“E quando li cattura una definizione…”

…il mondo è pronto a una nuova generazione” cit.Lorenzo

Ho la cartella delle bozze piena di roba che non riesco a pubblicare, la leggo e mi pare banale. Mi chiedo sempre prima di cliccare su PUBBLICA, se davvero ha senso CONdividere. Le rileggo – senza attenzione ai refusi lo so – ma le rileggo in modo maniacale, le cose che scrivo.

La cartella bozze piena di roba che non pubblico, cose banali, noiose, al limite del ridicolo. Ed è in giornate come questa che mi chiedo se non sia il caso di schiacciare semplicemente su invio e buttare tutto fuori, qui sull’Internet.

A volte mi perdono la noia e la banalità, soprattutto quando sfoglio riviste patinate di giornalisti/e serie che se ne escono ancora con cose tipo: la “nuova generazione e il rapporto con i boomer”.

Ne avevo 16 di anni la prima volta che lessi su IO Donna un stronzata del genere.

Mi chiedo: davvero nel 2021 è necessario pubblicare la merda nelle bozze dei giornalisti? No, perché non posso credere che un direttore abbia esplicitamente chiesto a un giornalista di fare un pezzo generazionale.

Pensare davvero di poter scrivere qualcosa sui “giovani” mi pare una barzelletta. Lo sentite quanto suona male anche solo leggerla questa frase. Lo pensavo a 16 anni quando scrivevano “su di me” lo penso ora a 40. Questa insulsa tendenza a dimenticare, e liquidare chi sta vivendo quello che tu hai già vissuto è una cosa che mi manda fuori di testa. Io oggi di 16 – 20 enni ne frequento molto pochi, e le rare volte che succede, la sento la distanza che c’è. C’è un modo che ci separa e quel mondo non è colmabile, non è incasellabile, non è comunicante. Siamo noi che guardiamo loro, loro a noi non ci vedono proprio. E’ come fossimo tutti invisibili.

Ed è giusto così.

Perché questa distanza generazionale andrebbe coltivata, la lontananza tra generazioni è un mondo di cose non dette, non condivise. Era un mondo fatto di regole non dette, quando ero io nella casella Pischella, regole che mi sono servite nella vita molto più di tante cose ripetute fino alla nausea. La distanza permette a loro – quelli nuovi – di scegliere la strada, e non per merito nostro, ma per demerito di chi da quella casella lì è già passato, e ha la pretesa di sapere come si sta.

Non è così. Loro sono lì adesso, ed è un mondo tutto diverso, così loro non capiscono i tuoi racconti perché il panorama è completamente cambiato. Immaginate la stessa sensazione che avete quando siete tornati in un posto dopo tanti anni. Il posto è lo stesso, la spiaggia non si è mica mossa. E anche il baretto è sempre lì. Ma non è più lo stesso. Non bisognerebbe mai tornare nei luoghi dove si è stati felici. Ti deluderanno inevitabilmente.

Stamattina leggendo l’articolo, ho pensato che ai giornalista e agli editori che tirano fuori dal cilindro delle bozze il pezzo generazionale andrebbe fatto un corso di – butta la bozza. Ve lo tengo io. Gratis.

Supponevo, stupidamente, che la mia di generazione avrebbe avuto almeno la lungimiranza di non farlo neanche il tentativo di compredere. Invece Generazione MZXY , boomer contro Millenial, caselle, definizioni, usi e costumi dei popoli della notte. Come nel libro di storia. Mentre leggevo ho avuto quasi l’istinto di sottolineare e ripetere ad alta voce; come ieri serca con Zeno e l’insediamento delle prime polozazioni Italiche. I Camuni e I Sardi con i Nuraghe. Ma cazzo…

Possiamo fare un patto? Accettiamo serenamente che NO non parliamo la stessa lingua che i loro 16-20 anni non sono i nostri. Che possiamo guardarli ma non possiamo capirli, non possiamo comunicare. Possiamo vivere di silenzi. Mentre loro pensano che siamo dei coglioni e noi pensiamo che non capiscono un cazzo.

E che a un certo punto sta cosa di scriverci sopra… la possiamo pure relegare agli storici quando scriveranno.

Era il 1992 io cantavo Tempo, di Jovanotti…. e quando li cattura una definizione, il mondo è pronto a una nuova generazione.

PUNTO.

Lettera di Compleanno – N9

Scrivo ormai solo per i vostri compleanni, ho inziato con il tuo, 8 anni fa e mi sono ripromessa di non smettere, anche se fermasi a fare il punto diventa sempre più difficile. Un tempo fissare le parole mi rendeva facile affrontare la giornata, oggi ho la cartella delle bozze piena di parole incompiute. Non scrivo da Aprile.

10 anni i tuoi. 10 anni sono tanti e gli ultimi 18 mesi valgono come fossero 5 tutti insieme. Il mondo lì fuori sembra impazzito, arrivato quasi all’esplosione finale, ma questo non possiamo dirtelo, ne io ne papà.

Perché abbiamo il dovere morale di pensare che avrete un futuro e che sarà un futuro felice.

10 anni di te, 10 anni da mamma, 10 anni di sorrisi e di silenzi. I tuoi sempre più lunghi, sempre più riflessivo, ormai mi cerchi solo la sera prima di andare a letto. In questa vita simbiotica che per tuo fratello è diventata la normalità è stata l’inverno dei distacchi.

Primi week end fuori a sciare da solo, primi centri estivi lontano da casa con tanto di primo amore (da me ignorato scientemente – se non te lo ricordassi quando leggerai chiedimi di Renee. Cerco disperatamente di mantenere un legame, un filo sottile che ti riporti da me quando ne avrai bisogno. Cantiamo a volte. E mi stringi la mano mentre cambiamo insieme le marche mentre guido – sì sei seduto davanti se non siamo in città.

Al buio mi prendi la mano e la stringi una volta, rispondo con una stretta decisisa, poi due strette, replico con la stessa sequenza. Arriviamo di solito a tre e poi appoggi la testa alla mia spalla – perché ormai arrivi lì- e io ti stringo.

Le parole si fanno sempre più rare. Non so mai se rispettare i tuoi silenzi o se insistere. Mi parli di videogiochi di cui non mi importa un fico secco e ho scientemente deciso che non farò la “mamma amica” che impara il linguaggio dei figli per stargli accanto. Lo trovo sbagliato. Sarò tua madre, non mi resta che accettare la distanza che aumenta e aspettare che tu ti sieda accanto a me.

Ho una lista infinita di cose infinite da fare con te appena sarà possibile adesso che sei grande. Sono egoisticamente elenchi di ricordi da lasciarti per quando sarai lontano.

Ieri seduti su una panchina, mangiavamo un giropita in un micro porto greco. In sottofondo la voce del Pope che recitava la messa nella chiesa lì accanto; le luci del porto soffuse e poche persone intorno a noi. I piedi nella sabbia e noi 4 seduti a mangiare. Ti ho detto ” da grande quando parlerai di me, puoi dire che mangiare un giropita in porto in grecia è la mia concezione di felicità”. Ricordo numero 1 – fatto.

Sono passate settimane dal tuo compleanno, festeggiato in famiglia e riempito di regali. Ho dovuto mettere una distanza da qual giorno. Avrei voluto stringerti e supplicarti di smettere di andare avanti. Di fermarti un attimo. E solo oggi guardando il blu greco oltre il mio computer posso farti gli auguri di buon compleanno e dirti quanto sono grata di averti nella mia vita e immensamente felice di quello che sei.

Così anche quest’anno eccoci arrivati agli Auguri: che sia un anno di grandi emozioni, e di mille scoperte, che sia l’anno della tua crescita. Che tu possa smettere di preoccuparti del giudizio altrui e possa dire e fare e vivere esattamente quello che desideri.

Che tu possa smettere di preoccuparti per ciò che ci circonda. Che le brutture del mondo non impattino troppo. Che tu possa sentirti amato, e considerato e protetto. Ancora per un pò. Che tu possa essere coraggioso, come sei già e che quest’anno sia un tuffo incredibile come quello di ieri nel mare più bello che c’è

Tanti Auguri Zeno

Con amore

Mamma

365 giorni fa…

Non sapevo cosa fosse un Coronavirus, quanto puzzano le mascherine chirurgiche, e non sapevo che ne esistessero di vari tipi, non sapevo cosa fosse L’RT né una curva epidemiologica.

365 giorni fa, non sapevo usare la piallatrice, non sapevo lavorare il legno, non sapevo di ricordare ancora l’analisi grammaticale tanto da insegnarla a mio figlio ma sapevo che la pazienza non è tra le mie doti.

365 giorni fa sapevo di avere un carattere di merda, e pensavo che quel carattere mi avrebbe salvata quando la merda sarebbe arrivata al collo. Sbagliavo.

Ci ripetono ossessivamente che siamo all’ultimo miglio, all’ultimo tratto di tunnel. Ma siamo tutti cosapevoli che ci stanno prendendo per il culo. Lo vede chiunque che oggi è il covid 19, domani sarà XCTR.

Sarà il 20 ennio delle pandemie, amplificate da morbose descrizioni e immagini di malati sui social media; malati mostrati senza alcun rispetto al mondo intero. Giornalisti invitati e inviati ancora oggi dopo 365 giorni nei reparti del dolore a sezionare i sintomi di chi suo malgrado forse non ce la farà. Senza alcun rispetto per la dignità del malato, nel nome di non si sa quale diritto di buttare in piazza un dramma senza precedenti.

Un racconto indegno, masochistico e immorale del dolore, del dramma. La tv del dolore. Solo che questo è un dolore che ci travolge tutti.

Il progresso, la globalizzazione, il movimento di noi tutti, ci ha presentato il conto. Ci ha tolto la libertà di muoverci, di respisrare, di viaggiare, di lavorare di sorridere, di cenare, senza morire o peggio senza rischiare di far morire chi ci sta accanto. Siamo tornati indietro nei secoli, dove se ti muovi, se stai fuori, rischi.

365 giorni di questa merda mi hanno ricordato e dato prova che l’uomo (in senso di maschio) davanti al dramma, al panico e all’imprevisto, salvo rare eccezioni, si paralizza. E il potere che detiene da secoli, e le posizioni di dominio che sfrutta, gli si sgretolano tra le mani, in un altalena perenne tra inadegutezza di chi non sa chiedere aiuto e supermachismo di chi pensa di poter sfidare il mondo, per ritrovarsi poi comunque dalla stessa parte. Dalla parte di chi ha fallito.

Che poi riducendo la faccenda ai minimi termini è sempre la stessa scena: noi che dobbiamo partorire i loro figli e loro che svengono.

365 giorni fa sapevo di avere amiche con le spalle larghe, adesso so che tutto possono. Sia quelle fuori dagli schemi sia quelle che sembra stiano seguendo una linea retta. Che poi la linea retta è solo una sensazione.

365 giorni non c’èra la Bertè che magistralmente riassumeva così il senso di tutto:

Sono il padre delle mie carezze e la mia madre delle mie sperienze, sono figlia di una certa di fama…sono una figlia di Lorendana…. col MASCARA e la Bandana… Tu che giudichi il mio cammino, prova a farlo su questi tacchi.”

Fuori Sinc – Lettera a me stessa per i 40 anni.

Lettera a me stessa.

Mia cara, che dire, i primi 40 sono andati un pò così, a caxxo. Drammaticamente FuoriSinc, in ogni fase della tua ormai non più breve vita. Perennemente fuori posto, costantemente fuori moda, mai per scelta ma solo per l’atavica incapacità di raggiungere il passo altrui. Che alla fine sembrava quasi fatto di proposito, invece è stata solo inadeguatezza.

Così, impaurita dalla corsa e conscia della concorrenza agguerrita, hai inziato a correre in direzione opposta fin da adolescente. Vigliacca.

A guardala dal gradino dei 40 solo una può essere la difinizione di te: la grande fuga. I veri eroi , ora lo sai, sono quelli che ce la mettono tutta per percorrere la strada che hanno davanti. Quel rettilineo a 4 corsie che sembra tanto facile da percorrere e che invece richiede, costanza, forza di volontà, preparazione, concentrazione, abnegazione. Tutte cose che tu non hai mai avuto. Troppa fatica.

Sei uscita al primo casello, senza neanche pagare il pedaggio. Hai preso le strade non battute dalle “migliori”, e scelto invece le provinciali tutte curve nascondendoti nei paesini dimenticati, dedita per lo più a guardare gli altri giocare a scacchi. Indecisa se tornare indietro, perchè incastrata dal senso di colpa e dalla voglia di conformarti, o se guardare cosa ci fosse dopo la curva successiva.

Pochi uomini, poche amiche. E lì scappando con fatica hai trovato il tuo modo di vivere, hai fatto pace con le tue debolezze, non tutte, ma molte sì. Hai scoperto che si può vivere molto bene senza competizione, che si può accettare anche di non “gareggiare”.

Ma ignorare la gara non è sempre facile. A volte succede che agli incroci incontri qualcuna che era vicino a te ai blocchi di partenza; ha fatto meglio, non c’è altro modo di dirlo. Ha fatto meglio di te, ha scelto la strada difficile e alla fine è stata premiata. Accettare la sconfitta è sempre molto complesso.

La curva dell’estetica sta inziando ormai a sfiorire ma considerando che nel bene e nel male non ti è mai stata di grande aiuto, datti una pacca sulla spalla, non te ne sei mai presa più di tanto cura. Se anche il tempo ad oggi sembra essere stato abbastanza clemente, quello speso a specchiarti e curarti non te lo avrebbe ridato nessuno. L’hai usato in altro modo e questo ti fa onore.

Dicono, mia cara che a 40 finalmente si abbia consapevolezza di se stesse, si sappia dove andare e cosa volere dalla vita. Beati quelli che lo dicono, che lo pensano, che tu ancora cammini incerta tutte le mattine.

Sogni ad occhi aperti – esattamente come 20 anni fa – di fare la reporter, l’attrice, il presidente del consiglio, l’amministratore delegato, l’insegnate di yoga a Bali, la travel blogger, l’imprenditrice, la proprietaria di un negozio bio, la maestra di sci. E tutte le mattine ti meravigli del fatto che i tuoi figli siano ancora vivi, e LUI, inspiegabilemnte ancora sdraiato accanto a te.

Dicono che a 40 anni, tutto sia chiaro, mentre tu continui a galleggiare sopra i giorni che passano, a volte felici a volte meno, ma sicuramente senza contezza, senza chiarezza, senza una visione.

Così, mia cara me, eccoci arrivati, in cronico ritardo, agli auguri per gli anni a venire:

Che gli amici e le amiche restino poche – che averne tanti non seresti capace a gestirli.

Che in questo mondo di numeri uno, di gente con uno scopo, con una visione, con figli perfetti e vite perfette e carriere avviate, tu possa rimanere abbastanza distante da non farti contagiare ma abbastanza vicino da imparare sempre qualcosa di nuovo.

Che lo scopo e la chiarezza non ti raggiungano mai, che con il caratteraccio che ti ritrovi, diveterebbero le tue indiscutibili e grandi verità, e lì sì che avresti un problema.

Che i figli continuino a crescere, lasciandoti ogni giorno un centimetro in più di spazio, per tornare un giorno ad avere di nuovo tutto il tempo che vuoi.

Che ci sia poco sport, molti libri, cibo e vino. Sopra ogni altra cosa però, un’infinità di biglietti aerei, possibilmente per due, a riempire un nuovo scatolone dei ricordi, perché in fondo – questo lo sai – il tuo scopo è solo quello di andare a conoscere il mondo.

The Answer My Friend…

Ieri sera c’era un vento impressionante, di quelli che sconquassano tutto e non ti fanno dormire, come avessi l’impressione che da un momento all’altro il tetto di casa possa venir via e tu, volare su con tanto di letto, cuscini e camica da notte.

Ero sveglia e pigramente come accade troppo spesso ormai, invece di leggere un libro guardavo Instagram. Lobotomizzata davanti a immagini banali di mare, sole, vento, amici che intasano i server di questo mondo e che io stessa contribuisco a generare, per un banale senso di vanagloria che ormai , pare, non ci abbandonerà più.

Mentre le stories si susseguivano con mari blu, pubblicità di costumi, tuffi, publicità di creme, bambini con gelati, pubblicità di ville di lusso (l’algoritmo di IG ha una pessima opinione di me) Bob Dylan è venuto in mio soccorso.

15″ di ritornello accostati magistralmente o per puro caso a una scena talmente reale e non patinata da sembrare finta.

Un’amaca (posto singolo) ruota e volteggia spinta dal vento sotto a un patio di campagna. Prende il centro della scena e il suo movimento non regolare e non prevedibile ti cattura gli occhi. La stoffa ha le righe colorate, non simmetriche, non sequenziali, Bob in sottofondo dice che la risposta a tutto è nel vento. E questo basterebbe a descrivere il tutto.

In realtà a me l’occhio è caduto su quello che c’è “dietro”:

Sul prato oltre il pergolato – bruciato dal sole e giallo – come dovrebbero essere i prati in questo periodo dell’anno. Non verde Inghilterra grazie a sistemi di irrigazione ben programmati.

Sul tavolo in legno, che non è di design, è lì, semplice, un tavolo da giardino con le due panche attaccate, di quelli che ci stai anche un pò scomodo.

Sullo sfondo di un cielo pieno di nuvole. Nuvole normali non rosse, non nere non belle, solo nuvole.

E sulla vita che in quei 15″ di Bob c’è.

In lontananza si intravede, coperta dall’amaca che oscilla e da una siepe, una strada sterrata; disegna una curva da destra a sinistra e un breve rettilineo che arriva alla casa.

Lì in fondo alla scena, nell’angolo destro del mio cellulare, appare un’auto e fa quell’effetto polverone che da bambini ci piaceva tanto. Bob ha appena finito di dire dove trovare la risposta – nel vento – l’auto ha già percorso tre quarti della curva, e in quel preciso istante appare di spalle una bambina piccola, con gonna rosa pallido; sembra tulle o goergette, è a torso nudo e i capelli castani le finiscono in faccia.

Per un istante è lei davanti all’amaca, è lei nell’inquadratura principale, per un istante, l’auto che arriva alzando un gran polverone e lei con la gonna che si muove e i capelli fastidiosamente sugli occhi , lei che entra in scena e in un secondo scompare… per un attimo sono loro la risposta.

Riguardo la scena un paio di volte e poi scrivo a chi l’ha pubblicata:

Gli chiedo se ha avuto culo o se l’ha girata 15 volte per ottenere quella perfezione.

Lui ride, perché ho notato solo i dettali. Rido anche io scrivendo:”Gli intelligenti e i capaci guardano l’amaca che gira… per fortuna – a noi – non è capitata questa sciagura nella vita.”

The Answer my friend, is blowing in the wind, the Answer is blowing in the wind.


Grazie G. per i 15″ di poesia reale. Che del mare blu e dei gelati, ne abbiamo le palle piene.

Ora la chiamano resilienza.

Resilienza

“…le parole sono importanti, hanno il loro peso specifico, hanno una storia e vanno usate con criterio”

Concludo sempre così la mia personale filippica ai due nani quando per farsi grandi usano parolacce nei loro discorsi. La parte inziale è un grande classico della letteratura materna anni ’80: un ceffone se la parola è davvero grossa, uno sguardo fulmineo invece se è roba ti poco conto e l’incipit di chi li vuole far sentire in colpa i propri figli: ” lo sai chi usa le perolacce?”

La risposta arriva in coro: ” gli stupidi che non sanno esprimersi.”

Le parole sono importanti, hanno il loro peso specifico, hanno usa storia e vanno usate correttamente.

Va di moda la Resilienza da un pò. Ma adesso nel post-covid – che è Post solo in Italia visto che nel nel resto del mondo il picco è lontano – la resilienza è diventa la parola da usare in ogni frase e contesto.

Vorrei , prima di tutto, porre l’attenzione sul fatto che – non a caso – la Resilienza è femmina:

“Resilienza/re·si·lièn·za/sostantivo femminile

  1. Capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi.
  2. .In psicologia, la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità.

“Sono persone resilienti quelle che, immerse in circostanze avverse, riescono, nonostante tutto e talvolta contro ogni previsione, a fronteggiare efficacemente le contrarietà, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e persino a raggiungere mete importanti.” wikipedia dice così.

Arrivo dunque alla polemica del giorno. La Resilienza tanto citata è oggi nelle bocche di tutti, ma soprattutto di quella classe socio economica che tutto ha e sa, tranne davvero cosa voglia dire essere Resilienti.

Lo sento nei discorsi delle spiagge Radical Chic in bocca a uomini 40, 50 enni, residenti all’estero da quando ne ho adulta memoria, rimpartiati per l’occasione pandemica nelle loro villa Italiane. La loro resilienza, usata a sproposito per indicare la volontà di rifugiarsi nei borghi italiani (ma solo previa grosso miglioramento da parte dello stato italiano di connessioni e strade) e fuggire le caotiche città europee dove hanno cresciuto i loro figli.

La sento la resilienza, citata a casaccio per dire che ancora non ci sono programmi specifici per le vacanze di natale, che sai…”dobbiamo essere resilienti…”

La povera resilienza, confinata sulle spiagge del litorale toscano, e nei bei ristornati delle alpi che nauseabonda cerca di dirigersi da chi reliente lo è stato e lo sarà veramente.

Resilienti sono coloro che dai Borghi Italici non sono mai fuggiti, e non per mancanza di oppurtunità, ma per scelta. Che la vita luci e colori Londinese – Parigina non li ha travolti e ammaliati. Coloro i quali la bottega artigianale, e il cibo sano e la vita lenta, e sì spesso noiosa, dei piccoli posti l’hanno scelta da prima. Non dopo, aver fatto una scopracciata di caos e virus.

Resilienti sono i ragazzi del sud Italia che si inventano un lavoro onesto e restano al loro territorio, per proteggerlo e migliorarlo.

Resilienti sono coloro che in questo mondo ammalato aiutano convertendo le loro piccole produzioni, che fanno i volontari. Resilienti sono coloro che indossano una marcherina anche adescco che è estate, e che sono al mare, per rispetto di chi ha combattuto e non ce l’ha fatta.

Resilienti sono le donne di questo triste paese, come lo è la parola stessa.

Speriamo che il prossimo maschio bianco che cerca di pronunciare la parola a sporopsito si trozzi a tal punto da non volerma dire mai più.

Che la Resilienza è una parola di quelle importanti, e con un peso specifico che noi, quasi tutti, me compresa, non abbiamo idea di cosa significhi davvero.

Lettera di compleanno- al freddo e al gelo

Guelfo Amore,

sono in ritardo di un mese e mezzo quasi, scusami, che scusami ormai è la parola che ti dico più spesso. Una mamma che si dimentica, una mamma in ritardo, drammaticamente imperfetta, in questa vita che ti sembra così difficile e che invece rendi a me così leggera con la tua risata.

E’ successo di nuovo, come per tuo fratello, la tua mano non è più piccola dentro la mia, è media. E pur essendo tu un 50enne nel corpo di un bambino, adesso inizi ad averne anche le fattezze, di un adulto.

Pensavo stupidamente che non saresti mai cresciuto, che questo contrasto tra quello che dici e quello che sei, sarebbe rimasto per sempre. Invece ora in alcuni momenti vedo l’uomo che sarai, lo vedo più in te che in tuo fratello, e mi rimprovero a pensarti adulto. Adulto e tremendo, adulto e arrabbiato con tua madre che da adulto ti ha trattato dal primo momento che sei venuto al mondo.

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Teorie e tecniche dello svuota tasche.

C’è stato un tempo dove ognuno di noi si è visto regalare questo oggetto inutile e senza senso da un parente, di solito uno zio o una zia, accompagnato dalla frase “così ogni volta che ci metti le chiavi mi pensi”.

Ce ne sono di mille tipi ma quello in pelle quadrato resto un grande classico della “letteratura contemporanea”.

Lo svuota tasche alla fine ce lo siamo portato in giro per il mondo, dalla nostra stanza alla nostra prima casa, alla seconda, alla partenza per un posto lontano. Quell’oggetto inutile dentro al quale lanciamo le chiavi o gli spicci senza centrarlo quasi mai.

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Io rallento, tu rallenti, loro non rallentano

A volte succede che il tempo si fermi, per uno spavento, come due sere fa quando nano 2 è rimasto illeso per miracolo, è vivo perché c’era del ghiaino per terra. Se no era finito sotto una macchina, per sbaglio, di notte dove non era chiara la linea di confine tra marciapiede e strada.

Ci sono delle frenate brusche, improvvise, che ti lasciano quel senso di stordimento e spesso qualche livido adosso.

A volte succede che il tempo rallenti, come quando un mese e mezzo fa ho smesso di andare in ufficio tutti i giorni. A distanza di settimane mi sveglio con il senso di colpa, perché gli altri corrono, io non più. Non so gestirlo questo nuovo tempo lento, questo tempo per me. Mi sembra di sprecarlo quasi sempre, e di non usarlo, o che avrei dovunto comunque usarlo per produrre. Ma quel che faccio ora ha altri tempi, altri ritmi, che a me sembrano lenti, ma che forse non lo sono poi così tanto.

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Uno schiaffo a 40 anni che bene che ti fa.

Ho un vaso pieno di lezioni imparate masticate digerite ed assimilate, ma una più di tutte vorrei regalare ai miei figli per evitargli quel processo di rabbia, odio, delusione, amarezza e tristezza che serve per impararla.

Aver a che fare con i “cazzoni avariati” di cui il mondo occidentale , e in prevalenza maschile è costellato.

Perché se anche tu sei il mago di uno sport qualsiasi, o l’amministratore delegato di una società qualsiasia, che tu sia il figlio di, che tu sia alto e bello, che tu sia in auge o in disgrazia, da qualunque posto tu venga, e in qualunque posto tu vada o in qualunque posta tu ti trovi, se hai un atteggiamento di superiorità, con chiunque: “sei solo una cazzone avariato”. Mi spiace non esiste altra espressione per dirlo.

Ed è questo atteggiamento che spesso irrita qualcuno, e che spesso qualcun altro giustifica a creare quell’equivoco senza senso che fà sì che ” eh mai sai lui è…” e la frase dovrebbe solo finire in un modo: “lui è un coglione”.

Un coglione che fa le prediche sull’attitudine al comando, sull’importanza del saper perdere, sui leader della vita e che contemporaneamente:

1 usa solo il maschile singolare

2 non saluta perchè lui saluta solo chi conta

Le mamme di figli maschi dovrebbero chiudere la giornata sempre con questa frase della buona notte: “figli miei, se vi becco a farvi forti della vostra posizione privileggiata che poi lo è spesso è solo per botta di culo di nascita, figli miei vi prendo a calci da qui all’eternità, forti coi deboli, forti con le donne, forti con chi lavora per voi, forti con chi vi permette di farvi forti. Un sacco di schiaffi anche se siete adulti, anche se avete 40 anni.

Sì a questi 40enni cazzoni avariati le madri dovrebbero dare un sacco di schiaffi, di quelli che ti umiliano, perché a 40 anni le sberle di tua madre..sai che umiliazione?

AMEN