Amarcord estivo

Sono una di quelle per cui l’anno ricomincia a settembre, un pò per questioni anagrafiche (compio gli anni ad Agosto) un pò perché non voglio mollare l’idea del diario scolastico.

Così mi ritrovo a pensare alle estati passate, mentre prendo un treno notturno tornando da un weekend dove tutto sapeva di infanzia.
In un ciclo di vita continuo che in barba al tempo che passa, al mondo che cambia, alla tecnologia che avanza; alla faccia dei matrimoni, dei figli, dei traslochi, di città diverse, mi vede ancora sulla stessa spiaggia sotto lo stesso identico ombrellone, a cena nella stessa casa, e nella stessa piscina, dopo 30 anni, con le stesse facce.
Continuo a vederle senza rughe, con i denti storti e i costumi a un pezzo solo.
E ho come l’impressione che sì la vita vada avanti, ma ci sono persone e luoghi che messe insieme, compiono il miracolo della quadratura del cerchio. Anche se adesso sei grande, anche se la tua faccia da  bambina se l’è rubata il nano seduto accanto a te.

E mentre il treno lento, come ormai sembra non essere più niente, si ferma romanticamente ad ogni stazione che incontra, stazioni sempre uguali, se non fosse per le macchinette automatiche per fare i biglietti, uno zaino da 90 litri ti ricorda che una faccia da bambina vive lontano.
E in quel momento è seduta di nuovo accanto a te, su un misero regionale spagnolo che attraversa i paesi baschi, senza un posto dove andare a dormire, senza un programma preciso, con un lavandino come doccia, una felpa come letto e una fame blu.

Si riparte, piano, che più piano non si può, in ritardo, e mi ritrovo a sperare che il ritardo aumenti, per godermi due minuti in più di calma, due minuti in più del tempo che è stato.
Due minuti in più che sanno di un’ isola dove nessuno scende dal traghetto, dove Romeo si affaccia da una finestra bianca, dove non c’è supermercato, dove il vento soffia forte, dove non ci sono lettini, ombrelloni, un’isola che ha un retrogusto francese, un sapore di formaggio, e un ritmo immobile.
Dove le giornate sono tutte meravigliosamente uguali, dove i tuoi trent’anni passano così, senza battere ciglio e un bar in porto diventa casa.

Ultima stazione, un minuto per sperare che i prossimi trenta siano così: pieni di “stessa spiaggia stesso mare”, pieni di giallo dei girasoli rubati, e blu di un mare salatissimo, e di caldo umido dell’Asia, e dolore alle spalle dello zaino, e di facce sempre uguali e sempre diverse, e di vita, normale, uguale, diversa.

ROMA SAN PIETRO. Fine Corsa.

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