Era il 27 giugno 2011

Ero molto grassa, molto incinta, molto più riposata e soprattutto più ggggiovane.

Era il giorno in cui pubblicavo il primo post.

E sono passati “solo” tre anni, 169 post, parecchi viaggi, un paio di figli, un recente trasloco, svariati libri letti e ristoranti provati.

Così per l’occasione, e visto che nonostante vi nascondiate dietro l’anonimato, siete sempre lì a leggere le idiozie che scrivo, mi ci sono messa di buzzo buono e ho cambiato tutto.

Nuova grafica, nuove sezioni e soprattutto un indirizzo nuovo nuovo.

Ci sono le vecchie categorie, ma anche nuove sezioni.

Sicuramente qualcosa non funzionerà e per i maschi più fortunati sbaglierò qualcosa e atterrete su siti hard… sì sì ci sono anche i maschi che leggono non barate…

Ma nel frattempo eccoci qui. Giuro che ho perso parecchi decimi per la faccenda, e non da meno mi sono dovuta più o meno rileggere tutto e riclassificarlo, quindi Please datemi soddisfazione, cliccando per esempio sul bottone FOLLOWME alla vostra destra, un pochino più giù…ancora un po’, eccolo!

Che ne dite?

Nel frattempo vi lascio con una perla di COCCA: “una donna che non ha mai avuto pene d’amore è come una mela californiana…Insipida.”

 

Il parto, Cocca, e Furio Colombo. Visione alternativa di una nascita.

In Italia, tutto è sempre eccessivo, troppo, rumoroso, intenso, chiassoso colorato.
E’ il bello di questo strambo paese, è il brutto di questo assurdo stivale.
Così, arginare il codazzo di gente che vuole a tutti i costi venire a vederti con i capelli sporchi, il pannolone e il catetere subito dopo il parto, è vista come una gravissima offesa e forma di maleducazione/esagerazione.
Ho mentito, spudoratamente mentito (sto ghignando), sulla data del mio parto.
Nessuno, tranne nano che mi ha visto uscire di casa, sapeva la data esatta.
Così, sono morta di paura da sola (eccetto LUI), e nessuno si è riverso su di me il giorno stesso mentre agonizzavo nel letto.
Ho avuto il tempo di godermi il nuovo arrivato, da sola con LUI, nella calma di una stanza, senza telefoni che suonavano, senza messaggi. Senza gli occhi del mondo addosso.
Ho scelto un nome improbabile per nano2 e l’ho registrato prima che chiunque facesse un qualunque commento (sto ghignando anche ora). E passando come sempre per acida e antipatica, me la sono goduta a modo mio.
E’ seguito un lungo giro di visite nei giorni successivi.
Ma io ero seduta, e non a letto, e vagamente lavata, e vagamente dignitosa. (fatta eccezione per le caviglie della signora Cesira che sbucavano aihmè dalla coperta…)

Continua a leggere…

Post card from Paris

E questa è un’altra delle cose che mi potete invidiare. Le cartoline di Cocca*.
Voi quant’è che non ne trovate una della vostra buca delle lettere?
Cocca, ogni volta che parte, fosse anche la gita di un giorno a Frascati, me ne manda una.
Ora la faccenda delle cartoline è molto seria.
Nel senso che la scelta dell’immagine ritratta non è mica casuale. No affatto. Ecco la cosa che Cocca odia di più è la cartolina “alternativa”, quella finta poetica, quella che ti fa vedere lo scorcio nascosto. L’immagine simbolica.

Cocca se va a Parigi, per la milionesima volta credo, mi manda la Tour Eiffel e mi scrive in una grafia pressoché indecifrabile che si sente una piccola provinciale in trasferta.
Lei che invece di fare shopping a Galeries Lafayette, va all’istituto di cultura Italiano per una tesi su…non so che cosa…
Così ricevo Buckingham Palace per Londra, la foto della nave da crociera su cui è andata a fare la costa portoghese, perché questo finto snobbismo, questo voler essere alternativi a tutti i costi, anche quando si viaggia, è pressochè ridicolo ai suoi occhi.
Agli occhi di chi, ha visto Angkor Wat prima che riaprisse al turismo, a chi viste delle mie foto di una vacanza ha pensato che non poteva mica non andare in Vietnam a vedere la Baia di Halong (ho una cartolina anche di quella).
Ma la vera verità è che quando torno a casa e trovo nella buca delle lettere un’altra sua cartolina da aggiungere alle migliaia che ho già. Mi torna il buon umore.

E’ una lezione di vita che mi ricorda, quante cose non so, quanto questo sentirsi cittadini del mondo e parte di un mondo globalizzato, sia un atteggiamento saccente e supponente, perché poi qualcuno che ne sa un milione di volte più di te, e ha visto vissuto, conosciuto, e studiato più di te, abbia l’umiltà di sentirsi un pesce fuor d’acqua quando parte.

Quindi sull’onda dell’ottimismo ecco qualche info, libro, spunto Romano.

Prima di tutto, il libercolo del weekend è stato (nel mio caso per la quinta o sesta volta) – Il Ballo, di Irene Nemirovsky. Rivaluterete vostra madre, qualsiasi cosa vi abbia fatto. 83 pagine di una cattiveria impressionante. Bellissimo.

La mostra da vedere (io ancora non sono andata) Robert Capa e le sue foto sullo sbarco degli alleati tutte le info qui

Da comprare per donne di ogni età, razza, religione.
Per le 30 volte al giorno in cui cercate disperatamente convinte di averle/lo/li perse.
Guardate qui.

E il buon proposito del lunedì: frequentare un corso di storia/arte/scrittura creativa/ insomma qualcosa che mi faccia sentire meno ignorante all’ UPTER. Chi viene con me? 🙂 #nonlofaròmailoso

Buona settimana.

* Per maggiori info su Cocca cliccate qui 

In visita a Cocca: Elezioni, Montanelli, Brueghel, Rumiz

Quando so che devo andarla a trovare senza neanche accorgermene la mia usuale pratica di abbigliamento mattutino (cadi nel armadio in mutande ed escine coperta) viene sostituita da una stressante seduta di scelta del vestiario che possa risultare quanto meno decorosa.
Così questa mattina, oltre a aver messo uno strato in più di crema idratante e un pò di fard ho anche un abbigliamento “ragionato”.
Non potevo non andare, vista la giornata politica di ieri.
Faccio sempre la stessa strada quando vado da Cocca perché parto dall’ufficio quasi sempre, e andando a casa sua passo per uno dei punti più “popolati” di Roma.
Un inferno di donnette intente a comprare qualsiasi cosa abbia una marca ben sparata sul capo, strass, o brillantini.
Mi innervosisco ogni volta, e poi suono al citofono, e mi chiudo alle spalle un portone che più pesante di così si muore.
E finalmente…silenzio.
C’è il rumore della fontana nel cortile interno, che è sempre ghiacciato, umido, buio.
La differenza di temperatura tra fuori e dentro mi ha sempre impressionato, anche da bambina.
D’estate, sembra di entrate in un ghiacciatissimo negozio newyorkese, di quelli che ti devi mettere il golf appena sorpassi le porte scorrevoli per evitare che ti venga il <>.
Ma ormai sono preparata e in automatico faccio il gesto di aggiustarmi sciarpa e guanti, prima di entrare. Che se ci penso, vista dal di fuori sembro una pazza. Davanti a quell’enorme portone, aspettando che scatti la serratura, che mi aggiusto come se stessi uscendo, invece, invece entro.
Il cortile è stretto e lungo e prima di arrivare all’ascensore la mente si è svuotata delle immagini delle donnette e del rumore.

Cocca mi apre la porta, e come credo tutte le persone di un altro tempo lo fa letteralmente.
Aprendo la serratura. Non ho ma visto quella serratura aperta.
Entro, e l’odore della mia infanzia mi travolge, quella luce soffusa che non ho mai più trovato in nessuna altra casa, quel color rosso/arancio che entra dalle finestre.
A casa mia c’è una luce molto più bianca, più forte, la mattina, mi invade. Invece da Cocca anche la luce è più educata, chiede il permesso di illuminare, ne troppo, ne troppo poco.
Ci sediamo. Ha cucinato per me le cose che mi piacciono.
Ha anche comprato i lamponi, che amo, e che mangio solo lì. Solo lei me li compra, io da sola non lo faccio mai. Al posto dell’acqua la centrifuga di mela e carota (che mi fa schifo) ma che devo bere per non invecchiare troppo in fretta.
Mi concentro e sento le mie cellule e i miei neuroni attivarsi finalmente, sto parlando e sto pensando, sto interagendo, con una donna che nonostante l’età, va molto più veloce di me, e mi costringere a seguirla,a rincorrerla.
Non è arrabbiata per il risultato delle elezioni,mi dice, non è indignata, non è furente (quella sono io).
E’ dispiaciuta. Mi spiega che è stato un profondo dispiacere, lo fa toccandosi il cuore e la pancia, e in un attimo per la prima volta nella vita, comprendo fino in fondo il significato della parola “dispiaciuta”.
Cocca è sinceramente dispiaciuta per gli italiani, per il paese.
Perché, mi dice, in fondo io amo il popolo italiano, moltissimo.
Ricordiamo allora le parole di Ojetti e Montanelli in una lettera scritta da Montanelli.
E Cocca mi racconta, di lui di Montanelli, come io potrei parlare del tabaccaio sotto casa.
“Non era uno stupido, in fondo” mi dice.
Lo dice come si direbbe “non è brutto” di un comodino.
Ed è un giudizio sincero, pulito. Ma così brutale che non so cosa rispondere.
Ho una pessima memoria per i nomi, per le cose che mi raccontano, ho una pessima memoria in generale, mi dimentico anche gli avvenimenti della mia vita.
Il passato per me è passato, non lo ricordo.
Ci sono persone che ricordano ogni minimo dettaglio (LUI) io rimuovo, seleziono.
Perdo la cognizione del tempo e dei luoghi.
I miei ricordi sono per lo più rimaneggiati, sia i belli che i brutti.
Non sono reali, sono esattamente come vorrei ricordarli.
E quando Cocca parla, mi sforzo di ricordare quello che dice e soprattutto come lo dice.
La memoria orale, tramandare oralmente, è una cosa molto difficile.
Glielo dico e lei mi risponde:
“Che ti importa di ricordare giusto, tu ricorda come ti pare, come l’Iliade no?”

Ho mangiato i lamponi, e mentre li sto per finire, mi rendo conto che devo ancora bere la schifosa centrifuga, la mando giù che manco l’antibiotico, e finisco i lamponi.

Cocca parla, di Monti, di Grillo che non ha votato ma che non può essere considerato un voto di protesta come dice il telegiornale. E io mi agito sulla sedia, infervorata dalla conversazione.
Mi corregge le percentuali di vincita delle regioni. Le sa a memoria, tutte e 21.
Poi d’improvvisso mi regala una camicia per il nano una calamita da frigo della mostra di Brueghel che non ho ancora visto e una pagina strappata da Hòla con un bel vestito di Armani. Così…perché ” sono i piccoli regali che rafforzano le amicizie”
Mi dice di farmelo rifare uguale da una sarta il vestito di Armani. Che mi starebbe benissimo.

Il tempo fuori è fermo, ne ho la certezza, e la luce continua a chiedere il permesso di illuminare il salotto, pieno di foto a colori e in bianco a nero, e di quadri antichi e di foto di arte contemporanea.
Mi racconta dell’ordine che ha fatto da Ikea, on line, e che domani le consegneranno tutto.
Le accendo le sigarette, perché non sta bene che una donna le accenda da sola, lei da sola non le ha mai accese (a meno che non fosse sola). E se tu non cogli il momento, lei aspetta, o te lo chiede direttamente. Lei l’accendino non lo usa.

E poi come sempre mi regala un libro che è una vergogna io non abbia letto “Trans europa Express” di Rumiz questa volta, e so già che mi piacerà, e che tra pochi giorni mi chiederà se mi è piaciuto.
E alla prima telefonata non lo avrò neanche iniziato, non risponderò e la notte farò tardi per leggerne più pagine possibile, un pò per paura dell’interrogazione, un pò perché dopo le prime pagine faticose non riuscirò più a smettere.
E allora la richiamerò per dirle che no non l’ho ancora finito, e lei mi ripeterà dei dettagli che ho letto, e che già non ricordo, e che di sicuro non avevo colto.
Così ricomincerò da capo, leggendo con più attenzione. Ma non li ricorderò comunque alla fine del libro.

Il tempo è tiranno, sono già in ritardo, ma è lei che me lo dice.
E’ Cocca che mi congeda dicendomi:”dovrai andare credo”.
 E so che è stufa, che vuole che vada. E finiamo come sempre un pò malinconicamente con lei che mi dice che non ha più conversazioni interessanti (e io non lo sono ovviamente) fatta eccezione per il suo amico di Cetona, che è… così intelligente.
Ma insomma, che è un pò stufa. Della vita credo. Ma non lo dice. Allora le racconto del nano e lei si distrae un pò.
E poi mi regala un pezzo di storia di casa per essere sicura che gli oggetti almeno mi ricordino giusto, e non TUTTO come mi pare.

Vorrei ma non posso.

Che uno pensa, ho un blog, ci scrivo quello voglio, tutto quello che voglio.
E invece, mi rendo conto che ho un sacco, ma proprio un sacco di post nelle bozze, che ho scritto di getto, e che alla fine non ho pubblicato.
Così, quando l’altra settimana la mia amica Giorgia mi ha scritto “ma ci sono un sacco di parolacce nel tuo blog” io le ho risposto: “è mio, posso scriverne quante mi pare”.
Sì le parolacce sì, ma su alcuni argomenti, o alcune cose, che varrebbe davvero la pena di trattare, mi tocca darmi un freno. Purtroppo.
E dico purtroppo perché ci sono giorni in  cui mi capitano conversazioni assurde che varrebbe la pena di trascrivere.
Ma poi, ma poi, quel poco di buon senso che mi resta nel voler mantenere dei rapporti civili con le persone che mi circondano mi obbligano a soprassedere.
I soggetti in questione ci resterebbero troppo male nel sapere qual’è la mia reale opinone.

Così vorrei tanto raccontarvi di Cocca…ve ne avevo parlato tempo fà qui.
E vorrei raccontarvi quanto le sue perle di saggezza mi stiano incredibilmente “spaccando” le giornate…in tipo: silenzio, fermo immagine, stagioni che passano, balle di fieno e solo un pensiero       “non ci credo che l’ha detto”.
Ma dovrei allora dirvi un altro paio di cose per farvi anche solo un pò immergere nel mondo di Cocca.

Figlia di un altro tempo, nel suo caso, proprio di un altro mondo.
Un mondo fatto di grandi industrie, un altro paese, e un altro stile di vita.
Una donna che ha vissuto almeno 3 epoche diverse.
Cocca ha perso la sua numerosa famiglia, la sua vita da sogno, e ha poi sposato un italiano, squattrinato, antipatico ma senza ombra di dubbio geniale, di quelli che poi, ci fanno una mostra, ci scrivono un libro.
Cocca ha visto passare davanti a lei i favolosi anni ’60, ma non ha potuto partecipare, seduta intorno a un tavolo da caffé con siffatti intellettuali che tutto capivano tranne che il mondo che li circondava.
Cocca è stata una delle prime a rivedere ANGKOR WAT dopo la riapertura al pubblico, e ha visto il mondo tante volte in anni diversi.
Cocca tiene ancora oggi, un circolo letterario a casa sua. Che poi lo chiami semplicemente un caffé con gli amici non importa. Lei ha, nel suo salotto, schiere e schiere di geni che la intrattengono, che le vanno a far visita.
Ora, voi, siete mai andati a FAR VISITA a qualcuno che non fosse nonna o zia?
Ecco, nel salotto di Cocca, invece la gente (che non sono parenti, e non sono amici) va a farle vista. Tipo, c’è a Roma il regista che ha girato il tal film straniero? Che non conosce Cocca, e quindi le va a far visita, tramite amici di amici che lo portano da lei.
Ecco allora con quadro così, quanto vorrei dirvi, le frasi inappropriate che Cocca dice a me, che resto lì, di stucco, incredule e penso? Ma sto parlando con uno scaricatore di porto?
Ma non posso, Cocca ci resterebbe male.

Come ad esempio, se scrivessi cosa ho pensato quando ho letto che: L’isola di Budelli è in vendita.
Se scrivessi che negli ultimi 10 giorni questa è l’unica vera notizia che mi ha colpito?
E se per esempio vi dicessi che l’Huffington, ci ha anche messo un sondaggio sotto alla notizia.
L’avete visto?

Le due domande fondamentali erano se la cifra la dovesse sborsare un privato, o se dovesse comprarla lo stato per salvaguardare un patrimonio di tutti.
3 milioni costa l’isola.
E se scrivessi come la penso…tipo che:
1 – a tutti quelli che hanno votato per l’acquisto da parte dello stato vorrei dire…ma non è che sti 3 milioni si potrebbero spendere per qualcos’altro? Tipo che ne so, un marciapiede dritto? o più semplice ancora, un paio di spazzini in più? (eh lo so, sono in fase isterica per la sporcizia in città scusate)
2 – ma voi quando ci siete andati a budelli? Su, dite la verità…era Agosto, e la sabbia rosa, manco l’avete vista, eravate talmente in tanti, talmente spiaccicati, talmente appiccicati l’uno all’altro che non avete proprio visto un granello, e magari, c’avete anche lasciato un paio di mozziconi di sigaretta..o no?
E allora non è meglio che se la goda 1 solo o 2 o tre un posto bello così?

Ecco se vi rivelassi che la penso così, ci restereste male. Non è molto corretto no?
E allora vorrei ma non posso dirvelo.

Come vorrei dirvi quanto il “ristorante del momento” romano, il Porto Fluviale, s’è preso un bel 5 scarso ieri sera nella recensione in tempo reale del quartetto femminile (me compresa) che caratterizza le mie cene con amiche.
Un bel ristorante…che rientra nella categoria “Vorrei ma non posso”.
Vorrei dirvi che: dentro sembra di stare al Pastificio San Lorenzo, ma più grande e diviso come Gusto.
Vorrei dirvi che il cibo (zona trattoria) niente di che, che hanno tirato su una cosa enorme che non riescono a gestire.
Vedrete camerieri confusi, su quale tavolo avesse pagato o meno.
A noi poi, sono arrivate solo 3/4 delle cose che avevamo ordinato.
Nel menu hanno messo i quarti di porzione, ma solo se fai a metà di una mezza porzione con qualcuno al tavolo, e allora mi spieghi che senso ha?
… a favore del posto…il conto che ci hanno portato era giusto…ovvero non c’erano le cose che avevamo ordinato e che non sono mai arrivate…
Ma se ve lo dico poi, magari, quelli del Porto Fluviale, ci restano male, allora anche questa recensione è meglio che non la pubblico. Resta in bozze.

E quindi, per concludere, vorrei dirvi un sacco di cose, ma l’unica cosa certa degli ultimi 10 giorni è che, come si suol dire al circolo della crusca: Ci sono rimasta sotto…. A Freaks…vi prego se non sapete cosè…cliccate qui e non ditelo a nessuno…che non lo sapevate.
Quindi comprenderete che: sono confusa, e se avete letto fino a qui, grazie.
Di cuore.

Per interposta persona, a 86 anni.

Così, con tono serissimo mi viene comunicato che “Mario” dopo una furente telefonata ha lasciato in tronco “Luisa”.
Mario e Luisa stanno insieme da 35 anni, non si sono mai sposati, perché di matrimonio già ne avevano uno a testa e 35 anni fa, risposarsi, non usava.
Ma soprattutto, senza matrimonio, non c’è l’obbligo della convivenza, che Luisa dice, è quello che ammazza i rapporti.

Così sono da 35 anni felicemente insieme.
Mario il week end va da lei e durante la settimana, ognuno a casa sua.
Hanno girato il mondo insieme, hanno vissuto una vita insieme.
Lui la chiama Cocca.
Io adoro quando lui la chiama Cocca.
“Cocca, vuoi il caffè?”
E’ che Mario e Luisa, sono persone d’altri tempi, ma non per l’età, lo sarebbero anche se di anni ne avessero 20.
Quando parlano, di norma capisco la metà delle cose che dicono, i discorsi sono pieni di riferimenti culturali a me sconosciuti, e le parole spesso usate non proprio di uso comune.
Ma anche qui, non è una differenza di età che ci allontana, è proprio che Mario e Luisa detta alla romana, c’hanno due capocce così.

E allora non riesco proprio ad immaginarmeli, intenti in una normalissima litigata amorosa.
Mario ha avuto la polmonite, è stato in ospedale e poi è stato dimesso.
Cocca in cuor suo voleva farsi qualche giorno da sola, in santa pace.
Così ha colto la palla al balzo e s’è rigirata la frittata:
“Mario, non puoi venire qui dove sto io, tu dopo una cosa così devi stare a casa tua, a fare la convalescenza, qui è umido. Tu stai lì, ti riprendi per bene, io nel frattempo vado a Londra e poi quando torno, magari partiamo insieme qualche giorno no?”
E Mario, giustamente, s’è incazzato.
E l’ha lasciata.
Con grande classe: “Cocca, questo rapporto è arrivato al capolinea, non è più un rapporto. Ciao”

Da una settimana Mario e Cocca parlano per interposta persona. Attraverso un cugino di Mario.
Ma non come faremmo noi.
Non è: lui che ha detto? e lei che ha detto? ma tu le hai detto? ma lui che ha risposto?
No.
Perché il cugino ha un ruolo molto attivo nella faccenda.
Lui fa da mediatore.
Lui consola Cocca, che è disperata, e depressa.
Come in un film d’epoca. E ovviamente, Cocca non chiama.
Lui spaventa Mario, ricordandogli che senza Cocca, dove va?

Io il cugino di Mario non lo conosco, ma in queste giornate di strazi del cuore, vorrei tanto essere io quell’interposta persona.
E già me le immagino le telefonate:
“Sai cugino, è che Cocca proprio non si rende conto di quanta pazienza ho avuto io con i suoi modi bruschi e prepotenti. Prendi l’altro giorno, eravamo in giro in cerca di camei (perché Mario ha una collezione di Camei incredibili e a me ne ha regalato uno incastonato su un portamonete egizio, non pensate a quelli bianchi orrendi che si vedono in giro o online…) e lei aveva stabilito che quello che piaceva a me fosse falso, e alla fine non l’ho potuto prendere”

Oppure: “Guarda cugino, io sono stufa di dover dire sempre a Mario tutto e di essere poi presa come capro espiatorio, che l’altro giorno, addirittura voleva convincermi che un cameo che avevamo visto fosse autentico del periodo XYX, ma ti pare? Era evidentemente del RDC”

E sì io a fare l’interposta persona ci starei anche tutta la giornata, prendendo appunti e cercando freneticamente le parole su wiki.

L’ultimo aggiornamento è di qualche ora fa, Cocca e Mario ancora non si parlano, ma sia l’uno che l’altra sono passati in agenzia di viaggi a pagare la loro quota per il viaggio in Cambogia.
Per Cocca è la terza volta, è stata tra le prime a vedere i templi di Angok subito dopo la guerra, Mario invece li ha visitati una volta sola. Ci tornano a settembre, dopo i miei racconti, per vedere esattamente quali templi sono stati restaurati e come.

Nel frattempo entrambe mi hanno detto che Efeso (che vedrò questa estate) non vale più la pena, ha perso il suo fascino. L’hanno restaurata troppo e non c’è più spazio per l’immaginazione.
Cocca per lettera (perché Cocca – che abita a 500 metri in linea d’aria da me – mi scrive le lettere o ritaglia articoli di giornale interessanti li imbusta ci mette il francobollo e le spedisce a casa mia) mi ha suggerito di passeggiare sul viale principale senza guardarmi troppo intorno, così posso immaginare a mio piacimento come doveva essere ai tempi d’oro.