Le cose belle che non dovrei dimenticare.

La mattina quando mi sveglio apro gli occhi e vedo la luce che filtra dalle persiane.  IO VEDO. Di solito qualcuno alle prime luci dell’alba si è intrufolato sotto le lenzuola e aspetta pazientemente che io apra gli occhi. Mi sorride, mostrando tutti i denti in contro luce, e appena li apro mi abbraccia forte, quasi mi strozza, spesso si appoggia ai capelli col gomito e li tira, e mi fa un pò male. IO SENTO il suo profumo e la sua voce. Nel silenzio una mano adulta si appoggia sulla mia fronte e mi dà una carezza. E io RICORDO di avere accanto un amore grande da più di 10 anni, tutte le mattine, anche quelle in cui siamo arrabbiati e stanchi, tutti e due ci auguriamo BUONGIORNO.

Ci sono mattine in cui c’è tempo di cucinare i pankace (raramente) e di sederci a tavola a fare colazione, tutti insieme. Le finestre danno su un cortile interno pieno di alberi e piante (e zanzare) e c’è abbastanza silenzio per dimenticarsi che siamo in città. Ho un LAVORO che mi aspetta e una CASA accogliente dove tornare la sera.

Quando scendo spesso ho un SORRISO e un CIAO e a volte un aiuto da dare a chi, a pochi metri dal mio portone, pulisce la strada al posto del comune, porta la spesa a casa alle vecchiette in difficoltà, o se ne sta a bivaccare davanti a supermercato chiedendo qualche moneta. Lo dico anche ai NANI di dire BUONGIORNO, e se è un viso concosciuto,  se lo ricordano da soli di salutare.

Il nano grande aggiunge anche un come stai? Qualche volta si ferma e fa domande scomode: “Davvero non hai una casa? E dove dormi) Davvero non hai un lavoro? E come trovi i soldi? Davvero sei arrivato dal mare?”  E mi mordo la lingua (non sempre con successo) per non troncare la conversazione tra i due. In quel momento ho un senso di colpa per quello che HO, e un senso di ORGOGLIO per il nano che si interessa all’altro. Che parla con il prossimo conosciuto per strada. I ragazzi di solito a me non sorridono quando li saluto, ma ai bambini sì, gli chiedono del calcio, di dargli il 5 con la mano, di studiare a scuola che è importante.

Mentre la mattina sono in macchina ho un’amica da chiamare, lei fuma la prima sigaretta della giornata e io guido verso il mio ufficio lontano da casa e ci lamentiamo tra di noi di quello che non va, come le amiche vecchiette. Così scarichiamo la nostre dose di lamentele tra di noi e non passiamo per ingrate con il resto del mondo. Facciamo bella figura tutte e due così. IL diritto alla lamentela (inutile) è sacrosanto. E spesso diciamo cose davvero poco corrette. Ma sono parole che restano nell’aria della mia macchina e sul terrazzo dove fuma lei. Non lo sa nessuno.

Ho 5 giorni di solitudine tutti per me davanti; 5 giorni sono abbastanza per avere un pò di nostalgia delle cose qui sopra. Che sono cose belle, ma che spesso non riesco a ricordare.

Dio c’è… è statistica!

Mi immagino sul pianerottolo di casa, seduta sulle scale, con le buste della spesa mezze rotte una a destra e una sinistra. Le mani tra i capelli, accucciata e nessuno che passa. Finalmenete posso piangere, di rabbia, di fatica, di sfogo, di pancia.

Così mi immagino, invece sono dentro casa e devo sorridere mentre per la milionesima volta dalla nascita dei figli , tutti i programmi, tutta l’organizzazione, tutte le cose fatte, sono andate a puttane.

Che poi dopo un pò ci dovresti aver fatto l’abitudine, in fondo ormai sono passati anni dalla prima volta.

IO invece ogni volta che si spappola tutto nei due minuti che il termometro ci mette a misurare la febbre, ogni volta, vorrei imprecare in aramaico.

Così di nuovo, è giugno, e ancora una volta uno dei nani è malato abbastanza da fottersi e fotterci una 40ina di giorni. Ovviamente sono i 40 giorni in cui non hai nessuno che ti aiuta a casa, sono i 40 giorni in cui è finita la scuola, in cui avevi pagato il centro estivo extra, in cui avevi cene, aperitivi, compleanni.

Reggi il colpo, dinuovo e trovi qualcun’altro che ti aiuti con 2 bambini malati in casa e l’ufficio che chiama… riorganizzi, incastri, corri, cucini, conti le ore tra un antibiotico e l’altro, al telefono cerchi medici, uno, due tre. Lavori.

Lo fanno tutte le ALTRE madri pensi, ma francamente che cazzo di conforto è.

Aperta parentesi. Mia madre, come tutte le madri, quando chiedevo di fare qualcosa come gli ALTRI mi diceva: “se gli altri si buttano dal ponte ti butti anche tu?” e io rispondevo sempre “no”. Quindi col passare degli anni, gli ALTRI/ALTRE sono diventati un entità totalmente inutile. A me che anche le ALTRE siano qui ad arrancare come me, non me ne frega un emerita mazza. Della serie, se soffrono gli altri perché dovrei soffrire anche io? Ecco l’altra faccia della medaglia di un’educazione “differente”. Chiusa parentesi.

E poi c’è il fattore ansia che ti ammazza, le notti in cui non dormi.

Avanti, nuova giornata, nuova organizzazione, altro giro altra corsa. Le montagne russe di Gardaland al mio umore di questi giorni, gli fanno un baffo.

Stacco, come in una squallida commedia americana dove alla fine del secondo atto sembra tutto perduto, la botta finale.

Resti sola.

Con una telefonata secca anche l’ultimo aiuto ti abbandona, “me spiace seniora viola”. Porca eva. Minuti di panico totale. E ora?

Atto terzo: Dio si muove a pietà, e fa squillare il tuo cellulare.

Dall’altra parte della cornetta c’è Mary Poppins, che chiamava per sapere se state tutti bene, che era un pò che non ci sentiva… vorresti scoppiare a piangere al di là della cornetta ma ti trattieni. Mary Poppins, dopo aver ascoltato il tuo edulcorato racconto e la tua camuffata disperazione ti comunica che ha 3 settimane libere e può venire a aiutarti, dalla mattina successiva (9 ore dopo in pratica).

Attacchi, ti siedi, respiri, fumi 6 sigarette, impugni il cellulare e scrivi un WAPP alla tua amica:

“Dio Esiste , domani arriva Mary Poppins a casa per 3 settimane”

Amica mia, non può andare sempre tutto storto… è statistica”

Dio esiste, ed è solo … statistica.

Ho trovato una cosa a Palermo

Una fuga di poche ore, per stare un pò da soli.

Una fuga al sud, perché il sud del mondo al nord “gli sega le orecchie” e questo in Italia vale anche di più. E’ al sud che si va quando vuoi rallentare, passeggiare, mangiare, respirare. E’ al sud che vai se vuoi sorridere, quando vuoi VIVERE. E allora Sud, Palermo 48 ore.

Turisti a caso, con la pancia piena di cibo e una bottiglia di vito di troppo nelle vene; gli occhi verso l’alto a guardare un concentrato di storia, di bellezza, di degrado, di rinascita, del tempo che fu, del tempo che rinasce, della gente che cammina dritta, che guarda avanti e ti fissa negli occhi quando ti parla, di gente che si ricorda il tuo nome quando glielo dici.

Turisti a caso. E compriamo un coniglio pasquale di marzapane da un piccolo scout: “Agesci Palermo 14 ” mi dice e arrossiche quando deve parlarci. Il piccolo scout è vestito con una divisa in finto fresco lana verde, che solo a guardarla mi viene da grattarlo tutto e strappargliela di dosso, per liberarlo da quel prurito, ma lui sorride imbarazzato mentre aspetta di essere pagato. Sembra uscito da un film di Tim Burton il nostro scout, volevo portarmelo a casa e dirgli di non cambiare mai mai mai.

Turisti a caso intorno alla fontana della Vergogna, e a passeggio per la Vucciria di notte, con i palazzi “bombardati” e vuoti, e il vociare di gente che vive, e sorride e ti sorride, perché la vita è bella.

Turisti a caso mentre ascoltiamo il discorso di Leoluca Orlando per i Laureandi 2018, davanti a tutta la città.

Turisti a caso a prendere il sole sdraiati per terra sul selciato del lungomare, a sbriciare tra i palazzi rifatti della Kalza e in cerca di cibo e vino, tra una risata e l’altra.

Turisti a caso, a passeggio di notte, con la città illuminata a giorno, e i palazzi che risplendono, e un misto di gente e razze e cibo e odori, che nel giro di 10 metri ti confondi e pensi all’Egitto, alla Spagna, al Centrafica e ti sembra come di essere al centro del Mondo.

Turisti a caso la domenica delle Palme dentro la basilica di Monreale mentre fuori piove o a passeggio sulla spiaggia di Mondello vuota e fredda.

Turisti A CASO; perché a Palermo, “programmare” è da imbecilli. Una Palermo che rinasce, mi racconta uno che l’ha vista crollare e ora la vede ripartire, una Palermo che non deve dire grazie a nessuno per il miracolo a cui sta assistendo, ma solo a sé stessa.

Così mentre ascolto un orribile concerto di musica Indie in uno strepitoso bar nascosto della città, infilato in un vicolo buio, con delle poltrone anni 50 buttate per strada che fanno da intralcio alla via, ci mettiamo a chiaccherare con sconosciuti che mi guardano negli occhi, non hanno telefoni in mano e ascoltano quello che dico.

Ho trovato una cosa dentro l’aria di Palermo, ho trovato l’aria che sa di PACE: in pace con quello che è stato, con quello che sarà, pace tra chi vive male e chi invece ci vive bene a Palermo. E hanno trovato un punto di incontro i due mondi a Palermo, tra chi ha e chi non ha niente.

C’è Pace tra i sapori dei piatti che pur venendo da nazioni diverse non fanno a cazzotti, pace tra i mendicanti di colori e lingue diverse, pace tra marito Afro Americano tasferito da NY e moglie Palermitana che non sono una coppia “cool” sono una coppia punto e basta.

Palermo mi ha sorpreso, e non me lo aspettavo, a Palermo, ho visto il mondo del Futuro.

Marta ed io

Marta ed io siamo nello stesso ufficio da 10 anni. Non si può dire che siamo amiche però, io e Marta, ci conosciamo abbastanza bene ormai.

Stamattina dopo qualche giorno di “silenzio stampa” siamo andate a berci un caffè al bar insieme.

Marta ha la mia età e ha un figlio, il secondo non lo fa perché dovrebbe cambiare casa, quella in cui vive e su cui paga il mutuo è piccola e nella stanza di suo figlio il letto a castello non entra. E poi con due figli sua mamma, che la aiuta il pomeriggio, non ce la farebbe.

Marta è la seconda di tre fratelli, il nonno era proprietario di una pasticceria a San Lorenzo, il padre ingegnere e la mamma maestra. Da piccoli facevano delle bellissime vacanze estive e spesso anche un viaggio a natale. I nonni avevano anche una seconda casa in Calabria.

La pasticceria ha chiuso una decina di anni fa; per via delle tasse, del quartiere che è molto peggiorato e della posizione che da felice è diventata infelice. I genitori di Marta la aiutano quando possono, ma anche il loro tenore di vita è molto cambiato negli ultimi anni.

Marta mi dice spesso che il passaggio da “felici” a “occhio alle spese” è una cosa che all’inzio non percepisci, si insinua lentamente. E nel giro di 10 anni sei passato dal chiederti dove andare in vacanza al “ce la faremo a farci una vacanza?”

Marta è la nipote di un pasticcere che ha lavorato sodo tanto da consentire al figlio di diventare un ingegnere.

Poi è stato il turno di Marta che è salita sull’ascensore sociale, ha spinto il bottone e si è accorta che l’ascensore andava in discesa. Dentro, suo nonno che non si gode la pensione, suo padre che arranca e lei con un figlio e una casa piccola piccola su cui paga il mutuo.

Marta, viene in ufficio in macchina che non è sua, è in affitto, così può scaricare un pò del costo dalle tasse, perché ovviamente  Marta è una partita IVA. Qualcuno direbbe che è un’ auto in sharing che fa tanto fico nella nuova economia mondiale dove tutto è in affitto e niente è proprio (perché nessuno può più comprare, non perché è fico affittare tutto).

Invece la macchina è semplicemente a rate (ma rate di affitto, no di acquisto). Il padre di suo figlio invece, avendo l’ufficio più vicino ci va in bici e non perché è ecologista…

Marta nelle giornate no, quando magari ha dormito poco, si alza, porta il figlio a scuola si immerge nel traffico ed è circondata da strade distrutte, palazzi crepati, immondizia, è la strada che la porta qui in ufficio, la stessa che faccio io. E’ brutta davvero. Ma a Marta, giustamente, dà ancora più ai nervi che a me.

Marta fa il mio stesso lavoro, abbiamo anche qualche amica in comune, ha frequentato il mio stesso liceo. Potrei dire che Marta è un po’ come me.

Marta ed io non siamo amiche ma ci conosciamo da tanti anni, da quando Marta non faceva i conti per arrivare a fine mese e veniva ogni tanto in ufficio con paio di scarpe nuove. E’ tanto che non la vedo con scarpe nuove.

A volte penso a Marta e alle tante Marte che conosco, che certo hanno un tetto sulla testa e un pasto caldo, ma anche occhiaie sul viso, e degrado che li circonda, e conti da pagare e pochi svaghi oltre alle ore felici con un solo figlio e mi immagino le loro facce quando magari ogni tanto hanno la forza di ascoltare o leggere qualcosa di politica.

Abbiamo preso il caffè in silenzio stamattina, poi lei mi ha guardato, ha alzato le spalle e mi ha detto: “Non ho niente da perdere, vivo arrancando”. Ho pagato il caffé, perché era il mio turno, e ho annuito.

Marta ha votato cinque stelle domenica, io no. Però forse ha ragione Marta, io sono solo (temporaneamente) sulla riva più fertile del fiume.

Gennaio

Gennaio è il  mese dei buoni propositi, è il mese delle partenze, a me invece viene una gran nostalgia:

per l’anno passato,

per i tempi che furono

per il tempo sprecato

per il cibo ingerito

per le notti mancate

per il sesso non fatto

per i figli troppo accuditi

per i concerti mancati

e per i viaggi rimandati

La nostalgia è un sentimento che mi è congeniale. Mi piace farmi trasportare da un flusso di pensieri dove i SE ed i FORSE la fanno da padrone.

Le opzioni, i bivi, le decisioni, i cambi improvvisi di rotta sono il sale di questa breve esistenza. Me ne accorgo ogni giorno di più come questo tempo sia breve, brevissimo, come mi stia sfuggendo dalle mani. Quando la routine si fa più intensa, inizio a scalpitrare a fare programmi di grandi avventure, di viaggi lontani, di cambi di vita.

La fantasia mi porta a una festa da organizzare, a persone da conoscere, a nuovi lavori senza senso da intraprendere. L’irrequietezza, quell’agitazione che dicono con il passare degli anni si attenui, io invece ce l’ho sempre lì. Nello stomaco. Certo con il tempo ho imparato a gestirla, mi agrappo a Lui con tutte le forze e compro una guida Lonley Planet per la prossima breve vacanza programmata. In pratica sono un luogo comune vivente.

Se avessi 20 anni oggi, 30 gennaio 2018, sarei già partita per un posto a caso. E se ci penso è quello che ho fatto più volte, quando potevo. A me non è la resposabilità che mi angoscia, è la perdita di tempo. E’ il tempo che mi rubano a lavoro, il tempo che mi rubano i figli, che fosse per me ne passerei con loro la metà della metà. Ma mica perchè li amo di meno, è solo che che l’unico tempo che è ben speso è quello dove mi muovo, con Lui.

Ecco forse è questo stare fermi che mi prende allo stomaco. Mi  prendeva già da bambina. La morsa. E la sento più forte a gennaio. Adesso, da adulta, invece dei buoni propositi, faccio la lista dei cattivi propositi; che sono molto più divertenti e mi danno molta più pace.

Più Lui, meno figli

Più alcol la sera, così la mattina mi sento morire e vorrei solo dormire, ma devo alzami e devo andare in ufficio (e è bello anche questo)

Far tardi, mangiare cose fritte e burrose e ridere.

Più soldi spesi per niente.

Più vestiti improbabili

Più trucco

Più scarpe con i tacchi alti

Più uscite in pigiama per accompagnare i bambini a scuola – sì lo faccio e non me ne vergogno

Più musica, ad alto volume, molto più alto

Più balli

Più km in macchina

Più vita disordinata

Più vita disorganizzata

Più assenze in ufficio

Più amiche

Più cose fuoriluogo

Più vita

 

Lettera a Walt 

Caro Walt,

Ho appena finito di fare la doccia e di mangiare qualcosa che davvero potesse tirarmi sù il morale dopo una giornata all’inferno. Prezzo del biglietto (del treno) andata e ritorno 15 euro.

Walt, te lo dico, devi fare qualcosa per fermare questo scempio che disonora non solo il tuo nome, ma che ti sta portando dritto dritto nella top 5 delle persone maledette da ogni genitore che varca la soglia di Disneyland Paris.

Ora, io lo capisco che i tuoi scagnozzi a Napoli proprio proprio non potevano scendere a compromessi per costruire il tuo parco europeo,  ma Walt tra Napoli e Parigi c’è mezza Europa di mezzo!

Però diciamocelo a Napoli intanto non avresti visto nessuno vestito da sci con Moonboot pelosi e giacche fluo che ti assicuro, nel parco stonato parecchio con i  colori pastello delle tue guidelines.

Nessuno a Napoli avrebbe mai è poi mai servito quella merda di cibo e quello schifo di gelato e quella orrenda accozzaglia di pasticceria. Vogliamo parlare della bellezza dei tuoi visitatori con in mano un supplì o un trancio di pizza fritta? Dei friarielli? Un cartoccio di mare? Va beh sorvoliamo.

A Napoli poi sono abbastanza certa che oltre alla fila normale e al Fast Pass (uno solo per diamine) in qualche modo avremmo inventato un biglietto ultra mega top che dava diritto a saltare tutte le file del mondo

Inoltre come in ogni posto civile che si rispetti dei bagarini avrebbero venduto a caro prezzo l’ingresso dal retro per le attraction. E i genitori avrebbero potuto vantarsi di aver trovato quello più bravo e addirittura scambiarsi i numeri di cellulare sottobanco.

Nessuna delle tue storie è politically corretto Walt!  E senza un Paperon de Paperoni che sorpassa tutti e un Gastone che botta di c… becca il mega Pass , ma che Disneyland è?

A nessun bambino per di più  sarebbe mai stata vietata nessuna attrazione per una stupida questione di cm. Ma che è? “A creatura ti pare che poteva restare fuori dalle space mountains”?

E poi vogliamo parlare della gestione dell’imprevisto alle montagne russe che oggi ha generato 2 ore ripeto 2 ore di fila? Ma che ne sanno i francesi della gestione dell ‘emergenza?  I francesi che come risposta alle invettive di chi stava in fila da ore e si è visto cacciato via, hanno improvvisato solo un semplice vaffanculo, per di più in francese perché 2 parole di inglese mai, va contro i loro i princìpi nazionalisti.

A Napoli una cosa così non sarebbe mai successa e lo sai anche tu… come minimo la fila sarebbe stata allietata da venditori ambulanti dei tuoi gadget o con una bisca improvvisata con tanto di melanzana alla parmigiana offerta dalla signora di turno. Ricorda … anni e anni di code sulla Salerno Reggio Calabria ci hanno reso più forti e più creativi.

Walt vogliamo parlare della parata di oggi? Walt!!! Per diamine; i ballerini intirizziti, bianchi come cadaveri, semi morti. E i carri? Ma vuoi mettere con quelli che avremmo potuto fare noi? Te lo ricordi si cosa facciamo a carnevale Walt?

Mi fermo qui Walt , non posso affrontare anche l’annosa faccenda di posti lasciati vuoti su navi volanti e macchinine scontro per l’ incapacità a stipare il turista in luoghi angusti (e noi lo sai siamo i re in questo), o sulla totale mancanza di controllo del personale che lavora al parco.

Per chiudere Walt te lo dico, qualcosa in tuo potere devi fare, perchè sappi che avanti così, il giorno del giudizio prima ancora che Dio si pronunci su di noi, saremo noi a giudicare te: colpevole.

Colpevole di aver creato l’ inferno in terra e ti metteremo in fila, per sempre, al freddo, sotto la pioggia , insieme ai francesi che non parlano una parola sola della tua lingua.

Con affetto, una mamma morta

Violante

L’invidia fatta mamma

 

Il tema posso dire con certezza che è trito e ritrito, ma oggi cospargendomi il capo di cenere vorrei fare un sincero elogio alle tante odiate vituperate mamme perfette.

E’ sì perché diciamoci la verità, ormai quello di dissacrare il mito e la figura della mamma/donna perfetta è diventata una banale scusa per noi pigre per non affrontare la vera verità sulla faccenda.

E allora senza indugi posso asserire che le mamme normodotate o pernientedotate come me provano in cuor loro un unico reale e ben distinto sentimento: INVIDIA.

L’invidia che poi mascherano per disprezzo della perfezione altrui, o peggio ancora, lo mettono in dubbio.

Invece mie care donne imperfette, dovere rassegnarvi al fatto che siete nate nella categoria sbagliata. Non c’è niente da fare. I vostri figli non saranno ben vestiti in ogni occasione, sbaglierete quasi tutto in merito alla loro educazione e vita sociale. Voi avrete sempre i capelli sporchi, e sarete sempre vestite alla berlinese (pescando vestiti dall’armadio al buio).

Voi dimenticherete continuamente le attività extrascolastiche, e tutto quel che riguarda i vostri figli per un solo e semplice motivo, non avete una marcia in più.

E potete continuare a schernirle, a boicottarle, a dichiararle false e bugiarde, ma la vera verità è che loro sono brave, e noi, NO.

Io personalemente ho due mamme perfette proprio vicino vicino, non credo di averle mai viste scomposte, ah e ovviamente hanno anche una brillante carriera, che ve lo dico a fare.

Qualche settimana fa, con largo anticipo sui miei standard, chattavo con una di loro per organizzare il natale, lei aveva già fatto tutti i regali…

PENSIERO CATTIVO #1

Spero vivamente che le mamme perfette siano colpite da diarrea fulminante e non riescano a tenerla davanti alla scuola.
Che la seconda volta succeda sui pacchetti di natale già pronti da novembre. 
Che il natale le trovi impreparate con i capelli unti lo smalto sbeccato, le calze smagliate.
Ma questo sappiamo tutte che è solo un sogno.

Il temp(i)o del silenzio

Lo impari col tempo il valore del non detto, che quasi sempre è meglio tacere invece che parlare. Lo impari a rilento e con molta fatica e in tanto per strada quello che scorre è la vita.

In questi tempi di rumori forti, mi chiedo come facciano i miei bambini ad ascoltare i loro pensieri, io a malapena senti i miei. Troppo presi a controllare quello che pensano gli altri di noi (anche loro). A fare cose, a lasciare il segno, a diventare i numeri uno i più bravi, i più magri, i più belli, alla ricerca spasmodica esattamente di cosa non lo so.

Si profilano tempi bui all’orizzonte, il mondo non è che se la passi proprio un granché.

Il silenzio è una cosa che andrebbe coltivata, una materia a scuola, un obbligo a casa. Non c’è niente di male, penso, a  non aver niente da dire, o ancora meglio a tenersi per sé le proprie opinioni; a coltivarle, ad approfondirle.

“Torna quando ti sarai FATTO un’opinione” mi dicevano.  Il che presupponeva che tu dovessi approfondire/studiare prima di aprire bocca.

“Non parlare a vanvera” insieme a “smettila di aprire bocca e dargli fiato” andavo spesso in parallelo.

Mi chiedo allora perché abbiamo smesso di farlo. Tacere.

Tacere , invece di esprimere un giudizio su qualcosa o spesso qualcuno che , non ci riguarda.

Tacere quando vorremmo sfogare le nostre frustrazioni sul primo malcapitato.

Tacere quando parliamo di massimi sistemi di cui, diciamoci la verità, non conosciamo nient’altro che i titoli senza senso letti distrattamente sui social.

Tacere quando i figli ci chiedono qualcosa che non sappiamo, tacere quando qualcuno se ne sta lì seduto davanti a noi senza dir niente.

Il silenzio, in fondo, mi pare sia un bel posto dove stare.

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Cronache da un matrimonio

Non c’è un giorno esatto in cui puoi dire che sia nata la vostra amicizia, non c’è perché non è stata una scelta quella di crescere insieme. Insieme stavano i nostri genitori insieme siamo state noi, in vacanza, non in vacanza, in città al mare in montagna a scuola. In barca sotto al sole, in montagna al freddo e al gelo.

Io c’ero quando litigava con la mamma, lei c’era quando io non potevo litigare con la mia. Io c’ero quando si è sfracassata una caviglia sugli sci, da ferma, ridendo. Io c’ero quando era natale, lei c’era quando era pasqua. Eravamo insieme a Londra la prima volta, eravamo insieme i week end quando partivo con i miei genitori e passavo a prenderla il venerdì pomeriggio e la riportavamo la domenica sera.

Lei era lì e io ero lì che lo volessimo o meno. Come le sorelle che non puoi mica sceglierle. Lì.

Poi le strada si fa tortuosa e a volte si separa a volte si incontra, magari nelle occasioni più formali, ma sei sempre lì, come se il tempo non fosse mai passato. Come se ti fossi vista il giorno prima. E tutto scorre, ogni tanto agli incroci ti incontri, ridi, passi un week end in barca insieme, una festa di compleanno, una settimana in montagna, e poi più niente. Silenzio e i mesi passano.

Avanti per la propria vita, per la propria strada, e di nuovo un incrocio, e di nuovo non c’è niente da spiegare o da raccontare, o da recuperare. Il tempo è a nostro favore, il tempo quando ti vedi non è passato.

Un altro natale, un altro compleanno, un battesimo, una festa, una breve vacanza e poi all’improvviso tutto si materializza davanti.

Un MATRIMONIO. Uno di quelli dove stai in chiesa dall’inizio alla fine, uno di quelli dove arrivi presto e te ne vai tardi. Uno dei pochi dove davvero davvero sei felice per gli sposi.

Il tempo pochi giorni fa mi ha consegnato una busta, dentro c’erano tutti questi anni, tutti i figli, tutti i ricordi, c’erano le delusioni, e anche le arrabbiature, c’erano le incomprensioni e le prese di posizione. Il tempo mi ha consegnato una busta di ricordi, mi ha dato uno schiaffo e mi ha detto “e mo’ vedi se non ti svegli e capisci che sto correndo” – nella mia mente il tempo parla barese… non so perchè.

 

 

Breve storia triste dell’Italia

 

Domenica rientravo felicemente in Italia da un week end con Lui, l’umore era ottimo così come la mia predisposizione positiva per il prossimo (evento più unico che raro).

Ed ecco in breve cosa è successo in sole 4 ore:

Arrivo all’areporto in perfetto orario e l’unico volo in ritardo , su una cinquantina segnati e una ventinaina di compagnie aeree era il mio ALITALIA. Come ti sbagli. In fondo quando eropiccola mio padre mi interrogava, come fossero tabelline, sui buffi significati delle compagnie aeree (8/9 anni):

  • Scandinavian airlines – such a bed experience never again
  • Tap – Take a Parachute
  • Quantas -Quick And Nasty Terrible Australian Service
  • China Airlines  – Choose Another

 

ALITALIA – Always Late In Takeoff Always Late In Arrival 

Il ritardo con il passare dei minuti aumenta esponelzialmente, della serie, come sempre ci prendono per il culo dichiarando metà del reale ritardo.

Quando finalmente inizia l’imbarco, le hostess Alitalia imbarcano contemporaneamente i passeggeri business class e economy class che erano (strano) ordinatamente separati in file distinte. Conseguenza la naturale incazzatura di chi ha pagato praticamante il doppio il biglietto per essere trattato un pò meglio.

Una volta a bordo hostess e stuard si sono ben guardati dal facilitare le operazioni di imbarco, che ne so aiutando passeggeri anziani o famiglie con bambini e nella migliore della tradizioni si sono limitati a guardarsi le unghie intralciando il corridoio centrale ciancicando un incomprensibile “buonasera” rigorosamente in italiano.

Iniziano i soliti annunci di sicurezza e nessuno osa per nessun motivo scusarsi per il ritardo, passano parecchi altri minuti e altri intoppi ritardano il volo, ancora nessuna scusa. Ci penserà il capitano, velocemente, 30 secondi prima del decollo a pronunciare la fatidica parola con un classico “ci scusiamo per il ritardo dovuto all’arrivo non in orario del areomobile dal precedente volo” (prendersi la colpa mai).

Nel frattempo frotte di famiglie con bambini urlanti se ne sbattono altamente dei decibel prodotti dalla loro prole, non un shhhh esce dalla loro bocca… non uno scusate ai passeggeri infastiditi per i calci sul sedile. Bambini autorizzati a fare quel che vogliono che saranno i futuri adutli piloti e hostess e stuart che se ne sbattono di chiedere scusa per il ritardo del volo che pilotano.

Atterriamo a Roma e ho un barlume di speranza, ci danno un finger, sono seduta abbastanza avanti da uscire velocemente, ma vengo travolta fisicamente ed emotivamente da una coppia di fidanzati che da metà aereo calpestano tutti i passeggeri prima di solo per infilarsi per primi davanti alla posrta ancora chiusa dell’aereo e scendere per primi.

Siamo fuori in fila per i taxi una povera malcapitata cerca un taxi che possa pagare con carta di credito, ci metterà almeno 15 minuti.

Salgo sulla solita maledetta Multipla FIAT ennesimo esempio della Italia triste… Non chiedo pagamento con la carta perché potrei aspettare anche io altri 20 minuti per trovare qualcuno che lo voglia fare (non è che non ce l’hanno, è che non lo vogliono usare).

Il tassista parte, dopo 300 metri mi accorgo che non ha accesso il tassametro, in romano e con fare scocciato gli chiedo se per caso hanno attivato una nuova tariffa fissa per casa mia (no non esiste e lo so e la domanda era retorica in modo che accendesse il tassamentro). Mi risposnde scocciato che no, ma “quanto voi che paga le di solito…48 euro 50?” e si limita a proseguire la corsa… e io a segnare la sigla del taxi per segnalare la corsa in nero.

Ed è in quel preciso momento che ho pensato e da tempo penso che no, l’Italia è un paese che non ce la può fare e non ce la farà mai.

E quel breve periodo di Italia felice e dolce vita e benessere e felicità che ci raccontano nei libri di storia o le generazioni precedenti, quel periodo lì, è stata solo una gran botta di culo (senza alcun merito per chi l’ha vissuto).

Una botta di culo che non tornerà mai più.