne che mi assillano.

Sul dramma di assistere a una recita/saggio sono stati scritti poemi epici che non potrei mai eguagliare, ma per i figli ok si fa…, stessa cosa sulle milioni di feste e festine che popolano le agende di tutte le mamme.

E io su queste, sulle maledette feste, ho adottato un metodo standard. Ai figli, se la festa viene annunciata in formato digitale, non ne ho neanche mai accennata l’esistenza. Fine del problema. Le mamme ormai per fare sfoggio di modernità e tecnologia non consegnao più biglietti di invito cartacei (fatta eccezione per qualcuna che a quel punto diventa la mia eroina) per cui la mia tattica era perfettamente collaudata.

Fino all’arrivo di Giugno.

In questi giorni non so perché, mi  sembra che la concentrazione di nati sia superiore del 200% alla media del resto dell’anno. Così le agende dei due nani hanno previsto e prevedono un fitto calendario di feste di fine scuola, brunch domenicali con le maestre, feste di compleanno nei parchi, saggi comprensivi di “compra il pantalone e la maglietta di quel colore”, corsi di varia natura e genere, aperitivi, e perché no anche pizzate serali. Roba da far inviadia anche agli eventi in agenda della FERRAGNI.

Adesso, per adempiere a tutte queste faccende, ho adottato il metodo, #confondiliescappa. Così un buon 30% è stato volutamente e/o accidentalmente dimenticato. A un 30% ho partecipato arrivando in ritardo e andando via prima e il restante 40% è quello che ancora mi aspetta da affrontare.

Nano 1 più cosciente dello scandire del tempo ha iniziato a fare discorsi strani tipo: “mamma perché tu non fai come le altre mamme e vieni con noi/ci porti dappertutto?” a cui ho prontamente risposto come da copione ” a me di quello che fanno gli altri non importa niente; se gli altri si buttano giù da un ponte tu fai uguale?” – non mi sembra che abbia apprezzato la risposta ma almeno la faccenda si è chiusa lì.

A nulla sono valsi i miei inutili tentavi di eludere le altre mamme, compreso un poco apprezzato abbandono della Chat di scuola. Sì lo so, è un affronto che non avrei dovuto fare, ma quando ho cliccato su abbandona il gruppo ero felice come se avessi finito le sedute dell’anonima alcolisti e mi avessere detto, sei libera, da oggi in poi puoi fregartene di qualsisi vitale decisione si debba prendere all’interno del gruppo. Niente più menù da approvare, lavoretti per cui portare materiale, drammi scolastici per leggere sbucciature o affacci dalla finestra del piano rialzato della classe.

Niente auguri ad ogni mamma , niente incitamenti , niente gridolini faccette o emoji di merda. Niente. Silenzio. Bellissimo.

Sì lo so, non dovevo farlo, perchè adesso le mamme hanno iniziato a scivermi in privato e io – che ovviamente non avevo registrato un numero/nome che fosse uno – ricevo messaggi da sconosiute che non so chi siano e che mi fanno domande di ogni genere a cui rispondo sistematicamente con un : “mi spiace guarda è un periodo al lavoro drammatico, non ce la faccio”.

Ma ormai sono fuori dal gruppo, e il gruppo me la sta facendo pagare. Ho così tanta paura che li porto a scuola in orario (anzi presto) per eludere il capannello che si forma sulle scale. #mammeagrappoli armate di messa in piega perfetta con 40° all’ombra, doppio cellulare, tacchi alti, e agenda filofax per impegni dei loro figli.

GIUGNO scritto così, è la mia nuova parolaccia preferita. Un’insulto a tutto tondo da usare senza parsimonia in occasioni varie: In fila sul raccordo, quando ricevi la mial che non volevi ricevere, contro i colleghi odiati. SEI COME GIUGNO, PEGGIO DI GIUGNO, A QUESTO GIUGNO GLI FA UN BAFFO.

E mentre ascolto il PIOTTA e HIT MANIA DANCE 1999 in macchina non mi resta che trattenere il fiato e aspettare DICEMBRE.

Quello che (alcune) mamme pensano ma nessuna dirà mai

De Gregori dice che “pioggia e sole abbaiano e mordono, ma lasciano, lasciano il tempo che trovano”… De Gregori beato lui è uomo.

Sì è vero la canzone parla di amore… ma fare figli se non è amore cos’è? Pioggia e sole quindi dicevo, che si abbattono su chi diventa madre una, due, coraggiosamente tre o follemente quattro volte – dopo 4 per me è pazzia pura – lascia dei segni indelebili e diciamocelo, orrendi.

Quando la tempesta passa, e i tuoi figli iniziano ad avere meno bisogno di te, ricominci a guardarti allo specchio e spesso quello che vedi non è proprio un granché, una versione sbiadita e arruffata di ciò che eri prima di loro.

Mentre in casa tua infuriava la tempesta e tu madre “standard” e non Wondermamma – quelle giocano proprio un altro campionato a cui tu non sei ammessa – dicevo, tu madre standard ti ritrovi a guardare i pezzi che ti sei persa.

Il tuo fisico ha ceduto, non è più quello di prima, grazie al cavolo, ti risponderanno tutti, hai fatto i figli, beh vi dò una notizia, la faccenda non mi consola affatto. Sì, avete capito bene, la faccenda non è affatto consolatoria, anzi, un po’ quelle faccette che si affacciano ogni mattina le vorresti prendere e metterle davanti alle loro responsabilità facendogli notare che sono loro la causa della tua pelle flaccida, della tua pancia tonda, delle tue rughe.

E  la cagata che ti dicono, eh però l’amore dei figli ripaga tutto, è per l’appunto una cagata.

Ma in fondo quella fisica è la parte meno grave, mentre la tempesta infuriava e tu non riuscivi come le Wondermamme  a stare dietro a tutto , hai perso altri pezzi;

hai perso amiche che non sei più riuscita a vedere, e giustamente loro a un certo punto non ti hanno chiamato più. Certo molti ribatteranno, beh allora non erano vere amiche. Invece no lo erano, ma le amicizie a senso unico non funzionano quindi giustamente loro a na certa, sono andate oltre. E questo è Orrendo.

Hai perso le tue routine di bellezza, e adesso che inizi ad avere più tempo, magari una due volte alla settimana per farti che ne so… una maschera, hai perso il gusto di dedicarti del tempo…

Hai perso pezzi del tuo guardaroba, e sì anche pezzi di te. E questo è Orrendo.

E non puoi tornare indietro a prenderti nessuna di queste cose, devi andare avanti, e andare avanti, lasciando un sacco di cose per strada, è Orrendo.

Hai perso il tuo nome. Ormai tu sei solo la “mamma di” e pure la bidella ti saluta ogni mattina con un ciao mamma. Oppure sei Signora; anche per il barista che un tempo ti diceva CIAO. Il tuo nome, anche il mio che mi ha sempre fatto schifo, scompare, e non torna più.

E con il tuo nome hai perso un sacco di cose futili, e le cose futili per definizione loro, sono cose bellissime. Sono cose in più, in più rispetto alle cose basilari. E’ sull’ IN PIU’ che gira il mondo. E’ l’ IN PIU’ che ci rende più felici, più leggeri, più incoscienti, più superficiali… più BAMBINI. Come quando da piccolo chiedevi Piu’ gelato, più in alto con l’altalena, più veloce il giro tonto, più cioccolata, più giochi.

I figli ti levano il tuo “IN PIU'” e se lo prendono loro, si prendono loro il tuo IN PIU’. E questo è orrendo.

Così stasera ai miei ho detto niente gelato. Me lo sto mangiando io il loro in più… per una volta.

La terra trema e io non ti ho ancora scritto – lettera di compleanno

CatturdgsasgaCaro Zeno,

stanotte la terra ha tremato, un po’ lontano da casa a dir la verità, ma abbastanza per sentire ballare il pavimento. E mentre dalla mattina presto guardo il numero dei morti salire penso al fatto di non aver ancora scritto la tua lettera di compleanno.

Per la verità ci ho pensato più volte, ma quest’anno non so perché mi sembrava un rituale banale, quasi inutile. Poi stamattina le notizie del terremoto hanno reso tangibile a tutti come la vita sia fragile e casuale (ce ne dimentichiamo sempre, troppo convinti di poter controllare tutto) e il fatto che fosse vicino a casa, è banale e stupido da dire, ma lo ha reso più vero. Così semplicemente ho pensato che un rituale per essere definito tale  vada rispettato.

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Voce del verbo giudicare

Ci sono cose che ho capito molto presto nella vita. Una di queste, sicuramente, che non avrei potuto fare la modella di costumi da bagno per Sports Illustrated. Con mio sommo disappunto. Ma le tette aimè, non sono mai cresciute. Come se poi fosse stato solo quello il motivo principale della mia presa di coscienza.

Un’altra, invece, più semplice è stata la completa incapacità di gestire il giudizio altri.
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