The Answer My Friend…

Ieri sera c’era un vento impressionante, di quelli che sconquassano tutto e non ti fanno dormire, come avessi l’impressione che da un momento all’altro il tetto di casa possa venir via e tu, volare su con tanto di letto, cuscini e camica da notte.

Ero sveglia e pigramente come accade troppo spesso ormai, invece di leggere un libro guardavo Instagram. Lobotomizzata davanti a immagini banali di mare, sole, vento, amici che intasano i server di questo mondo e che io stessa contribuisco a generare, per un banale senso di vanagloria che ormai , pare, non ci abbandonerà più.

Mentre le stories si susseguivano con mari blu, pubblicità di costumi, tuffi, publicità di creme, bambini con gelati, pubblicità di ville di lusso (l’algoritmo di IG ha una pessima opinione di me) Bob Dylan è venuto in mio soccorso.

15″ di ritornello accostati magistralmente o per puro caso a una scena talmente reale e non patinata da sembrare finta.

Un’amaca (posto singolo) ruota e volteggia spinta dal vento sotto a un patio di campagna. Prende il centro della scena e il suo movimento non regolare e non prevedibile ti cattura gli occhi. La stoffa ha le righe colorate, non simmetriche, non sequenziali, Bob in sottofondo dice che la risposta a tutto è nel vento. E questo basterebbe a descrivere il tutto.

In realtà a me l’occhio è caduto su quello che c’è “dietro”:

Sul prato oltre il pergolato – bruciato dal sole e giallo – come dovrebbero essere i prati in questo periodo dell’anno. Non verde Inghilterra grazie a sistemi di irrigazione ben programmati.

Sul tavolo in legno, che non è di design, è lì, semplice, un tavolo da giardino con le due panche attaccate, di quelli che ci stai anche un pò scomodo.

Sullo sfondo di un cielo pieno di nuvole. Nuvole normali non rosse, non nere non belle, solo nuvole.

E sulla vita che in quei 15″ di Bob c’è.

In lontananza si intravede, coperta dall’amaca che oscilla e da una siepe, una strada sterrata; disegna una curva da destra a sinistra e un breve rettilineo che arriva alla casa.

Lì in fondo alla scena, nell’angolo destro del mio cellulare, appare un’auto e fa quell’effetto polverone che da bambini ci piaceva tanto. Bob ha appena finito di dire dove trovare la risposta – nel vento – l’auto ha già percorso tre quarti della curva, e in quel preciso istante appare di spalle una bambina piccola, con gonna rosa pallido; sembra tulle o goergette, è a torso nudo e i capelli castani le finiscono in faccia.

Per un istante è lei davanti all’amaca, è lei nell’inquadratura principale, per un istante, l’auto che arriva alzando un gran polverone e lei con la gonna che si muove e i capelli fastidiosamente sugli occhi , lei che entra in scena e in un secondo scompare… per un attimo sono loro la risposta.

Riguardo la scena un paio di volte e poi scrivo a chi l’ha pubblicata:

Gli chiedo se ha avuto culo o se l’ha girata 15 volte per ottenere quella perfezione.

Lui ride, perché ho notato solo i dettali. Rido anche io scrivendo:”Gli intelligenti e i capaci guardano l’amaca che gira… per fortuna – a noi – non è capitata questa sciagura nella vita.”

The Answer my friend, is blowing in the wind, the Answer is blowing in the wind.


Grazie G. per i 15″ di poesia reale. Che del mare blu e dei gelati, ne abbiamo le palle piene.

Tel tempo, delle parole nude e crude e di ecologia

Del tempo:

“Viviamo in tempo strambo, dove la guerra tra il bene e il male si celebra da dietro un computer ; dove il bene in realtà è male e viceversa. Viviamo un tempo di gente che dice , che gira e muove e si muove, e che allo stesso tempo, non dice non gira non muovee non si muove. Poi invece c’è gente che si muove davvero, dai paesi in guerra o poveri, o brutti, e simuove verso i paesi dove ci sono persone che dicono di muoversi di vedere di girare, ma sono fermi dietro ai loro telefoni.

In un tempo dove si dice che si viva dietro uno schermo, dillo a quelli che salgono sui gommoni se lo schemo lo hanno mai visto. Gente che viaggia, che si muove da sud a nord , nessuno si muove invece da nord a sud. E’ un bene in piccolo che va al sud per aiutare, un bene composto da poche unità che vanno per missione, per coscienza e si ergono (per disperazione penso) a portatori di bene assoluto e ad assoluti condannatori di chi invece non fa niente.

J’accuse è la parola di questo tempo. Io accuso il politico di turno, accuso la gente, accuso i genitori degli amici dei miei figli.

Io accuso, e quindi esisto.

Senza l’accusa di quello che non va bene, senza l’accusa di quello che non mi piace, senza l’accusa sociale, io non esisto. Tutti accusano tutti, dal telefono, accusano tutti dal telefono dicendo che è un mondo brutto, perché pieno di gente che accusa la gente dal telefono.

Io accuso quindi esisto.

Delle parole nude:

Invece in questo tempo dovremmo avere la libertà di usare le parole nude. E di dire le cose come sono, di accusare senza filtro. Dovremmo dire chiaro e tondo che non è vero che tutti possono tutto (Chiaraferragniunposted) e che i sogni se ci credi si avverano. Ci sono milioni di variabili tra cui una, la più ingiusta, quella che non puoi controllare. La variabile nascita.

Dovremmo poter usare la parole nude e crude: che se cambi schieramento politico 30 volte, di base sei solo un venduto, una merda, un attaccato alla poltrona e un po’ hai anche rotto i coglioni.

Dovremmo poter usare le parole nude e crude per dire all’amica che ti parla solo di sè che ti assilla con la foto di sua figlia, dovremmo poterle dire: Addio, non ho più niente da dirti.

Dovremmo poter chiedere scusa senza se e senza ma.

Di Ecologia:

La voglio chiamare la REE. La responsabilità ecologica delle elité. Ed è una responsabilità impellente, importante, è la responsabilità che deve salvare il mondo, non solo dall’inquinamento, non solo dal fallimento del sistema consumistico, ma anche dall’oblio dei costumi e dei valori. E’ la responsabilità ecologica delle elité il fil rouge che deve salvare la nave che affonda.

Perché lo sappiamo che per essere ecologici, per eliminare la plastica, per usare prodotti non inquinanti, per comprare a KM zero, per ridurre il nostro singolo impatto, per acquistare vestiti prodotti eticamente, per ridurre il consumo, per andare al mercato invece che al supermercato, per separare gli imballagi, per autoprodurre i detersivi, per fare tutto quello che il singolo è chiamato , sarebbe chiamato, tenuto a fare , ora, oggi come oggi, in questo momento storico ci vuole un’unico grande alleato: il denaro.

Esssere ecologici, costa, costa soprattutto soldi, ma anche tempo. E’ quindi necessario che chi può parta prima, mentre si trovano altre soluzioni, è necessario che l’elitè adotti un atteggiamento intrasigente, di esclusione, di gogna sociale, verso chi potrebbe ma non può. i vecchi parvenù, sostituiti all’interno dei salotti da chi inquina, schifati, non invitati al tavolo dell’apparire ecologici.

Un movimento del , sei ricco ma non sei ecologico = sei uno sfigato. L’elevazione del comportamento ecologico a status simbol a modello aspirazionale, e salvatore del consumismo molto di più di quanto non lo sia ora. Una massa di gente dientro al telofono che fa selfie e si muove, senza muoversi, solo ed esclusivamente al grido di #green.

Un turismo e un cibo e un’energia e dei vestiti e dei cosmetici…il consumo/ il capitalismo che si muova al grido del solo possibile dio del prossimo decennio: L’impatto zero.

Perché per ogni Chiara Ferragni che si pente e si scusa per aver promosso un acqua in bottiglie di plastica ci sono 14 milioni di follower che si comprano una borraccia e non toccano mai più un solo pezzo di plastica usa e getta.

Il mondo rallenta? Noi purtroppo no.

Chiudete gli occhi per un attimo, accendete la musica e disegnate una nuvola. Riempitela di parole, sì una cloud. Le parole di tutti i giorni. Le parole di quello che leggete, le parole che sentite, di quello che fate e dovete fare. Cosa vedete?

Io da un po’ di tempo a questa parte cerco di farlo con tutto quello che non riguarda ME e vedo una cosa che non ho ancora ben capito se è reale o no.

Un passo indietro nei miei pensieri; il mondo occidentale sta implodendo su stesso. Fa acqua da tutti i lati, non ci sono dubbi o interpretazioni. Il capitalismo non funziona, in un continuo susseguirsi di consumi che alla fine “non crescono come si pensava”, di bolle speculative che poi puntualmente esplodono in mille pezzi, cercando di salvare il salvabile, tra un oscillazione e l’altra ecco la nuova tendenza.

Si rallenta.Continua a leggere…