Voce del verbo giudicare

Ci sono cose che ho capito molto presto nella vita. Una di queste, sicuramente, che non avrei potuto fare la modella di costumi da bagno per Sports Illustrated. Con mio sommo disappunto. Ma le tette aimè, non sono mai cresciute. Come se poi fosse stato solo quello il motivo principale della mia presa di coscienza.

Un’altra, invece, più semplice è stata la completa incapacità di gestire il giudizio altri.
La faccenda in realtà risale all’età ingrata di ogni femmina che si rispetti. Verso i 12 13 anni, infatti, si capisce subito chi intorno a te diventerà per una questione fisica ma anche di contingenze (vedi paragrafo successivo) , chi diventerà una strafiga. Le strafighe sono quelle ragazze che hanno i capelli già bellissimi, gli occhi già da grandi, il fisico già da donna, i modi di fare già da donna. Io a tredici anni non solo ero fisicamente un cesso a pedali ma anche le contingenze esterne mi spingevano a recludermi nella categoria donna sfigata.

Le contingenze si posso brevemente riassumere in un unica parola: Genitori.

E’ si perché mie care lo sappiamo tutte che anche la più cessa delle cesse se ha dei genitori permissivi, di quelli che ti fanno tirare fino a tardi, che ti permettono di uscire quando le altre non possono e che in generale hanno modo di sperimentare la vita prima di te , anche quelle saranno delle fighe pazzesche.

Io invece all’epoca oltre al fatto di non avere il fisc du role avevo anche dei genitori nazisti che mi hanno reclusa in casa fino alla veranda età di 18 anni. Non che non riuscissi saltuariamente a ricavarmi i miei spazzi di nascosto e con mille sotterfugi, ma il fatto principale sussisteva sempre:  io ero cessa e non potevo uscire, ne andare da nessuna parte. Ergo, ero una sfigata di prima categoria.

Ed è proprio in quegli anni di drammatica sofferenza che ho maturato la convinzione che la mia capacità si sopportare l’altrui giudizio fosse praticamente inesistente. Mi sentivo affranta da questa totale soggezione nei confronti di quello che poi da adulta sarebbe diventata una parola alquanto strana. La reputazione.

Ed è così che la mia mente stramba di non ancora adolescente ha maturato la pressoché ascetica convinzione che il prossimo, chiunque fosse, non dovesse avere su di me alcunché tipo di influenza. Che la mia mente e le mie azioni dovessero essere mie a tutti e costi. La classica frase che ogni genitore dice ai figli in età “difficile” si è instaurata in me come un mantra: “se gli altri si buttano da un ponte tu che fai, gli vai a presso? Pensa con la tua Testa”.

Con il passare degli anni però questo assurdo e strambo principio mi ha reso immune (sbagliando) da qualsiasi tipo di giudizio. Quindi parlando di cose basiche, se una minigonna mi stava di merda e mi veniva fatto presente ( a ragion veduta) avendo io due cosce che fanno provincia , il giudizio altrui passava come acqua liscia sulla mia mente e non attecchiva in alcun caso.

Così la vita è andata avanti e come il giudizio altrui non aveva nessun effetto su di me, così, la mia capacità e voglia di giudicare il prossimo, vicino o lontano si affievoliva di giorno in giorno. La mia vita scorreva serafica nonostante la mia totale incapacità di vestirmi in modo civile, di fare scelta ragionate, di fidanzarmi con uomini “giusti”. Di lavorare in contesti adeguati, di coltivare le amicizie “giuste”, di fare vacanze nei posti più idonei.

Poi una mattina del 2011 è nato Zeno, e io da donna incosciente e impreparata sono stata catapultata nel favoloso e fantasmagorico mondo delle mamme.

A qual punto come in una  orribile remake trash di Ritorno al Futuro mi sono sentita catapultata di nuovo all’età di 13 anni. Frotte di mamme intorno a me esprimevano giudizi su ogni tipo di comportamento o azione mia o di chi mi circondasse. Ogni madre che incontravo aveva una sua opinione sulla gestione dei figli altrui, sulle azioni e sulle scelte intraprese, non da loro stesse, ma delle altre madri. Come in un’orchestra dove ogni elemento sta attento all’esecuzione dello strumento seduto accanto a lui, invece che sulla propria.

E lì, lì ho capito quanto la mia sofferenza di povera ragazzina sfigata, che non poteva mai uscire come le altre, e che la targhetta di sfigata ce l’aveva attaccata in fronte potesse essermi di aiuto.

Dritta per la mia strada ho intrapreso le mie scelte di madre senza mai guardarmi intorno, senza mai cercare un confronto, senza mai buttarmi dal ponte perché anche le altri madri lo stavano facendo.

E così nel giro di pochi anni, senza averne coscienza la targhetta di sfigata è stata sostituita da quella di madre “degenere”, più spesso “incompetente” quasi sempre “anaffettiva”. Per un po’ la mia mente ha attuatolo stesso meccanismo degli anni pre adolescenti, ignorando il mondo che ruotava intorno a me e  facendo scorrere il giudizio altrui come acqua fresca nella mia mente.

Poi un giorno una domanda diretta come uno schiaffo in piena faccia mi ha obbligato a soffermarmi. Una domanda diretta e precisa, fatta proprio a me mi ha costretto a dare un giudizio.

A me, che nella vita ho sempre applicato la regola del vivi e lascia vivere. Del fate come vi pare; del finché non lede me e i miei interessi siete liberi di comportarvi come meglio credete.

Un giudizio su una mamma, a me. E ho ceduto, o detto cosa ne pensavo, e non ne pensavo bene ovviamente. A mente fredda ve lo dico, mi sono sentita una merda, ad aver detto, “non ci si comporta così”. Io che ho sempre pensato che ognuno si comporta come meglio crede, e in ogni sua azione c’è per certo un motivo, valido o no , ma il Suo motivo.

E desso, che mi trascino un, siamo onesti, flebile senso di colpa per le parole pronunciate, mi chiedo. Ma quelle donne che passano la vita a dare giudizi sull’altrui comportamento come fanno? Quelle mamme che fuori da scuole commentano, argomentano, dissertono di massimi sistemi educational, nella vita poi come si sentono?

E soprattutto, queste donne, da quasi adolescenti erano dalla parte delle sfigate o dalla parte delle fighe della classe?

Secondo me (voce del vergo giudicare) dalla parte delle fighe.

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