Appunti romani – la valle dei cani

Si sente ancora il caldo soffocante della giornata, ma sopra, quasi a voler sorvolare tutti noi che boccheggiamo c’è una corrente di aria più fredda, la senti, lontana, come se arrivasse dalla collina, ma non rinfresca ancora.

Il verde primaverile è diventato giallo polvere e secco. Nessuno ormai se ne prende più cura del nostro polmone cittadino, ma la valle, senza farsi ne in qua ne in là si gestisce da sola. L’erba alta ha lasciato il posto a un giallo tappeto estivo.

Passeggiare sotto quegli enormi platani regala ogni volta un piccolo quadro romano, di quelli che un turista o forestiero non vedrà mai.

Il signore con il panama bianco e i bermuda ha al guinzaglio 4 canetti grassi e brutti, sta attraversando la strada, saluta il parcheggiatore abusivo e una signora in ciabatte di plastica che sta andando via anche lei con 3 canetti bruttini e vecchi; lui si dirige verso il centro della valle dove lo aspettano il suo gruppo di amici canari.

Saluta anche me, saluta tutti quelli che hanno un cane al guinzaglio, e a tutti regala un sorriso, di sguincio sotto il suo panama bianco. Si siede al centro del suo gruppetto, li sento parlare di politica, di Hamas, di Saddam di Nizza.

Lui parla e gli altri per lo più ascoltano. Professore, penso, è un professore, e infatti poco dopo qualcuno lo chiama così. Il nutrito gruppo ha per lo più cani bastardi e trovatelli dell’ultima ora. Rappresentano quello che un tempo veniva chiamata l’intellighenzia e che con il passare dei decenni si è accasciata su se stessa, chiusa in circoli fisici, che siano il parco o il baretto di quartiere rigorosamente bruttino; terrorizzati di venir inghiottiti dalla globalizzazione e dalla “massa” che ha ucciso Roma. Paurosi di vedere in sequenza quei locali tutti uguali o mangiare in ristoranti dove tutto ha stesso sapore. Di incontrare donne rifatte tutte uguali, e ragazzine isteriche tutte uguali.

Sono seduta leggermente in alto e vedo passare un signore ben vestito, con un bel cane di razza, un bracco. E’ bello il cane, è bello il padrone, passa accanto al professore e il divario tra i due si fa fisico. L’altezza per il primo, la struttura curva e tozza l’altro; l’eleganza per il primo, la sciatteria per il secondo, eppure ho come la netta sensazione che quello bello sia il professore che mi ha salutata e non il mananger d’assalto.

E’un attimo solo e mi accorgo che io per indole, per identità, per aspirazione, io sto con il professore un pò vecchio, un pò trasandato, un pò fané che saluta gli sconosciuti. E’ un attimo e ho come la netta percezione che se stessi giocando a trova l’intruso indicherei il distinto signore.

Stacco. Il professore saluta, il bel padrone non risponde. L’intruso è il distinto signore con il cane di razza. Guardo il mio quadrupede (di razza) e i miei bei sandali nuovi e mi chiedo: il professore mi parlerà anche se sono simile al distinto signore? Se volessi sedermi anche io ad ascoltarlo? Oppure Olmo ed io, in quanto evidentemente effimeri, globalizzati, e ordinati ne saremmo esclusi?

Passo davanti al gruppetti trasandato, e saluto io questa volta, risponde solo il professore, gli altri, trasandati, un pò fané,  mi fucilano con lo sguardo.  E allora capisco che quello fico è solo il professore, gli altri sono come il distinto signore che non saluta, I

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