Il treno della vita

Mio nonno materno, che non ho mai conosciuto, è stato un incredibile protagonista nella storia del giornalismo italiano, non lo dico io ovviamente, ma chi l’ha conosciuto e chi lo ha letto.

Non ho grandi notizie su di lui, e versioni cotroverse sulla sua proverbiale antipatia/simpatia. On line non si trova praticamente niente , perché nessuno della famiglia si è mai messo a digitalizzare quella montagna infinita di libri/carte/ articoli/ quadri che sono ad oggi stipati a casa dia mia madre, mia nonna e in quella che era la casa di mia zia Laura .

Ogni tanto però leggo qualcosa, non spesso per la verità. Una fotocopia annerita di quelche articolo preso quà e là e che poi puntualmente perdo. E capita che, al di là dell’italiano ormai in disuso, capita che qualcosa mi piaccia.

Così ho pensato che ogni tanto quel qualcosa dovrei trascriverlo qui ,nella sezione letture. Antipatico o Simpatico che fosse.  E per iniziare, partirò dalla fine. “Questo è l’ultimo articolo che Virgilio Lilli ha inviato al Corriere della Sera durante la malattia che lo ha portato alla morte.”

IL TRENO DELLA VITA

Provo una bizzarra sensazione in questa mia ultima malattia. Questa sensazione è che la mia vita sia stata un treno. E che io mi sia trovato sul  locomotore: il mio treno, lungo lungo, agganciato dietro. E che sul treno fosse caricata la mia intera esistenza: le mie robe, mie mie, solo mie, così mie, da confondersi, quasi con me stesso che stavo sul locomotore; così mie da potersi perfino chiamare “io”, come me, appunto, appollaiato lassù a guidare. Laggiù, negli ultimi vagoni del mio lunghissimo convoglio, ecco la mia natività, la mia puerizia, la fanciullezza, la mia famiglia di bambino; ecco mia madre giovane, ecco i fratelli; e poi la scuola, e poi i compagni, e poi le prime passioni della vita. E le scoperte: la scoperta di Dio, della morte, della donna, della cultura, della violenza, della guerra. E il lavoro. E mia moglie. E le amicizie, i compagni di lavoro, i viaggi, i libri, i quadri, i dolori, i figli, le felicità, le tragedie. Eccetera eccetera. 

Mi trovavo su quel treno che pareva non finisse mai; e io sempre affannato a guidare, sempre a rimettere il locomotore in moto verso il paese degli anni: Vent’anni, Trent’anni, Quaratanta, Cinquanta. Ero sul locomotore ma ero anche sul treno, a completare i carichi sui vagoni stracolmi: libri, quadri, scritti, necrologi, perdite di amici, la morte del padre, poi della madre. Croci, anche sul mio treno (sull”io” del mio treno). Il carico straripava, e ne arrivava sempre di nuovo: le rabbie politiche, gli odi, le antipatie, le simpatie. Le malattie, persino; e la pietà, gli slanci.

Avevo un fuochista sul locomotore: mia moglie, credo. Sessant’ Anni. In quel paese devo scrivere due, tre libri, far tre mostre, devo anche scendere dal locomotore e andare in paesi lontani; poi, ancora da quella stazione, riprendere la strada col treno sempre più carico della mia esistenza, ormai proprio gonfio di roba, di tutto.

Ed ecco, di colpo, sessantotto anni. Mia moglie, il fuochista, è scesa. Chissà dove sono i miei figli: chissà cosa fanno sul treno. Sul mio treno che non sento più mio. Tutta la mia vita era lì stipata, ammucchiata (ma anche ordinata) non l’avverto quasi più. Forse l’ho sognata, era una favola. Mi volto; il treno, dietro di me è scomparso. A una stazione intermedia devono averlo sganciato (lì deve essere scesa mia moglie): Anche il locomotore è diventato minuscolo, leggero come vetro. Correndo tiene appena le rotaie.

Dovrebbe essere notte ma i fari non occorrono più. Anzi mi viene incontro una luce grande e violenta, che mi fa piangere: brucia gli occhi e li inonda – letteralmente – di lacrime. Non posso abituarmi a questo bagliore. Fisso il locomotore, così vecchio e fragile. Per abitudine mi volto indietro, ma so che il treno non c’èpiù da un pezzo. Anzi mi pare che il mio locomotore, solo e leggero, stia salendo dietro la luce, come attratto da una calamita. La luce si fa più forte e violenta, mi fa piangere, piangere. 

Non era vera la vita. Anche il treno era una favola; favole la nascita, la fanciullezza, la guerra, il lavoro, l’odio, lamore, i vivi e i morti. Favole anche i miei sogni, come specchi nello specchio; e i miei libri, i miei quadri. Anche Dante, Beethoven, Raffaello, Leonardo, Michelangelo, il calcolo sulla resistenza dei materiali, la geometria analitica non erano veri. Sogni, sogni.  Io non ero”io”.

Non ho rimpianti (come potrei, se nulla è vero) non ho desideri. Vado, soltanto, verso questa luce: attratto – irresistibilmente – da questo fiammeggiante mistero. Lo conoscerò. Entrerò nella dimensione in cui i sensi non sono cinque, ma l’infinito. Vado a incontrare “IO”: esso prenderà concistenza attraverso quel “contingente alfa”, che ho sempre creduto di inseguire in sogno, nella illusione metafisica.

Sempre l’ho inseguito: su quel locomotore, dalla fanciullezza alla malattia di oggi.

Questa è la mia sensazione. E’ la morte?

La vita oggi, così com’è.

Ieri ho affrontato un classico lunedì di Roma Milano Roma. 6 ore di treno per pochi attimi di riunioni. Senza senso, ma che devi fare, così è la vita oggi.

Il clima sia atmosferico che mentale non era certo dei migliori, la cronaca internazionale del fine settimana (leggi Parigi) ha avuto su di me, come credo per molti altri, un effetto catalessi. Sono rimasta come immobile, inerme davanti a tutto questo. Continua a leggere

Non voleva essere una recensione – Elena Ferrante, L’amica Geniale

Ci ho messo più o meno una settimana a uscire dalla ferma convinzione di essermi trasferita a Napoli. Ho letto i 4 libri in 22 giorni, e ogni libro in 48 ore. Prendendo delle pause necessarie a respirare.

A scuola, a casa, all’università, mille volte la mia generazione ha affrontato i temi del fascismo, del fermento culturale degli anni 60/70 e poi le brigate rosse, e il sangue, le guerre, lo strano clima di rinnovamento, e cambiamento che attraversava il paese. Ma anche di stallo totale. Mille volte abbiamo imparato date, studiato fatti, visto film, ascoltato musica. Un milione di volte siamo passati per quegli anni di tumulto. Eppure nella mente, solo i fatti, niente di più. Continua a leggere

Nessuno tocchi la Signora Maestra

Nano 1 va alla scuola pubblica sotto casa, come il 99% dei bambini italiani.

C’è da dire che Nano 1 causa ricorrenti malanni è andato a scuola per un totale di 3 mesi su 9. Oggi sono andata a vedere la sua recita. Tema della recita l’Italia.

Oggi che i giornali erano pieni zeppi di, migranti sì migranti no, violenza a Milano, violenza a casa, disoccupazione, gente che “la fa in strada”, degrado, orrore, violenza, ennesimi scandali e Ladri, ladri ovunque, Ladri che sembra non finire più. Ladri che chiunque ormai vorrebbe imbracciare un mitra.

E oggi erano lì con le magliette Verdi Bianche e Rosse (c’è andata la maestra a comprarle) e i tamburelli. Bambini di 3, 4 anni che parlavano di mari e montagne, di bellezze culturali e di vulcani, del Colosseo, bambini che inscenavano un siparietto tra un turista inglese e un romano doc. Bambini che hanno recitato e spiegato i fondamentali della costituzione, che hanno cantato l’importanza dell’appartenenza alla bandiera. L’importanza e il valore della libertà , dell’ordine, dell’onestà. Continua a leggere

Di libri, di politica e di sòle

Francesco Piccolo – Il desiderio di essere come TUTTI.
Irresistibile, istruttivo, ironico. Tra privato e pubblico, tra casa e politica, da Berlinguer a Berlusconi.
Le vicende dello Stato che entrano nel privato così prepotentemente da non poter smettere di leggere.
Bellissimo, e per la generazione anni ’80… decisamente da LEGGERE.

Delogu/Cedrola – La collina
Non lo so se mi è piaciuto, di certo San Patrignano e Muccioli ne escono nè vinti nè vincitori.
Ambiguo, a volte molto crudo, forse un pò troppo, l’eroina è la parte più leggera in effetti.
La scrittura scorre e la storia, alla fine, è anche avvincente.

Berthoud/Elderkin – Curarsi con i libri – Rimedi letterari per ogni malanno
Geniale, divertente da leggere saltando di palo in frasca.
Dalla A alla Z i malanni che ci affliggono e i libri da leggere per poterci curare e il perché.
“Si può curare il cuore spezzato con Emily Bronte e il mal d’amore con Fenoglio, l’arroganza con Jane Austen e il mal di Testa con Hemingway…”
Da tenere sul comodino tutto l’anno.

Il libro purtroppo non contiene nessun rimedio al mal di politica…
Così attonita ascolto l’ennesimo discorso al senato, di un ennesimo presidente del consiglio non eletto, e nonostante cerchi di trovare del buono, con tutto il cuore, l’unica cosa che vedo è un altro flop assicurato.
Un’altra sòla.
Che vi devo dire…sperem.

Il parto, Cocca, e Furio Colombo. Visione alternativa di una nascita.

In Italia, tutto è sempre eccessivo, troppo, rumoroso, intenso, chiassoso colorato.
E’ il bello di questo strambo paese, è il brutto di questo assurdo stivale.
Così, arginare il codazzo di gente che vuole a tutti i costi venire a vederti con i capelli sporchi, il pannolone e il catetere subito dopo il parto, è vista come una gravissima offesa e forma di maleducazione/esagerazione.
Ho mentito, spudoratamente mentito (sto ghignando), sulla data del mio parto.
Nessuno, tranne nano che mi ha visto uscire di casa, sapeva la data esatta.
Così, sono morta di paura da sola (eccetto LUI), e nessuno si è riverso su di me il giorno stesso mentre agonizzavo nel letto.
Ho avuto il tempo di godermi il nuovo arrivato, da sola con LUI, nella calma di una stanza, senza telefoni che suonavano, senza messaggi. Senza gli occhi del mondo addosso.
Ho scelto un nome improbabile per nano2 e l’ho registrato prima che chiunque facesse un qualunque commento (sto ghignando anche ora). E passando come sempre per acida e antipatica, me la sono goduta a modo mio.
E’ seguito un lungo giro di visite nei giorni successivi.
Ma io ero seduta, e non a letto, e vagamente lavata, e vagamente dignitosa. (fatta eccezione per le caviglie della signora Cesira che sbucavano aihmè dalla coperta…)

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La lista delle cose che ho visto/vedrò…forse

Come si suol dire nel linguaggio a me più vicino…
Sto n’attimo mpicciata sti ggiorni…
Vi caccio quindi una lista asettica di cosa ho visto, cosa vorrei vedere, cosa non vedrò per mancanza di tempo.
Così magari lo fate voi:

Oggi e domani al MaXXi c’è Techcrunch – incontro di startup e aziende digitali – Non riuscirò mai ad andare. Per info cliccate qui

Se non ci andate sappiate che c’era Michela Nosé. Che sta sbancando con questo sito qui: Locloc.
Affitti qualsiasi cosa, anche le borse.

Leonardo da Vinci a Venezia fino al 1 dicembre per info cliccate qui – Altra cosa che non riuscirò a fare.

Poi, sempre per la serie alla faccia della crisi, se siete tra i pochi che non si sono ancora iscritti: Dalani.
Trovate prezzi niente male 😉 Ho praticamente ical intasato dai messaggi di promemoria…provare per credere.

Il libro che vorrei leggere: Come ti vorrei di Anna Mittone – non fatevi ingannare dal titolo fuorviante

Quello che comprerò sicuramente – Storie di Irene di Erri De Luca

Questi 3 erano i libri da leggere a settembre:
Le cose che non ho… Non mi è piaciuto – fintamente profondo…anche no.
E gli ippopotami si sono lessati delle loro vasche – FICHISSIMO, aspetto il film in uscita il 17 ottobre
Wonder – sono ferma a pagina 10…non ce la faccio.

Infine roba da mamme: se viaggiate con prole questo qui non è male per niente momsontherun

Buon weekend!

One week

Quante cose si imparano in una settimana?
Potrei tranquillamente dire che questi sette giorni sono passati come l’acqua sotto i ponti (di Roma nello specifico), senza nessun accenno a qual si voglia mutamento.
Invece se mi fermo un attimo mi rendo conto che, non è vero.
E’ successa una cosa assolutamente degna di nota (sempre in termini relativistici).
La mia lista, la mia lista del lunedì, la mia sempre eterna e sempre lunga lista del lunedì… è stata spuntata tutta.
Per chi non riuscisse a comprende l’importanza e la “drammaticità” di questo evento.
Vi prego leggete qui.
Insomma, è venerdì, e io sono seduta alla mia scrivania, senza poter trascrivere la lista delle cose NON fatte sulla pagina del lunedì. Pazzesco. E drammatico. Devo essermi completamente rincoglionita.
Sono diventata una desperate housewive in tutto e per tutto.

La teoria della casalinga disperata è indissolubilmente confermata da fatti ancora più gravi:

  • Sono andata in palestra con regolarità
  • Ho fatto la ceretta.
  • Ho finito tutto il lavoro della settimana anche in ufficio. Cazzo.

In poche parole, sono completamente alla frutta.
Se non fosse per il fatto che anche oggi indosso mutande della nonna prese alla cieca, calzino da uomo (il SUO) che mi fa da parigina e che ha lo “spazio” del tallone a metà caviglia e occhiaia di ordinanza, mi sarei già buttata dalla finestra consapevole di aver raggiunto il massimo della tristezza nella sua essenza più “romana”:
bionda, mamma, con figlio, lavoratrice, prefettamente vestita e truccata, super informata, super perfettamente rompicoglioni.

Invece grazie a dio la mutanda de pora nonna mi salva da questo destino misero e nefasto.
Ma per quanto ancora? Boh.

Nel frattempo mi sono accorta anche che:

  • Mi piace un sacco andare al Sorpasso ma più per l’aperitivo/magmanoselanacosetta cit, che per cena.
  • Il libro “A volte ritorno” di John Niven è la mia nuova lettura a caso preferita*.
  • C’è una nuova app per servizio di autista (autistalpostodeltaxi) che non solo è fica perché ti localizza e ti dice qual’è l’autista più vicino, ma costa poco poco più di un normale taxi e si chiama Uber per info cliccate qui.
E poi a chiudere… un fenomeno che ogni anno si ripete immancabile con l’arrivo della bella stagione.
Le giornate si allungano, i golf più spessi e pesanti vengono accatastati nell’angolo più remoto dell’armadio di tutti noi, insieme a cappelli e sciarpe di lana, e inesorabilmente senza speranza che tutto ciò cambi…arrivano anche le partecipazioni di nozze.
Ma perché? Perché la gente ci tiene così tanto a sposarsi proprio quando tu vorresti andare al mare?
Ma il matrimonio a ottobre vi fa schifo? o a Marzo, insomma in un mese morto.
A ottobre non succede mai niente, ci starebbe bene una bella festa no? Anche un we fuori se vi sposate a Canicattì…saremmo tutti contenti, di riempire uno di questi periodi…e non mi venite a dire che il matrimonio d’estate è più bello…
No d’estate si suda, fa caldo, è faticoso.
In primavera invece siamo bianchi pallidi ma costretti a scoprirci, magari anche flaccidi, 
E a settembre, a settembre è inutile che ci provate, anche se fate finta che è ancora estate…al 90% piove…e passerete la giornata con l’ansia che inizi a piovere.
No eh…va beh, c’ho provato.

* Dicesi “lettura a caso” quella pratica che prevede la lettura casuale di spezzoni di un libro già letto (preferibilmente 2 volte). La pratica è più popolare per libri di non ampissima foliazione e che abbiano una trama semplice ma molte chiavi di lettura.

In visita a Cocca: Elezioni, Montanelli, Brueghel, Rumiz

Quando so che devo andarla a trovare senza neanche accorgermene la mia usuale pratica di abbigliamento mattutino (cadi nel armadio in mutande ed escine coperta) viene sostituita da una stressante seduta di scelta del vestiario che possa risultare quanto meno decorosa.
Così questa mattina, oltre a aver messo uno strato in più di crema idratante e un pò di fard ho anche un abbigliamento “ragionato”.
Non potevo non andare, vista la giornata politica di ieri.
Faccio sempre la stessa strada quando vado da Cocca perché parto dall’ufficio quasi sempre, e andando a casa sua passo per uno dei punti più “popolati” di Roma.
Un inferno di donnette intente a comprare qualsiasi cosa abbia una marca ben sparata sul capo, strass, o brillantini.
Mi innervosisco ogni volta, e poi suono al citofono, e mi chiudo alle spalle un portone che più pesante di così si muore.
E finalmente…silenzio.
C’è il rumore della fontana nel cortile interno, che è sempre ghiacciato, umido, buio.
La differenza di temperatura tra fuori e dentro mi ha sempre impressionato, anche da bambina.
D’estate, sembra di entrate in un ghiacciatissimo negozio newyorkese, di quelli che ti devi mettere il golf appena sorpassi le porte scorrevoli per evitare che ti venga il <>.
Ma ormai sono preparata e in automatico faccio il gesto di aggiustarmi sciarpa e guanti, prima di entrare. Che se ci penso, vista dal di fuori sembro una pazza. Davanti a quell’enorme portone, aspettando che scatti la serratura, che mi aggiusto come se stessi uscendo, invece, invece entro.
Il cortile è stretto e lungo e prima di arrivare all’ascensore la mente si è svuotata delle immagini delle donnette e del rumore.

Cocca mi apre la porta, e come credo tutte le persone di un altro tempo lo fa letteralmente.
Aprendo la serratura. Non ho ma visto quella serratura aperta.
Entro, e l’odore della mia infanzia mi travolge, quella luce soffusa che non ho mai più trovato in nessuna altra casa, quel color rosso/arancio che entra dalle finestre.
A casa mia c’è una luce molto più bianca, più forte, la mattina, mi invade. Invece da Cocca anche la luce è più educata, chiede il permesso di illuminare, ne troppo, ne troppo poco.
Ci sediamo. Ha cucinato per me le cose che mi piacciono.
Ha anche comprato i lamponi, che amo, e che mangio solo lì. Solo lei me li compra, io da sola non lo faccio mai. Al posto dell’acqua la centrifuga di mela e carota (che mi fa schifo) ma che devo bere per non invecchiare troppo in fretta.
Mi concentro e sento le mie cellule e i miei neuroni attivarsi finalmente, sto parlando e sto pensando, sto interagendo, con una donna che nonostante l’età, va molto più veloce di me, e mi costringere a seguirla,a rincorrerla.
Non è arrabbiata per il risultato delle elezioni,mi dice, non è indignata, non è furente (quella sono io).
E’ dispiaciuta. Mi spiega che è stato un profondo dispiacere, lo fa toccandosi il cuore e la pancia, e in un attimo per la prima volta nella vita, comprendo fino in fondo il significato della parola “dispiaciuta”.
Cocca è sinceramente dispiaciuta per gli italiani, per il paese.
Perché, mi dice, in fondo io amo il popolo italiano, moltissimo.
Ricordiamo allora le parole di Ojetti e Montanelli in una lettera scritta da Montanelli.
E Cocca mi racconta, di lui di Montanelli, come io potrei parlare del tabaccaio sotto casa.
“Non era uno stupido, in fondo” mi dice.
Lo dice come si direbbe “non è brutto” di un comodino.
Ed è un giudizio sincero, pulito. Ma così brutale che non so cosa rispondere.
Ho una pessima memoria per i nomi, per le cose che mi raccontano, ho una pessima memoria in generale, mi dimentico anche gli avvenimenti della mia vita.
Il passato per me è passato, non lo ricordo.
Ci sono persone che ricordano ogni minimo dettaglio (LUI) io rimuovo, seleziono.
Perdo la cognizione del tempo e dei luoghi.
I miei ricordi sono per lo più rimaneggiati, sia i belli che i brutti.
Non sono reali, sono esattamente come vorrei ricordarli.
E quando Cocca parla, mi sforzo di ricordare quello che dice e soprattutto come lo dice.
La memoria orale, tramandare oralmente, è una cosa molto difficile.
Glielo dico e lei mi risponde:
“Che ti importa di ricordare giusto, tu ricorda come ti pare, come l’Iliade no?”

Ho mangiato i lamponi, e mentre li sto per finire, mi rendo conto che devo ancora bere la schifosa centrifuga, la mando giù che manco l’antibiotico, e finisco i lamponi.

Cocca parla, di Monti, di Grillo che non ha votato ma che non può essere considerato un voto di protesta come dice il telegiornale. E io mi agito sulla sedia, infervorata dalla conversazione.
Mi corregge le percentuali di vincita delle regioni. Le sa a memoria, tutte e 21.
Poi d’improvvisso mi regala una camicia per il nano una calamita da frigo della mostra di Brueghel che non ho ancora visto e una pagina strappata da Hòla con un bel vestito di Armani. Così…perché ” sono i piccoli regali che rafforzano le amicizie”
Mi dice di farmelo rifare uguale da una sarta il vestito di Armani. Che mi starebbe benissimo.

Il tempo fuori è fermo, ne ho la certezza, e la luce continua a chiedere il permesso di illuminare il salotto, pieno di foto a colori e in bianco a nero, e di quadri antichi e di foto di arte contemporanea.
Mi racconta dell’ordine che ha fatto da Ikea, on line, e che domani le consegneranno tutto.
Le accendo le sigarette, perché non sta bene che una donna le accenda da sola, lei da sola non le ha mai accese (a meno che non fosse sola). E se tu non cogli il momento, lei aspetta, o te lo chiede direttamente. Lei l’accendino non lo usa.

E poi come sempre mi regala un libro che è una vergogna io non abbia letto “Trans europa Express” di Rumiz questa volta, e so già che mi piacerà, e che tra pochi giorni mi chiederà se mi è piaciuto.
E alla prima telefonata non lo avrò neanche iniziato, non risponderò e la notte farò tardi per leggerne più pagine possibile, un pò per paura dell’interrogazione, un pò perché dopo le prime pagine faticose non riuscirò più a smettere.
E allora la richiamerò per dirle che no non l’ho ancora finito, e lei mi ripeterà dei dettagli che ho letto, e che già non ricordo, e che di sicuro non avevo colto.
Così ricomincerò da capo, leggendo con più attenzione. Ma non li ricorderò comunque alla fine del libro.

Il tempo è tiranno, sono già in ritardo, ma è lei che me lo dice.
E’ Cocca che mi congeda dicendomi:”dovrai andare credo”.
 E so che è stufa, che vuole che vada. E finiamo come sempre un pò malinconicamente con lei che mi dice che non ha più conversazioni interessanti (e io non lo sono ovviamente) fatta eccezione per il suo amico di Cetona, che è… così intelligente.
Ma insomma, che è un pò stufa. Della vita credo. Ma non lo dice. Allora le racconto del nano e lei si distrae un pò.
E poi mi regala un pezzo di storia di casa per essere sicura che gli oggetti almeno mi ricordino giusto, e non TUTTO come mi pare.

Stoner

Anno nuovo vita nuova, e un nuovo libro letto.
Consigliato da Ludo e Sam.
Era tanto che non leggevo una cosa così.
Se non l’avete già fatto (io arrivo sempre tardi) Stoner.
La storia di un professore di letteratura inglese, un romanzo di John Edward Williams.
Non saprei da dove partire per darvi un’idea della meraviglia di questo libro.
Potrei dirvi che il libro è stato stampato la prima volta nel ’65 e poi non se l’è filato più nessuno fino a pochi anni fa.
Nelle recensioni leggerete spesso che si tratta della storia di un eroe della normalità.
Non so…non m’è piaciuta come definizione.
La trovi svilente.
Stoner, il professore, che era contadino e che conduce la sua vita nei primi 50 anni del 1900 è una figura senza tempo. La sua non è normalità, ne rassegnazione a una condizione di quai perenne infelicità.
Stoner, umiliato e attaccato nel privato e nel lavoro, Stoner che vive tutta la vita nello stesso posto e non esce dal suo mondo fatto di orari, lezioni, e faccende di casa.
Stoner mi ha ricordato una delle lezioni base che mia madre mi ha impartito nella vita. La dignità.
Umiliato e agli occhi del lettore sconfitto dalla vita, non si può non amarlo alla follia, Stoner.
Che sei lì che vorresti urlargli, cazzo…ribellati!  E ogni volta resti deluso. Perché lui non lo fa.
Subisce, e la vita gli scorre tra le dita, amara, ma di una luce brillante, di quelle che vedi quando ha appena nevicato e c’è troppo riverbero.
Ho avuto il magone per tutto il tempo di lettura, e alla fine è stata quasi come una liberazione.
Williams ha l’incredibile capacità di usare poche parole per esprimere sensazioni molto complesse.
E’ asciutto, netto. Non ti lascia nessun sapore amaro. la vita è così, punto e basta. E non c’è niente che puoi fare per salvare il povero Stoner. Quindi leggi, magari come me mangiandoti tutte le unghie e quando hai finito, a parte fustigarti per la tua ignoranza sempre enorme, respira.

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