Inside Out e Il femminismo 3.0

Chiariamo subito, io sono una delle poche, credo a cui non è piaciuto. O forse semplicemente, non l’ho capito. Il film della Pixar che doveva rivoluzionare la vita di una nuova generazione di bambini, il nuovo Toy Story, nuovi personaggi epici…madecché. A proposito, complimenti al marketing perché hanno fatto un lavoro incredibile considerato il prodotto finale. Avevo delle aspettative enormi.

Il personaggio di Gioia altro non è che un bel mix di tutto quello che sia uomini che donne sani di mente odiano nella categoria donne. Una specie di velina urlante e squillante che manco negli anni 80 a Drive In. Trova tutto bello, tutto fantastico, tutto iuhuuu, oleee, uauuu, insomma la materializzazione in cartone di tutti i vostri incubi, la compagna di classe che sicuramente tutti voi avete avuto, quella vestita di tutto punto anche in gita alla fattoria, con il cerchietto che non le cade mai avanti, la treccia che non si disfa e quel sorriso bianchissimo che l’avresti appiccicata al muro.

E così tristezza, vestita come la peggiore delle cattocomuniste, cessa, grassa. Insomma la sfigata di classe. Pure il golf a collo alto infeltrito le hanno messo! Quella che magari aveva anche l’alito puzzolente. Cioè, più  banale di così si muore.

Il succo del discorso alla fine della fiera è solo e semplicemente uno, siamo un insieme complesso di emozioni (per lo più piagnucolii) che si intrecciano e si sommano in un’apoteosi introspettiva da vomito.

Così uscita dal cinema, l’unica cosa che mi è saltata agli occhi è la nuova e ennesima ostentazione del fennimismo 3.0. Sì perché il film inutile negarlo è un film femminile e della peggior specie.

Anni e anni di rivoluzioni e lotte per arrivare a affermare che: “sono donna e sono fragile e ho il diritto di piangere e arrabbiarmi e soffrire e emozionarmi”. E se tu non lo capisci o mi tratti male per questo sei OUT. Nessun accenno al fatto che quasi sempre donne così sono semplicemente delle gran rompicoglioni, e basta.

Insomma da un eccesso a un altro. Anche le eroine della Disney si adeguano ai tempi. Se la parità di genere prima era ostentata con le donne eroine più forti e più brave e più temerarie degli uomini; passando per il sacrosanto diritto a non essere più quell’ideale di Wonder Woman che tutto sa fare e tutto può gestire, adesso ostentiamo un ritorno alla casalinga disperata, all’emotività come scusa per vedere il mondo. Alla spettacolarizzazione delle debolezze di genere.

Eccoci qui dopo neanche  70 anni dall’aver ottenuto diritto di voto (in Italia) a volerci di nuovo rassegnare e raccontare come Isteriche di professione. Olè.

Ma non sarebbe meglio semplicemente accettare il fatto che non è ne la donna Guerriera ne la piccola Fiammiferaia a popolare il mondo?

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